martedì 19 luglio 2011

Modelli di divinità femminili


Quando le dee vengono prese come modello del normale comportamento femminile, la donna che per natura assomigli più alla saggia Atena, o alla competitiva Artemide o alla madre Demetra, esprime il suo sé femminile attraverso l’attività, l’obiettività di giudizio e la concentrazione sulla realizzazione delle mete. È autentica rispetto al modello della dea a cui assomiglia di più e non soffre di un complesso di mascolinità, come diagnosticherebbe Freud, né si identifica con l’Animus, né ha un atteggiamento maschile, come ipotizzerebbe Jung.
Quando una donna segue i modelli Atena o Artemide, attributi “femminili” quali la dipendenza, la ricettività o l’istinto ad accudire possono non essere aspetti che fanno parte della sua personalità. Sono qualità che dovrà sviluppare per riuscire a creare rapporti duraturi, diventare vulnerabile, dare e ricevere amore e conforto e aiutare gli altri a maturare. La polarizzazione contemplativa di Estia  tiene la donna a una certa distanza emotiva dagli altri, anche se, per quanto distaccata possa essere, il suo calore silenzioso dà alimento e sostegno. Quello che deve sviluppare, al pari di Artemide e Atena, è la capacità di un’intimità personale. Ciò che queste donne devono fare per crescere è diverso da ciò che serve all’evoluzione di donne Era, Demetra, Persefone e Afrodite. Questi quattro modelli di dea predispongono infatti la donna al rapporto: la loro personalità corrisponde alla descrizione fatta da Jung. Devono imparare a concentrarsi, a essere obiettive, a farsi valere, tutte qualità che non sono forti nella loro natura; devono sviluppare l’Animus, ovvero attivare in sé gli archetipi Artemide e Atena.
Anche quando Estia è l’archetipo dominante, le donne, al pari di quelle orientate al rapporto, per poter essere efficienti devono sviluppare il proprio Animus, ovvero attivare in sé gli archetipi Artemide e Atena

