Nebbiario di una Viandante - blog in cui si sale e si scende come nel Tor di Glastonbury. Il cammino non è progressivo, ma ogni scritto apre una porta o discosta un velo di nebbia; non c’è linearità nel procedere, ma un giorno, inaspettatamente, ci troveremo sulla cima del Tor e da lì la Visione sarà chiara, allora saremo in grado di entrare nella collina sacra, allora saremo in grado di chiamare la Barca e di giungere all’Isola delle Mele, finalmente a Casa
Attraverso i disegni dei gioielli dei popoli tribali dell’antica Europa possiamo ricavare un’illuminante prospettiva sulla visione del mondo del Wyrd. L’aspetto comune alle opere d’arte dei sassoni, dei celti e dei vichinghi, consisteva in disegni minuti, spesso in oro, nei quali le linee si intrecciano e si avvolgono fino a formare una rete di connessione di fili dorati apparentemente senza interruzione. È un’immagine di interconnessione totale. Ogni cosa implica e coinvolge ogni altra cosa come in un sistema ecologico onnicomprensivo.
I disegni non sono però caotici, non procedono a caso, ma sembrano avere uno scopo, una direzione, un modello definito. Le antiche decorazioni incise nel legno o nel metallo, che siano figurative o astratte, trasmettono un’impressione analoga di movimento costante, ma controllato. L’impressione prevalente è di una vitalità e di una energia tremende racchiuse in un universo finito.
Le immagini che ci offrono i racconti tradizionali sulla creazione e sulla natura della vita rafforzano questa impressione, perché tutto nell’universo mitologico dei nostri antenati è in movimento incessante, come il moto delle particelle subatomiche nella fisica contemporanea.In quei racconti il sole e la luna sono rappresentati come corpi in fuga attraverso i cieli, inseguiti da un branco di lupi ululanti con le fauci spalancate pronti a sbranarli. L’Albero del Mondo, l’immagine centrale intorno alla quale è raffigurato tutto il mondo, subisce un’aggressione costante, con serpi e draghi che addentano le sue radici e cervi che ne mangiano le fronde. Ma le tre Sorelle del Wyrd ristorano e rigenerano ogni mattina le radici dell’albero con un liquido potente tratto da un pozzo sacro, perché solo grazie a questo bagno incessante Yggdrasil può conservare la propria vita e la propria forza. Intanto uno scoiattolo scorazza su e giù per il tronco recando messaggi insultanti scambiati fra un’aquila, appollaiata sulla cima più alta, e le serpi che divorano le radici.
La mitologa Rosalie Wax afferma che la costante attività di questo universo le dava l’impressione
di essere spettatrice “di una danza intricata nella quale ogni entità segue il percorso energetico che le è assegnato e adempie alla sua propria funzione. I corpi celesti girano e, alla giusta distanza, vengono inseguiti dai lupi famelici. L’Albero del Mondo viene consumato e corroso, ma i suoi rami, alimentati da somministrazioni regolari del liquido sacro, rifioriscono sempre”. Perciò in questo universo tutti gli aspetti, le forze, gli esseri e le immagini si muovono non perché siano stati messi in movimento da qualche forza esterna, come avviene nel nostro moderno paradigma di “causa-effetto”, ma perché il movimento o l’azione è la loro essenza intrinseca. Si tratta di una visione dell’universo più affine alle teorie del caos che stanno emergendo oggi, secondo le quali l’ordine sottostante a tutti i fenomeni non può essere colto se consideriamo i singoli elementi, ma può rendersi visibile se se consideriamo lo schema globale di attività. Al contrario la nostra comprensione scientifica tradizionale della realtà e anche il nostro senso comune tendono a riferirsi a un universo di cose separate, animate e inanimate, che agiscono l’una sull’altra mentre “si spostano” nello spazio vuoto e che passano da uno stato all’altro. Philip Rawson descrive il nostro modo di esperire e di misurare il tempo come una suddivisione del tempo in momenti numerabili, ciascuno dei quali è separato e astrattamente identico a tutti gli altri, a prescindere dall’unità di misura prescelta, sia essa grande o piccolissima. Nella nostra percezione lineare e unidirezionale del tempo le cose indipendenti sono l’una “causa” dell’altra. Questo punto di vista, che isola sequenze osservabili e ripetibili di eventi nel mondo materiale, è stato prezioso per sviluppare la scienza e la tecnologia. Ma ogni volta che si ha a che fare con una dimensione psicologicamente o spiritualmente più sofisticata quest’immagine dell’universo in blocchi separati finisce ben presto in frantumi. Il punto di vista del Wyrd riconosce invece che, sebbene i concetti di cose e stati separati corrispondano a una realtà sperimentale (a esempio si esperisce una porta come qualcosa attraverso la quale accediamo a un altro spazio), il sottostante mondo del Wyrd è anche una rete ininterrotta di mutamenti e cambiamenti continui, interconnessi a tutti i livelli (una porta è anche un albero in transizione, sulla strada che lo porta a diventare infine legna da ardere).