Da: Le dee dentro la donna di Jean Shinoda Bolen

venerdì 15 luglio 2011

Le vergini antiche


L’aspetto della dea vergine rappresenta quella parte della donna che un uomo può non riuscire a possedere né “a penetrare” mai, che non viene toccata dal bisogno di un uomo o dalla sua approvazione, che esiste di per sé, interamente separata da lui. Quando la donna vive secondo un archetipo vergine, non vuol dire che lo sia fisicamente o in senso letterale, ma che un’importante parte di lei lo è in senso psicologico.
Il termine vergine significa incontaminata, pura, incorrotta, non consumata e non manipolata dall’uomo, come in espressioni quali: il terreno vergine, la foresta vergine; oppure significa che non ha subito processi di lavorazione, come la lana vergine. L’olio vergine viene dalla prima spremitura  delle olive e dei semi, con un processo a freddo, che da un punto di vista metaforico, significa non toccato dal calore dell’emozione o della passione. Il metallo vergine è quello che si trova in natura, non sotto forma di lega né mescolato ad altri elementi, come l’oro puro.
Secondo Leda Bearné, in Le vergini arcaiche, per una donna, oggi, è difficilissimo avvicinarsi all’idea di verginità così come veniva intesa nell’antichità, infatti, si tratta di una condizione raggiungibile solo prescindendo da ogni tipo di soggezione all’uomo, ritrovando in se stesse una femminilità pura, al di là di ogni morale e questa è una concezione del tutto contrapposta a quelle moderne.
Si tratta di ritrovare uno stato superiore e sovraumano che pare abbia caratterizzato alcune antiche sacerdotesse, fuse ed identificate con le antiche divinità femminili legate all’Eros, alla Natura ed alla Gioia.
Secondo l’autrice il vocabolo vergine potrebbe derivare:
- dalla parola latina virgo, ritenuta affine a vir, cioè “uomo robusto e forte”
- da vireo, “verdeggio”
- dal sanscrito urg (radice varg) “essere turgido, pieno di succo, forte, vigoroso, lussureggiante, pieno di energia”.
Il concetto per cui risulta lontano da quello di verginità fisica.
Vergine era la fanciulla non sposata, non sottomessa al giogo di un uomo ma non per questo illibata.
Vergine è la donna libera, sempre disponibile, sempre nuova, simbolo di rinnovamento e gioventù, datrice di gioia e libertà e canale per la manifestazione della Dea Primordiale.
Le Dee Vergini avevano degli amanti, chiamati in Grecia Paredri (“Colui che siede accanto”), che non si dovevano mai porre nei loro confronti con atteggiamento di superiorità o prevaricatore, né maestri né padroni.
Spesso erano fratelli o figli delle Dee stesse, divini e a loro paritari.
Quindi non assenza dell'uomo, ma assenza del maschio prevaricatore.
Esempi di questo tipo di donne erano senz'altro le Yogini seguaci di Durga in India, le seguaci della Dea Freya al nord, oppure le baccanti del culto dionisiaco, così come le vestali greche e romane custodi del fuoco.
Attraverso l’Unione con la Dea ricostituivano, per alcuni istanti, l’unità originaria, subito cancellata dall’anelito alla suprema libertà della Vergine, immacolata, perché nessuna forza estranea le ha mai usato violenza.
Un rapporto con uomo che avesse perso la purezza, cioè la capacità di sentire intimamente la sintonia con la Natura e con il femminile, avrebbe comportato la perdita dello stato di Verginità.
La Verginità, probabilmente, comportava per la donna l’avvertire, dentro di sé, la presenza di una pura essenza femminile inebriante e foriera di tenerezza, languore erotico, dolcezza e amore per tutte le manifestazioni naturali percepite come piene di bellezza ed armonia.
Le antiche Vergini avevano dentro di sé una inesauribile fonte di armonia e benessere ed erano in grado di riconoscerla una nell’altra, negli alberi, negli animali in una esaltante congiunzione con il Tutto.
Gli uomini e le donne arcaiche, dotati di una particolare sensibilità, probabilmente percepivano l’intero mondo naturale come un grandioso tempio a cielo aperto.
Le Vergini Dee, per difendere i luoghi sacri della Natura, erano in grado di trasformarsi in terribili streghe guardiane in grado di terrorizzare chi non aveva le qualità necessarie per entrarvi.
’uomo doveva essere in grado di percepire in sé la dolce energia femminile perché solo in quel modo avrebbe potuto intendere profondamente e venerare la Grande Madre fino a fondersi nella sua Immensa Gioia.
I congiungimenti tra uomini e donne erano probabilmente più liberi e naturali e non davano origine a legami di coppia.
Le donne riuscivano a lasciare da parte invidie e gelosie e a collaborare assieme alla vita comune.
Con l’affermarsi di una società guerriera, che adorava divinità maschili, il potere femminile fu messo sempre più in secondo piano, e man mano dimenticato, ridotto e infine distrutto.
Nacquero le basi del matrimonio, della famiglia, della discendenza patrilineare e l’idea che un uomo possa possedere una donna, imponendole la sua volontà anche attraverso la violenza.