I disegni contorti dei gioielli, con il loro intreccio apparentemente interminabile di fili d’oro, illustrano che le forze sono in moto perpetuo e sempre in relazione reciproca. L’equilibrio tra le forze è molto precario. La Wax scrive:
Un momento di inerzia da parte di qualunque creatura nell’universo potrebbe condurre a un cumulo di effetti che porterebbero tutto il sistema alla rovina… Se il sole o la luna si arrestassero nel loro volo, sarebbero inghiottiti e la luce sparirebbe dalla terra. Se i lupi si stancassero e si riposassero, il corso naturale del giorno e della notte cesserebbe. Analogamente se Thor si riposasse nella sua battaglia contro i giganti o Odino si fermasse nella sua ricerca della saggezza, Asgard, la cittadella degli dei, crollerebbe.
L’effetto complessivo di questa interrelazione critica di forze, intrecciate ed equilibrate, è dinamico, eccitante e persino entusiasmante. Quest’immagine dell’universo è in sintonia con il ciclo incessante della nascita e della morte e con il dinamismo essenziale della vita. Non una vita come meccanismo, ma una vita in cui ogni complesso organismo che vive e respira è inseparabile dagli altri organismi e dall’ambiente.
Come ogni filo del gioiello si trova in uno stato di interdipendenza reciproca dagli altri fili ed è impossibile sciogliere i nodi che congiungono i fili dorati sicché una trazione su ogni filo produce una trazione inevitabile e complementare in altri fili, così, analogamente nella mitologia Wyrd, si ha una rete di forze nella quale una perdita di equilibrio in un aspetto determina la rovina di un altro aspetto. Potremmo dire che in questa visione le forze della vita sono collegate da una rete di fili dorati. I fili collegano assolutamente ogni cosa: eventi fisici, sociali, psicologici e psichici; oggetti, pensieri e sentimenti, il materiale e l’ineffabile. Tutto è avvolto in un intreccio così delicato che ogni movimento, ogni pensiero, ogni accadimento, non importa quanto piccolo, si ripercuote attraverso la rete.
Sembra che i nostri antenati avessero la sensazione di essere inestricabilmente connessi non solo al mondo naturale, ma anche a tutto il resto, dalle cose banali e particolari, alle realtà significative e universali. Sotto questo profilo oggi stiamo ancora cercando di riscoprire ciò che un tempo loro avevano capito
I popoli dell’antica Europa consultavano i pozzi per avere un’indicazione in questioni personali di una certa importanza. Pozzi particolari erano talvolta riservati solo alle donne o agli uomini perché nella profondità dell’acqua era racchiuso un certo tipo di conoscenza riservato solo all’uno o all’altro sesso. Un esempio simile, sopravvissuto fino a poco tempo fa, è nell’isola di Aran, di fronte alla costa occidentale dell’Irlanda, dove le donne pregavano per i bambini al pozzo di St. Eaney mentre gli uomini visitavano un altro pozzo non molto lontano.
I pozzi che potevano essere consultati sia dalle donne sia dagli uomini erano spesso controllati dalle donne. Un malato che si recava a un pozzo per guarire girava attorno al pozzo tre volte in senso orario, facendo attenzione a restare in silenzio. Poi si inginocchiava e pregava la divinità per la sua guarigione… poi beveva l’acqua, si faceva il bagno o si lavava le membra o le piaghe, probabilmente aiutato dalla sacerdotessa del pozzo. Dopo averla debitamente ricompensata, faceva un’offerta alla divinità del pozzo… e appendeva la benda o un pezzo dei suoi indumenti al pozzo o a un albero vicino in modo da restare in continuo rapporto con gli influssi salutari.
Ma più spesso i poteri del pozzo erano riservati alle donne e i riti servivano al sapere femminile piuttosto che a quello maschile. Le donne erano associate con i pozzi più degli uomini anche per ragioni pratiche. In molte società tradizionali andare a prendere l’acqua al pozzo era un compito quotidiano svolto in genere dalle donne.
I pozzi non erano soltanto fonti del liquido per l’uso materiale, ma anche vie di accesso alle profondità del Grande Mistero. Esercitando l’arte della divinazione presso i pozzi, le donne potevano attingere a profondi segreti, a questioni che le riguardano come donne e che gli uomini non potevano scoprire.
Ad esempio al Pozzo di Sant’Elena a Rudgate una leggenda vuole che lo spirito originario del pozzo soleva accettare offerte da giovani ragazze sotto forma di capi del loro vestiario appesi a un albero vicino. Secondo la leggenda lo spirito del Pozzo di Sant’Elena, una volta ricevuta l’offerta, avrebbe rivelato in sogno alla ragazza l’identità e l’immagine del futuro marito. La Chiesa riconsacrò il pozzo a Sant’Elena circa ottocento anni fa e dunque questo racconto si riferisce a un periodo almeno così antico.
Una leggenda simile è legata al Pozzo Pin di Brayton, vicino a Selby. Una giovane ragazza che si recava al pozzo per conoscere l’identità del futuro marito venne trasformata dagli spiriti del luogo in un folletto. In cambio di alcune spille (pin) che la ragazza buttò nel pozzo per soddisfare gli elfi, che le usavano per il “colpo degli elfi” (causa di particolari malattie preliminari all’iniziazione nella vita sciamanica), gli spiriti accettarono di rivelarle la visione del suo “vero amore”. Il clero locale esorcizzò il pozzo e lo riconsacrò alla Madonna.
Oltre a questi pozzi che servivano a predire i futuri amori delle giovani donne, altri avevano il potere di conferire la fertilità. Il parto era un aspetto importantissimo della vita nella cultura tribale e le donne si recavano in pellegrinaggio ai pozzi, ne bevevano l’acqua o vi si lavavano, indossavano vesti di cui avevano immerso l’orlo nell’acqua del pozzo, imploravano lo spirito del pozzo per avere un parto facile o latte abbondante per nutrire il bimbo. Il Pozzo della Sposa vicino a Corgaff in Grampian era visitato dalla futura sposa la sera prima del matrimonio. Ella bagnava i piedi e la parte superiore del corpo nel pozzo per assicurarsi di avere bambini e deponeva una pagnottella e del formaggio in modo che i suoi figli non dovessero mai patire la fame.
I riti eseguiti dalle donne per ottenere il favore del pozzo continuarono in taluni casi fino a epoca molto recente: verso la fine degli anni sessanta dell’Ottocento due uomini poterono assistere in segreto per caso a un rito di fertilità eseguito presso il sacro pozzo di Melshach nella parrocchia di Kennethmont in Grampian. Questa la narrazione dell’episodio scritta da J.M. McPherson:
Il primo sabato di maggio un guardacaccia, accompagnato da un esperto di Aberdeen, s’incamminò verso la riserva di caccia nella brughiera per indagare sulla malattia dei galli cedroni che allora decimava questa specie. Da una certa distanza scorsero un gruppo di donne vicino al pozzo. Con l’ausilio di un binocolo le spiarono. Le donne, con le maniche arrotolate sulle braccia e con le mani giunte, stavano danzando in cerchio intorno al pozzo. In mezzo a loro sedeva una vecchia che immergeva un vasetto nell’acqua e poi le aspergeva. Erano donne sposate che non avevano avuto figli ed erano andate al pozzo per ricevere le sue virtù fecondatrici. Senza dubbio mentre danzavano ripetevano cantilene, ma i due osservatori erano troppo lontani per sentire… il fatto singolare è che questa usanza si sia protratta fino a una data così recente.
In tutto il mondo i pozzi sono stati da lungo tempo associati con le donne. Lo studioso di mitologia Joseph Campbell suggerisce che il legame dei misteri femminili con l’acqua si basa essenzialmente sul collegamento fra le acque della nascita e quelle del cosmo; il fluido amniotico è comparabile all’acqua che in molte mitologie rappresenta la sostanza elementare di tutte le cose. Nell’antica Europa i pozzi rappresentavano ingressi segreti nel corpo della Madre Terra, nel mondo sotterraneo, e tutti riconducevano al Pozzo del Wyrd. E siccome la forza vitale dell’acqua proveniva dalle Sorelle del Wyrd, era associata in maniera particolare con i misteri, i poteri e la conoscenza delle donne. Questo legame sacro tra le donne e l’acqua è comune a quasi tutte le culture tradizionali.
In “fondo” al pozzo ci sono le Tre Sorelle. Vicino a tutti i pozzi c’era un albero, come rappresentazione naturale dell’Albero del Mondo nei pressi del quale si trovava il misterioso Pozzo del Wyrd. Nel poema Svipdaqsmal si dice che l’Albero del Mondo, nutrito dalle sorelle, ha il potere di guarigione delle donne. E che i suoi frutti devono essere bruciati nel fuoco e dati alle donne nel momento del parto “in modo che ciò che è dentro possa uscire fuori”. Questo impiego dell’immagine dell’Albero del Mondo, il mangiare frutti “bruciati” per aiutare il parto, sono modi del sapere delle donne.
Frau Holle, secondo l’antica tradizione germanica riportata dai Grimm, conservava al sicuro nel fondo del pozzo gli spiriti dei bambini non nati finché era necessario. Alla nascita i bambini venivano spruzzati con l’acqua di un pozzo sacro in una cerimonia di imposizione del nome al neonato che è all’origine del rito del battesimo; l’acqua scaturiva dal Pozzo del Wyrd e perciò era benedetta dalle Sorelle del Wyrd mentre nutrivano l’Albero della Vita
Le tre Sorelle del Wyrd dimoravano proprio sotto una delle tre enormi radici dell’Albero del Mondo in una cavità vicino al pozzo del Wyrd, che conteneva uno specchio d’acqua di grande saggezza. Ogni notte, sotto lo splendore della luna, le sorelle attingevano l’acqua dalla pozza e, mescolandola con l’argilla delle sponde, impastavano la radice dell’Albero del Mondo per mantenerla umida. Gli spruzzi del loro sciabordare cadevano su tutta la Terra di Mezzo e scintillavano come gocce di rugiada nella prima foschia mattutina. Snorri Sturluson ci dà questa descrizione:
So che lì si erge un frassino
chiamato Yggdrasil,
un albero altissimo
cosparso di bianca argilla;
la rugiada goccia dall’albero
e cade nelle valli:
è un albero sempreverde
vicino alla sorgente del Wyrd.