La donna stessa dimenticò il suo potere, divenne più debole e vulnerabile e perse la Verginità.
L
e donne persero la capacità di stare assieme, del vivere corale, si ritrovarono divise ad assumere ruoli incompatibili tra loro: madre, prostituta, fanciulla casta, moglie. Ruoli concepiti solo ed esclusivamente in relazione all’uomo.
La Verginità assunse il significato di chiusura (fisica e psicologica), una condizione di non rapporto con il maschio, diventato inferiore e non più Paredro, per preservare la propria autonomia.
Congiungersi con questo tipo di uomini, per le ultime Vergini sarebbe stato un tradimento ed una violazione dello stato di incondizionata ed assoluta libertà che avrebbero dovuto custodire e difendere. Con la diffusione delle religioni monoteiste l’uomo allargò il suo dispotico dominio sulla Natura.
Il culto fu affidato solo agli uomini e le antiche divinità femminili furono demonizzate.
Oggi, seppur non in tutti i paesi del mondo,le donne partecipano maggiormente a tutte le attività sociali ed economiche; la divisione rigida dei ruoli sembra essere abolita eppure poche donne moderne possono considerarsi davvero e totalmente autonome, indipendenti dai giudizi dei maschi; per lo più appaiono sole e divise, invidiose e gelose le una delle altre.
La donna, oggi, deve compiere uno sforzo immenso per mettersi alla ricerca del modo per ritrovare e risvegliare l’armonia nascosta nel proprio intimo per potersi, prima o poi, ricongiungersi all’infinito Amore della Grande Madre.
Le tre dee vergini della mitologia greca sono Artemide, dea della caccia e della luna; Atena, dea della saggezza e dei mestieri; Estia, dea del focolare e del tempio, che personificano rispettivamente gli aspetti di indipendenza, di attività e di non-rapporto propri della psicologia della donna. Artemide e Atena sono archetipi orientati verso l’esterno e verso la realizzazione, mentre Estia è rivolta al mondo interno. Tutte e tre rappresentano, nelle donne, altrettante spinte interne a sviluppare i propri talenti, a perseguire i propri interessi, a risolvere i problemi, a misurarsi con gli altri, a esprimere se stesse in maniera chiara, a parole o attraverso forme d’arte, a mettere ordine nell’ambiente che le circonda, o a condurre una vita contemplativa. Ogni donna che ha desiderato “una stanza tutta sua”, o che si sente a casa quando è immersa nella natura, o che si diverte a scoprire come funziona una cosa, o che gode della solitudine, manifesta un’affinità con una delle dee vergini.
All’interno di un sistema religioso in un’epoca storica dominata da divinità maschili, Artemide, Atena ed Estia si stagliano come eccezioni. Non si sono mai sposate, non sono mai state possedute, sedotte, violentate o umiliate da divinità maschili o da esseri mortali. Sono rimaste “intatte”, inviolate. Soltanto loro, fra tutti gli dei, le dee e i mortali, sono rimaste indifferenti al potere irresistibile di Afrodite, dea dell’amore, di accendere la passione e di suscitare sentimenti appassionati. Non erano spinte dall’amore, dalla sessualità, dall’infatuazione.
Quando una dea vergine, sia essa Artemide, Atena o Estia, è l’archetipo dominante, la donna, come ha scritto l’analista junghiana Esther Harding nel suo libro I misteri della donna, è “una in se stessa”. Una parte importante della sua psiche “non appartiene a nessun uomo”. Di conseguenza, come scrive la Harding, “la donna che è vergine, una-in-se-stessa, fa ciò che fa non per il desiderio di piacere, essere gradita, o approvata, sia pure da se stessa; non per la brama di estendere il suo potere su un altro, per catturarne l’interesse o l’amore, ma perché ciò che essa fa è vero. Le sue azioni spesso non sono convenzionali. Può dover dire di no, quando sarebbe più facile, ed anche più appropriato, convenzionalmente parlando, dire di sì. Ma, come vergine, non è influenzata dalle considerazioni che inducono le donne non vergini, siano o no sposate, ad orientare le vele e ad adattarsi alla convenienza”.
Se la donna è “una in se stessa” sarà motivata dal bisogno di seguire i propri valori interni, di fare ciò che per lei ha senso e la realizza, a prescindere da ciò che pensano gli altri.
Da un punto di vista psicologico, la dea vergine è quella parte della donna mai manipolata né dalle aspettative sociali e culturali collettive (di matrice maschilista), né dal giudizio di un uomo. L’aspetto della dea vergine è pura essenza di ciò che la donna è e di ciò a cui attribuisce valore; un aspetto che rimane intatto e incontaminato perché lei non lo rivela, perché lo custodisce sacro e inviolato, o perché lo esprime senza alterarlo per adeguarsi ai modelli maschili.
Ciò che caratterizza le dee vergini è una coscienza concentrata. Le donne Artemide, Atena ed Estia hanno la capacità di concentrare l’attenzione su ciò che le interessa, di lasciarsi assorbire in ciò che stanno facendo, e in questo processo di concentrazione è facile che escludano qualsiasi cosa sia estranea al compito che hanno per le mani o che si prefiggono a lungo termine

Da: Le dee dentro la donna di Jean Shinoda Bolen
http://www.celticworld.it/sh_wiki.php?act=sh_art&iart=794&im=1

Il canto fatato








giovedì 7 luglio 2011

La pietra di Tara



La
Pietra
del Destino, la Lia Fáil, fece la sua prima comparsa in Irlanda per mano dei Tuatha De Danann che la portarono dalla città di Fáilias, assieme alla Spada di Luce, Claíomh Solais, da Gorias, al calderone del Dagda da Murias e alla lancia di Lugh da Finias. Essi la regalarono ai Milesi loro successori e antenati del popolo che ora chiamiamo irlandesi.
I Tuatha De Danann (il Popolo di Dana) erano, secondo la tradizione irlandese, gli antichi abitatori dell'Irlanda: un'antica stirpe di natura divina dotata di poteri soprannaturali che, secondo quanto narrato dalla tradizione irlandese, giunse in una nuvola magica e, nella nebbia sollevata dai suoi druidi, sparì.
Si dice che i Tuatha De Danann portarono anche la scienza, la civiltà, l'arte. La pietra era in grado di riconoscere il vero sovrano del paese emettendo un alto grido. Divenne proprietà dei primi re d'Irlanda come "Pietra del Destino" e fu installata nella mitica collina di Tara, nella contea di Meath, sede dell' "Ard Ri", il re supremo che regnava su tutta l'Irlanda. La pietra fungeva da trono per l'incoronazione ed era il luogo in cui veniva amministrata la giustizia.
Nel VI secolo d.C. Tara fu abbandonata e, in seguito, i miti irlandesi e scozzesi concordano nel dire che fu portata in Scozia, dove ne possiamo trovare le tracce successive. Quello che oggi è un modesto villaggio del Tayside, vicino a Perth, era fino all'VIII secolo la capitale del regno dei Pitti: ci riferiamo al villaggio di Scone, allora importante centro religioso, oltre che sede dei regnanti, dove veniva conservata la conoscenza druidica e dove i re venivano incoronati sulla Pietra del Destino. Nel IX secolo il trono dei Pitti e quello scozzese furono unificati e il loro primo re, Kenneth McAlpine, trasportò la pietra nel luogo della sua incoronazione, a Dunnstaffnage Castle, a Perth. Due secoli dopo, il re inglese Edoardo I trovandosi invischiato in un litigio a nord del Border (il confine tra Inghilterra e Scozia), colse l'opportunità di trafugarla portandola a Westminster. Incapsulata nel sedile dorato dall'alto schienale, la pietra costituiva il trono su cui sono stati incoronati sin da allora i re e le regine britannici.
Ma la sua storia avventurosa continua ancora ai giorni nostri: prelevata dai nazionalisti scozzesi nel 1950, la pietra fu recuperata giusto in tempo per l'incoronazione dell'attuale regina, Elisabetta II, nel 1952.
Solo nel 1996 il governo inglese ha restituito definitivamente la pietra, oggi custodita nel Castello di Edimburgo. Ma, secondo alcune ricerche, la magica pietra di Tara non si trovava affatto incastonata nel trono inglese. Edoardo I portò una “falsa pietra”. Gli scozzesi, ritenendola molto sacra, la sostituirono perché non erano del parere che venisse asportata.
La leggenda misteriosa che essa emettesse un grido di fronte al vero re ha delle fondamenta sacre. Non si trattava solamente di magia ma di una vera e propria “vibrazione” intercettatrice delle qualità del designato.
In seguito la pietra fu presa dagli scozzesi, ma pare che le sue forze magiche si rifiutassero di collaborare perché, tolta dal grembo della “madre originaria”, era rimasta priva dell’anima divina che la guidava. Allora, per non perdere il prestigio, i caparbi, orgogliosi guerrieri di Scozia asserirono che i loro re venissero ugualmente incoronati tramite la scelta della pietra di Tara. Questo inganno non portò molta fortuna ai re incoronati in presenza di quel masso. Così gli scozzesi decisero di sostituirla con una falsa, nascondendo la pietra verde in un luogo segreto e conosciuto a pochi, poiché temevano le maledizioni e le vendette degli dèi d’Irlanda. Da ciò si deduce che la precedente pietra proveniente da Perth, per opera di Edoardo I, non sia quella originale.
Nelle lande deserte, desolate, la voce della potente Madre grida per il suo parto regale. L’uomo è rimasto solo, senza guida, non rendendosi conto di essere un comune mortale. Gli ultimi esponenti dei vari paesi non sono che simulacri di ciò che un tempo significava essere re, in tutta la pienezza che questo ruolo richiede, spirituale, sacro ed eroico.
Fu proprio la Pietra del Destino a segnare l’inizio di una dinastia regale. Forse venne dal cielo e si fermò per segnare uno spazio sacrale, formando un’aura di energie magiche. Tara fu il cuore celtico del suo popolo.
La Pietra del Destino, insieme agli altri oggetti sacri portati dai Tuatha De Danann. riapparirà in corrispondenti oggetti nel Ciclo del Graal, allo stesso modo che la sede di questo sarà in stretta relazione con l’Isola di Avalon, ma avremo occasione di vederlo nel dettaglio quando parlerò ancora del Graal. Quanto agli stessi Tuatha, essi, secondo alcuni testi, avrebbero abbandonato l’Irlanda, assumendo una forma invisibile come abitanti di meravigliosi palazzi “sotterranei” o di caverne montane inaccessibili agli uomini, fra i quali non tornarono a manifestarsi che eccezionalmente; secondo altri testi, ritornarono nella loro patria d’origine, ad Avalon. Le due versioni si equivalgono, si tratta di due figurazioni del centro primordiale divenuto occulto (“sotterraneo”) e inaccessibile