Svolgendo questo loro compito notturno le tre sorelle sono le nutrici della creazione. L’acqua nel Pozzo del Wyrd viene dall’inizio del tempo. Le Sorelle del Wyrd nutrivano l’Albero del Mondo con quest’acqua e perciò sorreggevano l’intero edificio di Yggdrasil. È questa immagine, questa sacra visione di come il mondo fu creato in termini spirituali che spiega l’importanza particolare delle acque profonde e correnti. Infatti l’acqua che sgorgava sulla superficie della Terra di Mezzo veniva dalla sorgente, dagli elementi che nutrivano e consacravano l’Albero della Vita, dal Pozzo delle Sorelle del Wyrd. Per questa ragione i nostri antenati consideravano sacri i pozzi, in quanto essi rappresentavano nella Terra di Mezzo il gran Pozzo del Wyrd.
Le acque dei pozzi provenivano dal Pozzo del Wyrd; perciò i pozzi erano luoghi ideali per il culto, per la meditazione, per le celebrazioni e le benedizioni. Ogni pozzo veniva considerato una realtà unica, con la sua presenza particolare e il suo modo specifico di collegare il mondo terreno della psiche con il mondo sacro dello spirito. I pozzi ci mettevano in contatto con l’Oltremondo. Un aspetto di questo collegamento era che i pozzi potevano aiutarci a prevedere gli avvenimenti, a essere “pre-veggenti”, a gettare lo sguardo nel futuro.
I pozzi erano come oracoli e rispondevano a tutte le domande dell’interrogante con una certa varietà di segni. La maniera in cui l’acqua scorreva o l’altezza del livello dell’acqua, la formazione di bolle sulla superficie quando un’offerta veniva lasciata cadere nel pozzo, il fatto che gli oggetti immersi nel pozzo galleggiavano o affondavano: tutti questi indizi erano la risposta del pozzo alle domande.
Nei tempi più antichi le domande venivano formulate e le risposte venivano interpretate dagli sciamani e dai veggenti delle tribù. Per esempio in un antico racconto tribale un uomo di nome Loddfafir dichiara: “Sono stato vicino al Pozzo del Wyrd, ho fissato l’acqua in silenzio, mi sono interrogato e ho meditato. A lungo ho ascoltato alla porta della sala dell’Eccelso. Questo è ciò che ho sentito”. Egli quindi prosegue il racconto facendo profezie per il popolo riunito in assemblea grazie alla sua prescienza o vista sciamanica. Nella sua interpretazione sacra del pozzo Loddfafir spiega che fissare l’acqua, interrogarsi e meditare gli hanno permesso di ascoltare “alla porta della sala dell’Eccelso”; in altre parole di origliare le parole di Odino, il dio degli sciamani. Perciò le acque cristalline del pozzo avevano una funzione simile alla sfera di cristallo delle leggende successive.
Oggi possiamo capire come la meditazione su un problema o su una questione può giovarsi di una proiezione psicologica; ciò significa che possiamo usare i segnali che provengono dall’acqua, come pure oggetti quali il pendolo o le carte, per far scattare dalle profondità del nostro animo una decisione. Ma di recente un ingegnere tedesco, Theodor Schwenk, ha dischiuso una miriade di ulteriori possibilità con i suoi studi sulle proprietà comunicative dell’acqua; possibilità che ci aiutano a capire più profondamente il rispetto dei nostri antenati per l’acqua.
Schwenk ipotizza che la sensibilità dell’acqua può essere grande come quella dell’orecchio umano. “Una brezza leggera che soffia sulla superficie dell’acqua subito la increspa formando onde le più minute che si possa immaginare… L’acqua può essere ancora di più “impressionata” se si scaglia su di essa una pietra e può trasmettere ritmicamente questa impressione alla sua massa intera. I grandi ritmi delle maree sono una risposta a forze che agiscono nel rapporto reciproco tra la Terra e il cosmo… e di cui l’elemento dell’acqua, grazie alla sua maggiore impressionabilità, è un “organo di senso” ricettivo.”
Schwenk prosegue definendo l’acqua “il medium impressionabile per eccellenza”. Egli considera le superfici che la delimitano come ricettori, resi particolarmente sensibili dalla presenza di complessi giochi di onde che li trasformano in strutture dotate di alcune proprietà delle membrane viventi.