Da: La magia dei Celti di Pina Andonico Tosonotti
Il mistero del Graal di Julius Evola
http://www.eco-spirituality.org/n0009.htm

mercoledì 6 luglio 2011

Il Graal - VII


Fino ad ora abbiamo parlato di purificazione, per la prima Tavola, e di illuminazione, per la seconda, ora, giunti alla terza, parliamo di reintegrazione, di comprensione totale e quindi non solo intellettuale di ogni tradizione.
L'individuo muore una seconda volta, per poter rinascere ad un nuovo stato.
Le lastre sono tre e tre quindi sono le iniziazioni, ma solo due comportano un cambiamento di stato mentre una, quella quadrata, è solo, come abbiamo già notato, un’acquisizione di coscienza.
Nella Tavola circolare il neofita entra dal portale della Cattedrale e si immette in quel percorso che lo porterà ad uno stato nuovo lasciando dietro di sé quello che, con parole tanto sintetiche quanto approssimate, è d'uso chiamare il mondo profano.
Esso muore per quest'ultimo e rinasce ad uno stato dove è elemento equilibrato partecipe di un tutto armonico.
Nel passaggio dalla prima alla seconda Tavola non vi è cambiamento, non vi è né morte né rinascita, vi è soltanto maturazione.
È per questo che il lavoro che si compie in essa è solo intellettuale; è una lenta maturazione dell'individuo che era iniziata dal rifiuto dei conflitti del mondo alla soglia della Tavola rettangolare.
Ora, per questo passaggio, vi è vera morte e vera rinascita.
Lo stato di armonia con il tutto, la conoscenza più completa della tradizione, lasciano il posto alla rivelazione.
Charpentier dice che la Tavola mistica, inclusa nel coro, era chiusa. Le vie di accesso erano due, una riservata ai cappellani, mentre l'altra, "porta stretta, conduceva nell'arcata centrale della tribuna e si situava alla punta della Tavola quadrata nell’incrocio dei transetti".