Il biologo Lyall Watson fa notare che d’inverno in un singolo lago o in un bacino o in un pozzo l’acqua esiste di solito in tutte e tre le forme (come ghiaccio, come liquido e come vapore) e poiché l’acqua può rapidamente mutare stato per effetto di piccole variazioni delle condizioni ambientali, un sistema simile dev’essere sensibilissimo, capace di reagire ai mutamenti dell’ambiente e forse di registrare tali cambiamenti come modelli di informazione.
Analogamente Theodor Schwenk concluse che “un corso d’acqua, gorgogliando per lo più sopra le pietre, forma innumerevoli superfici interne e numerosi vortici che sono tutti organi di senso aperti al cosmo” e trasmette le “impressioni” così ricevute alle piante, agli animali e alle persone.
Perciò la ricerca scientifica contemporanea ci ricorda che ci sono molte cose che non comprendiamo ancora e che dovremmo mantenere una mentalità aperta circa le proprietà sensoriali e comunicative dell’acqua. I veggenti e gli sciamani dell’antica Europa capivano il linguaggio delle acque profonde senza bisogno della conferma della scienza
Con mia grande sorpresa la fanciulla di Foglie al Vento ha premiato il mio blog, sono molto contenta di questo premio, dato da una romantica giovane mediterranea dall’anima irlandese e dalle mani fatate nel vero senso della parola, ogni volta che vado a trovarla nella sua dimora country incontro anche dei miei carissimi vecchi amici: Sarah Kay e i dolcissimi fidanzatini di Peynet!
Le regole del premio sono:
1. dedicare un post al premio ricevuto linkando la persona che ci ha premiato;
2. scegliere da 3 a 5 blog che ci seguono e che abbiano meno di 100 follower
San Guénolé, (in latino Winwallus o Winwaloeus, in cornico Winwaloe che significa “colui che è chiaro, biondo” o “colui che è bello”, inteso come bellezza interiore che risplende, un po’ come il nome del mitico bardo Gwion Bach, Fronte Luminosa), era figlio di Fracan, principe della Dumnonia e di Santa Gwen Teirbron (Bianca dal Triplo Seno, per tale caratteristica patrona della fertilità femminile, probabilmente una druidessa poi cristianizzata, il cui nome richiama la Triplice Dea e Branwen, la dea gallese dal bianco seno, la cui storia si trova nei Mabinogion ed è menzionata nelle antiche triadi gallesi come “una delle tre grandi matriarche dell’isola di Britannia”).
La famiglia di Guénolé andò a vivere in Bretagna per fuggire dall’invasione dei Sassoni.
Guenolé nacque nel 460, probabilmente a Plouguin, vicino Saint-Pabu e visse a Ploufragan vicino Saint-Brieuc con i suoi fratelli, Wethnoc e Jacut. Più tardi furono raggiunti da una sorella, Santa Creiwre. Venne istruito da San Budoc, sulll’isola Lavret, nell’arcipelago di Bréhat, vicino a Paimpol.
Fu il fondatore e il primo abate dell’Abbazia di Landévennec nel 485, dove si seguivano le regole del monachesimo irlandese.
San Guénolé si stabilì lì assieme a undici compagni e divenne in breve tempo amico del re Gradlon, figlio di Conan Meriadoc, la cui storia è anch'essa narrata nei Mabinogion nel Sogno diMacsen Wledig, dove è scritto che Conan è fratello della leggendaria Santa Elena, sposa dell’imperatore Magno Massimo (Macsen Wledig, appunto, in gallese). Conan Meriadoc fu il primo re della Cornovaglia francese, regione storica della Bretagna, detta anche Cornouaille, in bretoneKernev o Bro Kernev, corrispondente in gran parte al territorio meridionale dell’attuale dipartimento del Finistère, a un tratto del dipartimento delle Côtes-d’Armor e a un tratto del Morbihan settentrionale.
La vita di san Guénolé ci è trasmessa dall'abate Wrdistan e dal monaco Clemente, fonte di Wrdistan. Morì il 3 marzo del 532.
Pare che San Guénolé abbia acquisito una reputazione priapica, per via di un’assonanza del suo nome con il verbo engendrer, generare, e per questo divenne un patrono della fertilità (come sua madre, Santa Gwen Teirbron) e uno dei santi fallici, un culto che ha origine dalle pietre fecondative (le pietre viste come nudo parto della Madre Terra) e che poi viene trasferito ai santi. Tra gli esempi di culti fallici, nei santuari di Saint Giles in Normandia e di Saint René nell'Anjou (oggi Maine-et-Loire), le donne dovevano coricarsi per l'intera nottata con le immagini itifalliche di questi due santi nella speranza di restare incinte, oppure una sposa brahmana è tenuta, durante la cerimonia, con l'idea di assorbire la fermezza della pietra,a camminare con il piede destro mentre le vengono recitate queste parole: “Cammina su questa pietra; come una pietra sii salda”. Tale rito indù recupera notevoli affinità con quelli eseguiti nei pressi di Rennes, in Bretagna, dove la donna cristiana desiderosa di figli saltava sulla cosiddetta Pietra delle Spose o si coricava, a Saint-Renan, per tre notti sopra una grande roccia denominata “la cavalla di pietra”. Santi fallici, patroni della virilità, erano anche Cosma e Damiano, invocati ad Isernia dagli uomini con problemi sessuali. San Guénolé e il re Gradlon sono legati alla famosa leggenda bretone della città d’Ys:
La leggenda d'Ys
In quei tempi, Gradlon il Grande, re della Cornouaille, nel sud-ovest della Bretagna, fece costruire per sua figlia Dahut la meravigliosa città di Ys. Trovandosi sotto il livello del mare, Ys era protetta da una moltitudine di dighe. Una chiave chiudeva le porte della diga e solo Gradlon avrebbe potuto decidere di aprirle o chiuderle, permettendo agli abitanti di pescare.
La giovane Dahut, molto devota al culto degli antichi déi celti, accusò Correntin, vescovo di Quimper, di aver reso la città triste e noiosa. Lei sognava una città dove regnasse ricchezza, libertà e gioia di vivere.
Così, Dahut donò alla città un dragone che osservava tutte le navi mercantili. In questo modo, Ys divenne la città più ricca e potente di tutte le città brétoni. Dahut vi regnò con assoluta maestria in nome dell'antica religione dei Celti. Ogni sera, ella faceva venire un nuovo amante al palazzo che a sua volta portava una maschera di seta, ma la maschera era incantata e, all'alba, l'amante si trasformava in unghie di ferro. Così Dahut uccideva i suoi amanti, i cui corpi venivano gettati in una scogliera dell'oceano.
Un bel mattino, un principe vestito tutto di rosso arrivò in città. Dahut si innamorò immediatamente dello straniero. Ma era il diavolo che Dio inviò per distruggere la città di pescatori. Per amore di lui, gli donò la chiave che rubò al padre mentre dormiva. Il principe aprì le dighe e l'oceano distrusse con furia la città passando per le strade e soffocando ogni grido di paura degli abitanti.
Solo il re Gradlon riuscì a scappare da quell'inferno grazie all'aiuto di san Guenolé. Sul suo cavallo marino, si mise a cavalcare nel vuoto, con un peso che non era altro che sua figlia. Con il permesso di san Guenolé, abbandonò il corpo di sua figlia e riuscì a raggiungere la riva.
Ancora oggi, quando il mare è calmo, dei pescatori ascoltano le campane che dicono che Ys un giorno tornerà, più bella che mai.
Dahut era indubbiamente una druidessa che aderiva all’antica religione, poi trasformata in strega malvagia dagli scrittori cristiani. In un’altra versione Guénolé la tramuta in sirena mentre ella sta andando a fondo tra le onde, dimostrando così che le sue arti magiche sono efficaci quanto quelle di qualsiasi druido. La trasformazione di Dahut in sirena da parte di un santo ricorda una leggenda gallese in cui San Patrizio trasformò in pesci delle persone che lo deridevano, quando si trovava presso il lago di Crumlyn, vicino al villaggio di Briton Ferry, nel Galles, ma tra loro c’erano anche delle donne che furono invece trasformate in fate o spiriti delle acque, le Gwragedd Annwn. La trasformazione di donne in Gwragged Annwn da parte di San Patrizio si ritrova uguale anche in relazione ad altri laghi, tra i quali Llyn Barfog (Lago di Barfog, chiamato anche Bearded Lake, Lago del Barbuto), vicino ad Aberdovey, sempre nel Galles.
Anche la madre di Dahut, Malgven, era una strega e druidessa che seguiva l’antica religione. Si diceva che appartenesse alla razza fatata e divina dei Tuatha Dé Danann. Altri dicevano che fosse una strega e una regina del nord del popolo dei Pitti, in Scozia.
Era la moglie di un uomo vecchio che, secondo la leggenda, Gradlon uccise, trafiggendolo con la sua spada, poi la sposò e divenne re a sua volta. Lei gli donò Morvac’h, ("cavallo del mare"), il quale poteva galoppare sulla superficie del mare. Si raccontava che fosse nero e che quando galoppava dalle sue narici uscisse il fuoco. Morvac’h compare anche nella leggenda del re Marc'h di Cornovaglia.