Una via angusta, che sottolinea la difficoltà dell'attraversamento, passaggio quasi traumatico come fu in passato quello dal grembo materno alla vita del mondo.
Ora, il passaggio avviene dal mondo dell’intelligenza a quello della fede mistica.
Il contatto continuo fra il cielo e la terra, nella Tavola rettangolare, è ripristinato.
In essa, ogni cerimoniale diventa segreto agli estranei, il suo perimetro è rigorosamente delimitato dal resto della chiesa e neppure lo sguardo, in origine, era libero di spaziare al suo interno.
“Il Signore disse a Mosè: "Scendi e avverti il popolo che non irrompano verso il Signore per guardare e non cadano molti di loro. Anche i sacerdoti che sogliono avvicinarsi al Signore si santifichino, affinché il Signore non si avventi contro di loro".  Mosè rispose al Signore: "Il popolo non può salire sul Monte Sinai, perché tu stesso ci hai avvertiti dicendo: poni dei limiti attorno al monte e dichiaralo Santo". Allora il Signore disse: "Va, scendi, poi salirai, tu ed Aronne con te, ma i sacerdoti e il popolo non irrompano per salire verso il Signore, perché egli non si avventi contro di loro". Mosè scese verso il popolo e lo disse loro".
Il Sinai è dunque una Tavola rettangolare, è la ricostituzione del Paradiso Terrestre, è decisamente il punto nel quale è possibile la comunicazione fra il cielo e la terra e l'essere in questo punto palesa il possesso del Santo Graal.
Se fino ad ora, per comprendere il significato della Tavola quadrata nella Cerca, ci siamo soffermati sulle avventure di Lancillotto ora, per avvicinarci a quella rettangolare, non possiamo che riferirci a quelle di Galaad.
È lui che assieme ad altri veri Cavalieri partecipa, come un tempo i dodici Apostoli, alla Mensa del Santo Graal.
"Coloro che non devono sedersi alla Mensa di Gesù Cristo se ne vadano, perché è arrivato il tempo in cui i veri cavalieri saranno nutriti con il cibo celeste".
È estremamente importante quanto dice questa voce nel castello di Corbenic. Secondo alcuni il nome del Castello di Corbenic proviene da Corbin-Vicus. La parola Vicus è di chiara matrice latina e sta per "insediamento". Corbin, invece, sembra sia la traduzione francese ("corben") di "corvo" (proprio come "bran" in gallese...). Sicché Castello di Corbenic sarebbe nient'altro che "Castello del corvo"... esattamente come Dinas Bran, la Fortezza di Bran, il dio gallese il cui nome significa “corvo” e che è collegato al calderone e al graal. Inoltre la valle del Llangollen, dominata dal castello di Dinas Bran, è attraversata da un fiume, il Dee River: il castello del Graal descritto da Chretien e dall’anonimo autore del ciclo vulgato è vicino a un fiume. L'Estoire du Saint Graal (secondo il ciclo vulgato) asserisce che Corbenic è un nome caldeo che significa "vaso sacro". Un importante medievalista (R. S. Loomis) invece fa notare che in francese cor benoit significa "corno benedetto" e potrebbe essere una chiara allusione al corno magico posseduto da Bran il Benedetto, uno dei Tredici Tesori di Britannia (colui che vi avesse bevuto vi avrebbe trovato la bevanda desiderata, un altro Graal ante-litteram). Ancora, "corps benoit" significa "corpo santo":  Corbenic come una corruzione dell'espressione "corpo santo" inteso come corpo eucaristico di Cristo
.
La voce nel Castello di Corbenic ribadisce due precisi concetti.
Il primo è che per partecipare alla mensa di Cristo è necessario essere cavalieri.
Per poter entrare nella Tavola rettangolare bisogna cioè essere passati per la Tavola quadrata.
La lastra rettangolare è una Tavola mistica, ma non ammette l'ignoranza, e proprio per questo, nella Cattedrale di Chartres, anche all'ingresso al presbiterio riservato ai chierici e sacerdoti, sul pavimento vi è una Tavola quadrata; certo più piccola di quella della navata centrale ma non per questo svuotata dei suoi significati.
Il secondo è che la partecipazione a questa mensa è un qualche cosa di segreto, di non visibile ad occhi profani.
La comunicazione diretta fra il cielo e la terra non è un qualche cosa che cade sotto i sensi, essa è interiore, come il possesso stesso del Santo Graal.
I sacerdoti stessi debbono santificarsi prima di entrare nel luogo dichiarato santo che è, come il Monte Sinai, ben limitato e nascosto agli sguardi di chi non può salirlo.
Questo stato di inviolabilità del luogo sacro non può che fare pensare alla città di Luz, la misteriosa città di zaffiro della tradizione ebraica, il cui nome significa “mandorla”, il luogo dove si arresta il potere dell’Angelo della Morte. Inaccessibile ai profani e incontaminata dai cataclismi, si trova al centro del Paradiso Terrestre, fra le radici del mandorlo della vita (luz) dove sgorgano, dalla fonte della Rugiada Dolce, il nutrimento dei santi (miele), l’acqua purificatrice, il nettare degli iniziati (latte) e il fluido della conoscenza esoterica (vino): i quattro fiumi che disegnano una croce sulla superficie del mondo terrestre. Alla base del mandorlo una cavità conduce tramite un sotterraneo alla Gerusalemme celeste.
Essa è, ad un tempo, la città sotterranea e la città celeste; è situata nel "cavo", sia essa considerata come caverna o cielo.
Non a caso Dante, per raggiungere il Purgatorio e salire infine sulla vetta del monte dove è situato il Paradiso Terrestre, deve compiere un lungo viaggio sotterraneo.
Essa rappresenta dunque un qualche cosa di nascosto, interamente chiuso all'esterno, evidenziando in questo modo l'idea dell'inviolabilità.
Conseguentemente, Luz è il nome di una particella indistruttibile del corpo, alla quale l'anima rimane legata dopo la morte, fino al giorno della resurrezione.
Allora Luz, che contiene gli elementi necessari alla totale restaurazione, quando sarà giunto il momento, sotto l'azione della rugiada celeste, porterà l'essere alla sua rinascita gloriosa.
Ed è questa rugiada celeste che troviamo, sotto altro simbolo, nella Cerca del Santo Graal..
Le gocce di sangue, che Galaad raccoglie dalla lancia posta sopra il Santo Vasello e che ridanno vita ed energia alle membra di Re Vulnerato, sono questa rugiada, che agendo sulla potenzialità restauratrice dell'essere, il Luz, le porta alla salute.
E questa è certamente specchio di una salute interiore, non già fisica.
Le simbologie dell'albero e della lancia sono dunque da ritenersi simili, sottendendo entrambe medesimi significati che vanno ben oltre quello appena menzionato.
Infatti, sia l'albero che la lancia rappresentano l'asse del mondo, e sono perciò da mettere in stretta relazione alla montagna polare. Conseguentemente, la loro presenza rende possibile l’ identificazione del centro spirituale, del Paradiso Terrestre, ed è perciò non a caso che nella Cerca la lancia fa la sua apparizione assieme al Santo Vaso.
È in questa situazione che si ha lo stadio massimo di elevazione spirituale, la mondanità dell'individuo lascia il posto al rapporto diretto con Dio ed è il raggiungimento di questo stato sovraumano che fa si che Galaad possa dire: "L'altro giorno quando vedemmo una parte delle meraviglie del Santo Graal che Nostro Signore ci mostrò per compassione, io contemplavo le cose segrete che non sono svelate a tutti ma soltanto ai ministri di Gesù Cristo; e, mentre vedevo ciò che nessun cuore di uomo terreno potrebbe immaginare, né lingua descrivere, il mio cuore fu colmato da una tale gioia e soavità che, se fossi morto in quell'istante, sono certo che nessun mortale avrebbe conosciuto un trapasso migliore del mio". Analogamente in Matteo si legge : "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte sopra un alto monte.
E si trasfigurò alla loro presenza e il suo volto risplendette come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la luce.
Ed ecco che apparvero loro Mosè ed Elia a colloquio con lui.
Pietro allora, prendendo a parlare, disse a Gesù: "Signore è bello per noi stare qui, se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia."
Concludendo il suo parlare intorno alle tre lastre di iniziazione Charpentier dice che non è affatto strano che si presentino nell'ordine in cui le abbiamo situate a partire dal portale reale, quello che custodisce re e regine che non hanno più nome.
"La loro nascita corrisponde proprio alle nascite realizzate nella navata coperta."
Ogni volta che un individuo percorre con pieno profitto la via iniziatica delle tre lastre, persi i "pensieri e i sentimenti personali", egli genera il proprio lo superiore.
Quell'io superiore che nelle Nozze Chimiche è rappresentato dal Re e dalla Regina generati dalla iniziazione.
E per questo che il Re dice a Christian Rosenkreuz che egli è suo padre.
Essi sono senza nome, in quanto esistenti allo stato di potenzialità; chi dà loro il nome e, ad un tempo, li genera (in questo caso possiamo considerare le due cose coincidenti) è l'oggetto di ogni iniziazione: chi porta a termine la conoscenza di tutte e tre le lastre

Da:
http://www.camelot-irc.org/forum/showthread.php?t=1373
http://digilander.libero.it/ilsitodelmistero/trelastregraal.htm

martedì 5 luglio 2011

Il Graal - VI


Christian Rosenkreuz si trova di fronte a quattro strade ed è piuttosto imbarazzato nello scegliere quale prendere, soprattutto perché l’indicazione gli dice che, qualsiasi egli scelga, non c’è possibilità di ritorno. La prima è sassosa e pericolosa perché le aride rocce di un secco materialismo fanno sorgere l’inganno. Un ricercatore spirituale deve essere molto maturo per percorrere con sicurezza questa strada.
La seconda è una strada lunga ma sicura, la via della vita terrena, la via della fedele e paziente meditazione che porta lentamente ma sicuramente alla meta, purché il viaggiatore non si volti né a destra né a sinistra. Una porta a trascurare i compiti terreni per sogni non realistici ed è chiamata, nella Scienza Spirituale, la Via di Lucifero, la deviazione a sinistra. La deviazione a destra va in una così profonda immersione nelle cose materiali che niente di spirituale sembra avere realtà, ed è la Via di Arimane.
La terza strada è la Via Regia attraverso la quale gli uomini che hanno raggiunto la maturità in una reincarnazione precedente possono velocemente e facilmente trovare la loro Via allo Spirito.
La quarta, circondata di fuoco e di nubi, può essere attraversata soltanto da coloro che non siano più carne; è adatta soltanto per corpi incorruttibili.
Le quattro strade sono le vie aperte dalle quattro incarnazioni del nostro pianeta: l’antico Saturno, l’antico Sole, l’antica Luna e le fasi evolutive della Terra.
Noi denominiamo Luna quel pianeta precedente la Terra, e con ciò nondimeno la Luna di oggi, ch’è solo un frammento, un residuo della Luna antica, ma intendiamo uno stato precedente della nostra Terra che ebbe esistenza una volta e passò poi per un periodo di vita spirituale che usiamo chiamare pralaja, così come l’uomo passa per uno stato spirituale dopo la morte. Quel pianeta lunare è poi rinato, come rinasce l’uomo. A sua volta però lo stato planetario della Luna è la reincarnazione di uno stato planetario precedente che chiamiamo Sole. Questo Sole, che però non è il Sole attuale ma un essere del tutto diverso, è la reincarnazione dell’ultimo pianeta al quale dobbiamo guardare, quando parliamo delle diverse reincarnazioni della nostra Terra, e cioè l’antichissimo Saturno.
La strada rocciosa e sassosa è quella dell’antica Luna; la strada lunga e sicura è quella della Terra; la Via Regia quella dell’antico Sole, che soltanto gli alti iniziati possono percorrere; la strada “adatta soltanto ai corpi incorruttibili” è quella dell’antico Saturno.
Christian Rosenkreuz si siede e comincia a mangiare il suo pane. Improvvisamente una colomba bianca come la neve vola giù, messaggera di pace e di amore, ed egli divide il suo pane con lei. Possiamo dire che la sua volontà è messa a disposizione di questa messaggera dello spirito. Ma anche il corvo che la molesta è un messaggero del mondo spirituale: ci vengono in mente i corvi di Elia, ed il fatto che il Corvo era il primo grado in certe iniziazioni.
Seguendo i due uccelli nello sforzo di aiutare la colomba, il viaggiatore si trova già sulla seconda strada. Una tale scelta non può essere presa dalla mente conscia, e noi sappiamo che avvenimenti apparentemente sfortunati possono portarci a fare un passo nella direzione giusta. Christian Rosenkreuz sente pietà ed amore per l’uccello, e questi sentimenti sono spesso una guida più sicura del giudizio intellettuale. Si volta e considera se tornare indietro; ma un vento così forte soffia contro di lui che egli si accorge che sarebbe impossibile. Una volta intrapreso un sentiero occulto, il ricercatore spirituale non può tornare indietro. Si accorge anche di aver lasciato il suo pane – la sua volontà spirituale – dietro di sé.
Così egli procede con sicurezza per tutta la giornata lungo la strada, viaggiando verso sud, seguendo la direzione del volo della colomba e usando la sua bussola per non deviare a destra o a sinistra.
Abbiamo detto che la tavola quadrata è quella della Cabala, o meglio, Quabala che significa tradizione; quelle tradizioni ebraiche che si vogliono risalenti ai primi uomini.
A quei primi uomini che non avendo ancora commesso il peccato d'orgoglio, ed essendo quindi in uno stato di contatto diretto con Dio, possedevano la conoscenza di quella dottrina che è esposta nei Sacri Libri.
La rivelazione della chiave per l'esatta comprensione delle Sacre Scritture è stata fatta, perciò, all'Adamo Terrestre: l'uomo e gli uomini ad un tempo.
Questa è perciò una tavola di illuminazione, che tende a recuperare la Parola, la conoscenza globale del mondo.
Tramite essa si ha il raggiungimento di quello stato adamitico verso il quale tende Christian Rosenkreuz dopo la prova dei pesi. Dopo aver dimostrato di possedere la conoscenza delle sette arti liberali gli vengono date dal re le insegne del Toson d'Oro e del leone rampante.
Il primo rappresenta la trasfigurazione della vita nel sentimento ed il secondo che questo sentimento si innalza verso lo spirito.
Gli adepti, quindi, iniziati alla Grande Opera, hanno accesso alla comprensione della Tavola quadrata ma non a quella rettangolare poiché per arrivare ad essa bisogna che, come per Christian Rosenkreuz, l'Alchimia lasci il posto alla Teologia.
La prima è infatti rivolta alla penetrazione dei segreti della terra mentre la seconda è rivolta verso i segreti del Cielo.
"Lancillotto, se non state attento nell'astenervi dal commettere peccato mortale e non abbandonerete i pensieri terreni e le delizie del mondo, invano andrete in questa Cerca. Sappiate che la vostra cavalleria non vi sarà di nessun aiuto se lo Spirito Santo non vi mostrerà la via da seguire in tutte le avventure che incontrerete". Questo disse l'eremita a Lancillotto e questo è l'ammonimento che deve sempre tener presente ogni iniziato alla Tavola quadrata. Ma non basta, l'eremita prosegue ancora dicendo che chiunque avesse una fede cosi misera e debole da credere che il proprio coraggio possa servire più della Grazia di Nostro Signore, allora per costoro non esisterebbe altro che vergogna e non potrebbe ottenere assolutamente alcun risultato.
In tutta la Cerca è costantemente ribadito questo concetto della pericolosità della cavalleria, che dà forza e potenza a chi vi appartiene e che quindi dà la possibilità di fare, ad un tempo, molto bene ma anche molto male.
L'Eremita dice a Lancillotto che entrò a far parte del grande ordine della cavalleria provvisto di tutte le bontà e virtù terrene ma, quando rinnegò il Cristo per diventare il servo del Diavolo, in lui "entrarono tante virtù del nemico quante prima erano state quelle di Nostro Signore".
"Appena i tuoi occhi furono riscaldati dall'ardore della lussuria, cacciasti l'umiltà per accogliere l'orgoglio, cominciasti ad andare a testa alta, fiero come un leone: segretamente pensasti che non avresti più badato a nulla finché non fosti riuscito ad ottenere ciò che volevi da colei che ti sembrava così bella".
E questo ci mostra come gli strumenti di lavoro per l'edificazione dell'uomo possono diventare strumenti di offesa e di morte quando l'orgoglio prende il posto dell'umiltà.
La cavalleria diventa solo cavalleria terrena e ai suoi appartenenti viene interdetta ogni possibilità di elevazione, intenti, come sono, alla ricerca di gioie mondane.
"Infatti la Cerca non è di cose terrene ma Celesti" e perciò la vista del Santo Graal sarà preclusa a tutti coloro che non si lasceranno guidare da Dio nell'arida razionalità di questa Tavola. È necessario perciò lasciare la cavalleria terrena per appartenere a quella celeste.
Solo così si potrà passare dalla Tavola quadrata a quella rettangolare; dalla scacchiera alla Tavola dell'Ultima Cena.