Questi elementi mi richiamano la dea e fata gallese Rhiannon, promessa a un uomo del suo regno fatato, Gwawl, ma che poi sposa un re mortale, Pwyll; non solo, anch'essa possedeva un cavallo magico e quando rimase vedova, sposò in seconde nozze Manannan ap Llyr dell’isola di Man, versione gallese del dio irlandese Manawyddan, un dio del mare che abitava in un regno sottomarino e che perciò ricorda anch’egli re Gradlon. Il collegamento tra dee che hanno come animale totemico il cavallo e dei del mare è un motivo ricorrente nei miti. Secondo Maria di Francia, poetessa della seconda metà del XII secolo, un giorno la vanagloria di Gradlon recò un grande dispiacere a colei che amava, ed ella fuggì; Gradlon si lanciò al suo inseguimento e, quando la raggiunse sulla riva di un fiume, ella gli disse che se avesse tentato di attraversare il fiume per riprenderla, sarebbe annegato. proferendo tali parole la bella fata si tuffò e, veloce come una saetta, guadagnò l'altra riva mentre Gradlon - incurante del pericolo - si gettò egli stesso a nuoto: i flutti, provocati, divennero minacciosi e gli sforzi del re per lottare contro di essi erano vani; Gradlon stava già per morire quando la fata, commossa dall'intrepidezza di colui che amava nonostante fosse stata abbandonata, tornò verso di lui e lo salvò. Ma - ahimè - il re è incostante e, qualche anno dopo, dimentica la fata che lo ha salvato. Gradlon diede il primo vescovo alla Cornovaglia, San Corentin, il quale abitava nella foresta sul Ménez-Hom, nel luogo dove oggi si trova Ploumodiern. Nei pressi del suo eremo scaturiva una sorgente d'acqua cristallina, ove viveva un pesce miracoloso di cui ogni giorno Corentin - per nutrirsi tagliava un pezzo che poi, immediatamente, ricresceva. Un giorno Gradlon, che si era smarrito, durante una battuta di caccia, arrivò letteralmente sfinito per la fame e la stanchezza davanti alla dimora di Corentin il quale - afferma la leggenda - lo fece riposare e lo rifocillò con il suo pesce; e fu senza dubbio per riconoscenza di tale ospitalità che Gradlon nominò Corentin vescovo di Cornovaglia.
Dicono che Dahut, il cui nome significa “la buona magia” (chiamata anche Dahud, Ahes, Ahès, Ahe e Marie-morgan), sia nata in mezzo al mare e che sua madre sia morta dandola alla luce, dopo aver vagato con il suo sposo per un intero anno, infatti Marie-morgan significa “nata dal mare”, come il nome di Morgana, la fata sacerdotessa di Avalon con la quale Dahut presenta molte analogie.
Una credenza diffusa tra quelle popolazioni dice che la città d’Ys riemergerà un giorno per riportare ciò che è stato alla luce. Si disse anche che il re Gradlon, perduta ogni cosa, riparò a Kemper (l’attuale Quimper) e vi fondò un tempio dove ritirarsi. Le origini dell’attuale cattedrale di Quimper, ricca tra l’altro di simbolismi esoterici pre-cristiani, vengono fatte risalire al re Gradlon della città d’Ys. La leggenda si ricollega anche a quelle di altre mitiche città o di intere civiltà distrutte da un’inondazione, come quella di Atlantide.
Sia l’isola d’Ys sia quella di Avalon si dice che esistano ancora, l’una celata dal mare e l’altra dalle nebbie, entrambe dietro veli illusori resi sempre più fitti da secoli di oscurantismo religioso in cui prevalgono il Dio unico delle principali religioni monoteiste o la Dea Ragione degli Illuministi. Nelle leggende celtiche si parla di diversi luoghi dell’Altromondo in cui non esistono né dolore, né povertà, né malattia, né vecchiaia, né morte, pensiamo anche al Sidhe, il regno del popolo fatato che si trova all’interno delle colline irlandesi.
Il principe vestito di rosso si potrebbe anche considerarlo un druido o un essere fatato che ha operato una magia per nascondere a chi vuole imporre la nuova religione cristiana, la città dove gli antichi Dei vengono ancora onorati.
San Guénolé, però, alla luce di quel poco che ho appreso di lui, non credo fosse un monaco intransigente o despota, probabilmente ha semplicemente permesso che Dahut si ritirasse in una terra di pace e di gioia, libera di vivere la fede in cui crede.
È interessante notare che le tradizioni concernenti Dahut nell’area di Pointe du Raz, non distante dalla quale si suppone fosse situata Ys, sono quelle che dipingono Dahut come una “strega buona”. Inoltre, la Baie des Trépassés (Baia dei Morti) poco distante da Pointe du Raz, si trova di fronte all’isola di Sein, l’isola delle nove Gallinacee, le sacerdotesse cui fa riferimento Pomponio Mela.
Il nome di questa spiaggia deriva dalla deformazione di “boe an aon” (baia del ruscello) in “boean anaon” (baia delle anime in pena) poiché un tempo la baia serviva da estuario al ruscello che sbocca oggi nella vicina palude.
Si pensa che la baia servisse come punto d'imbarco per le spoglie dei druidi che venivano portate all'isola di Sein per essere inumate.
La valle della baia è oggi occupata da una palude.
Secondo Jean Markale:
“Oltre a rappresentare il mondo pagano in opposizione a quello cristiano, Dahut è anche simbolo della ribellione contro l’autorità maschile… Il significato pieno del suo agire si chiarisce considerando la sua vita dissoluta come opposta agli insegnamenti della Chiesa Cristiana, qui rappresentata da San Guénolé, a sua volta autentico simbolo dell’autorità maschile”.