Da: Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz

http://digilander.libero.it/ilsitodelmistero/trelastregraal.htm

lunedì 4 luglio 2011

Il Graal - V



La lastra quadrata ben si lega al simbolismo della scacchiera.
Il gioco degli scacchi, come è noto, è originario dell’India, ma anche gli Egizi conoscevano un gioco molto simile: il Senet, la cui prima raffigurazione risale al 2600 a.C. con il faraone Hesy. L’Occidente medievale lo ha conosciuto grazie alla mediazione dei Persiani e degli Arabi, come testimonia fra l’altro l’espressione “scacco matto” (in tedesco: Schachmatt) derivante dal persiano shah (re) e dall’arabo mat (è morto).
Rappresenta essenzialmente il conflitto fra devas e asuras, che si disputano la scacchiera del mondo. È qui che il simbolismo del bianco e del nero, già contenuto nell’alternanza delle caselle della scacchiera, acquista tutto il suo valore: l’armata bianca è quella della Luce, l’armata nera è quella delle tenebre. Da un punto di vista relativo, la battaglia raffigurata sulla scacchiera rappresenta sia quella di due veri e propri eserciti terreni, ciascuno dei quali combatte in nome di un principio, sia quella dello spirito e delle tenebre nell’uomo (in una guerra santa, è possibile che ciascuno dei due avversari possa legittimamente considerarsi il protagonista della lotta della Luce contro le tenebre. È questa un’altra conseguenza del duplice senso di ogni simbolo: quello che per l’uno è espressione dello Spirito, può essere l’immagine della materia tenebrosa agli occhi dell’altro). Ma la scacchiera è anche un simbolo legato ai Templari e al loro vessillo, il beauceant, (spesso scritto anche in altre grafie: baussant, bauçant o beaucant), che sia in forma di scudo che di bandiera era suddiviso in due parti opposte: il bianco e il nero.
Essa arrivò in Europa proprio dalla Terrasanta, luogo di operazione dei Templari, importata dai soldati che tornavano dalle Crociate con qualche piccola modifica occidentale (il pezzo del visir si tramutò nella regina). Si dice che i pavimenti del Tempio di Salomone (sulle rovine del quale alloggiavano i Templari in Palestina) fossero disegnati proprio di quadrati bianchi e neri, come simbolo della contrapposizione del bianco e del nero e, in senso allargato, del bene e del male, dell’istinto e della ragione. Nella costante lotta tra il buio e la luce c’è insita la consapevolezza che l’uno non può esistere senza l’altra (una sorta di versione occidentale del ben più noto simbolo dello yin e dello yang).
Molti edifici sacri legati ai Templari riportano ancora oggi l’elemento del bianco e del nero, in alcuni simboli e negli stessi pavimenti con piastrelle bianche e nere alternate, enormi scacchiere sui quali si camminava come pedoni umani. 
Il Bianco muove sempre per primo. Il Bianco rappresenta oltre la Luce, l'anima pura, l'energia sacra che abbiamo al nostro interno. Il Nero invece, alchimisticamente, rappresenta la Nigredo, la Nera Notte dell'Anima, la morte spirituale che dobbiamo affrontare in vista della Resurrezione.
Anche presso i Celti vi era un gioco simile agli scacchi: il fidchell (o fidhcheall, fidceall, fithchill) in irlandese o gwyddbwyll in gallese. Il nome in irlandese e in gallese è un composto col significato di "la saggezza del legno". Nelle leggende irlandesi il fidchell è giocato da re, dèi e guerrieri, ossia da chi manovra opportunamente le Forze del Bianco e del Nero e può determinare le sorti dei popoli.
La sua invenzione era attribuita al dio Lugh e un abilissimo giocatore era suo figlio Cúchulainn. Varie partite di fidchell formano un importante episodio del Tochmarc Étaíne.
Nella letteratura gallese appaiono spesso tavole di gwyddbwyll prodighe, a volte mistiche. Ne Il Sogno di Rhonabwy, un racconto associato al Mabinogion, re Artù e Owain mab Urien giocano a gwyddbwyll con pedine d'oro su una scacchiera d'argento. Ne Il Sogno di Macsen Wledig Eudaf sta intagliando le pedine per la sua scacchiera d'oro, quando viene visitato dall'imperatore Magno Massimo. La scacchiera di Gwenddoleu ap Ceidio appare tra i Tredici Tesori dell'Isola di Britannia in cataloghi risalenti al XV-XVI secolo: la scacchiera era d'oro, le pedine erano d'argento e giocavano tra di loro muovendosi da sole. Tradizionalmente l’argento simboleggia il principio lunare, mentre l’oro simboleggia il principio solare e regale. Una scacchiera magica simile appare in Peredur ab Efrawg. Una serie di versioni francesi delle storie sul Graal citano scacchiere simili con pedine semoventi (la Seconda Continuazione del Perceval di Chrétien de Troyes) o con solo una parte che si muovono da sole, mentre le altre vengono mosse dall'eroe (la Storia del Graal).
Tornando al simbolismo della scacchiera e dei suoi pezzi, l’Alfiere è Giove, si muove definendo un triangolo rappresentando il potere spirituale.
Il Cavallo è Marte, si muove con un salto improvviso, rappresentando il salto intuitivo dell’iniziato.
Il Pedone infine è l’uomo che percorre la scacchiera con piccoli umili passi, ma, nel caso riesca ad arrivare senza soccombere alla fine del campo di gioco superando tutti gli ostacoli, potrà ottenere il potere assoluto della Madre Terra, un percorso iniziatico che porta alla trasformazione alchemica di se stesso come uomo in Regina come Dea che può andare ovunque, il ritorno al Femminino sacro universale. Ma questo solo per l’unico pedone in tutta la scacchiera che riuscirà nell’intento.
Non a caso raramente interviene la fortuna, come accade in molti giochi dove vi è spesso l’elemento del caso, negli scacchi vince il più astuto e intelligente giocatore. Colui che sa vedere “oltre”, che sa intuire le mosse dell’avversario, che sa costruire una attenta strategia. L’eterna lotta tra luce ed ombra ove viene messo in gioco il cosmo intero.
Inoltre i quadrati sono 64, il numero della realizzazione dell’unità cosmica.
L’intero gioco era un’unica ricerca del Graal, si doveva combattere contro forze oscure e affrontare astute prove.  Inoltre la Regina e il Cavallo possono muoversi nella scacchiera in tutti i sensi. È quella cavalla, “cabala”, conoscenza della tradizione, che montata dal cavaliere lo fa muovere nella scacchiera quadrata utilizzando il cerchio.
L' importante, ora, è porre in evidenza che questa, che è una tavola intellettuale, non può per questo fare a meno della precedente iniziazione per non cadere nell'aridità di quei numeri che si possono usare con la sola facoltà del cervello ma che nulla significano se non si è stati istruiti alla loro lettura.
"Disgraziato colui che prende il vestito per la legge stessa, dice lo Zohar".
Il cavaliere è quindi l'iniziato alla tavola quadrata, è colui che entra nella Cattedrale montando il cavallo.
Ogni operazione che si compie sulla Tavola quadrata è essenzialmente razionale, al limite, di organizzazione, ma, contemporaneamente, le leggi che presiedono a queste operazioni non sono assolutamente il frutto del puro intelletto umano.
Sempre, ogni operazione dell'uomo deve essere guidata da Dio e questa è, più delle altre, la Tavola delle incertezze, e perciò molto difficile; simile alla prima strada che si presenta di fronte a Christian Rosenkreuz nelle sue Nozze Chimiche:
"La prima è breve ma pericolosa e passa attraverso vari scogli che tu potresti superare solo a grande fatica".
Sono questi gli scogli del materialismo, generatori dell'inganno che fanno sì che quel ricercatore spirituale che vuole percorrerla senza pericolo e incertezze debba essere molto maturo


Da:
http://digilander.libero.it/ilsitodelmistero/trelastregraal.htm
        http://www.luoghimisteriosi.it/toscana_vicopancellorum.html