Vi è però una storia che parla dell’amicizia tra il santo e un druido nella Vita di San Guénolé che lo presenta come una persona mite e conciliante, scritta nel nono secolo da Wrdistan, un monaco di Landévennec. La tradizione registrata da Wrdistan dimostra che nella Bretagna del sesto secolo i druidi, come antichi aderenti a una religione ormai morta, erano già scomparsi. Significativamente, però, essi sono dipinti in modo molto benevolo.
La storia vede tra i protagonisti, ancora una volta, re Gradlon, il quale sta per morire e manda a chiamare Guénolé. Quando il monaco si reca dal re, trova presso di lui anche un druido. Gradlon dice al monaco di non essere duro con lui, perché il druido conosce la profondità della sofferenza: “Le malattie che io ho sopportato non sono nulla in confronto alle agonie attraverso le quali egli è passato… egli ha perso i suoi dei! Quale dolore può eguagliare un tale dolore? Una volta egli era un druido; ora piange una religione morta”.
Gradlon muore, e sia il monaco cristiano sia “l’ultimo veneratore dei Teutatès” intonano salmi e inni funebri. Il mattino, il corpo di Gradlon viene lavato presso una sorgente vicina e avvolto in lino profumato con verbena, pronto per essere portato a Landévennec. Il druido allora si rivolge a Guénolé come a un fratello, “perché non siamo forse stati generati da avi comuni?” Il druido chiede a Guénolé di fare innalzare in quel luogo una chiesa dedicata “all’Addolorata Madre del tuo Dio”, così che le persone malate possano trovarvi la salute e “quelle oppresse la pace”:
“C’era un tempo, quando io ero giovane, in cui qui si ergeva un blocco di granito rosso. Il suo tocco dava la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la speranza ai cuori in angoscia. Possa il santuario che tu innalzi ereditare le medesime virtù; questo è il mio desiderio, il desiderio di un uomo conquistato ma rassegnato ai tempi che cambiano, di un uomo che non prova né amarezza né odio. Ho parlato”.
Ci viene detto che Guénolé provava una grande simpatia per il druido, nonostante fosse sorta una piccola discussione teologica quando il santo cristiano si era offerto di insegnargli la “Parola di Vita” ed il druido aveva rifiutato: indicando il cielo azzurro, egli aveva osservato che quando sarebbe venuto il momento per l’uno o per l’altro di passare all’aldilà, uno dei due avrebbe potuto scoprire “che forse non vi è nulla al di fuori di un grande errore”. Guénolé si era scandalizzato. “Credere è sapere”, aveva risposto alla maniera dei cristiani.
La sua compassione nei confronti del druido lo portò a offrirgli un rifugio nell’abbazia di Landévennec. Il druido declinò, dicendo che preferiva i suoi “sentieri boscosi”. “Non è forse vero che tutte le strade conducono ad un unico grande punto centrale?” fu la sua battuta di congedo. È una filosofia che il nostro mondo moderno, nella sua intolleranza, trova difficile da accettare.
L’incontro con quello che simbolicamente è l’ultimo druido di Bretagna, descritto da un monaco cristiano del nono secolo, è affascinante perché dimostra che i druidi venivano ancora considerati degni di rispetto dai cristiani, che nei tempi a venire avrebbero invece dimostrato mancanza di comprensione e di tolleranza
Quando i Túatha Dé Danann vennero sconfitti dai mortali, fu decisiva la magia del grande druido e bardo Amairgen che andò dalla barca alla spiaggia e cantò una canzone, rivolgendosi alla terra d’Irlanda. I sortilegi dei Túatha dé Danann si spezzarono di fronte all’ispirazione del poeta. Questa canzone salvifica rimarrà nota come la Canzone di Amairgen. Vi si trovano 13 immagini che si possono collegare all’anno lunare del Calendario di Coligny.
Canzone di Amairgen – dal Leabhar Gabhàla
(fonte: Il segreto dei druidi di Peter Berresford Ellis)
Io sono il Vento che soffia sul mare;
Sono l’Onda dell’Oceano;
Sono il Mormorio dei Flutti;
Sono il Toro delle Sette Battaglie;
Sono il Rapace sulla Rocca;
Sono un Raggio del Sole;
Sono il più Bello dei Fiori;
Sono un Cinghiale Coraggioso;
Sono un Salmone nel Fiume;
Sono un Lago nella Pianura;
Sono l’Abilità dell’Artigiano;
Sono una Parola di Scienza;
Sono la Lancia che dà Battaglia;
Sono il dio che crea nella mente dell’uomo il Fuoco del Pensiero;
Chi dà luce all’assemblea sulla montagna, se non io?
Chi può dire quale sia l’età della luna, se non io?
Chi può indicare il luogo dove il sole va a riposare, se non io?
Chi richiama gli armenti dalla Casa di Tetra?
A chi sorridono gli armenti di Tetra?
Chi è il dio che forgia gli incantesimi -
- l’incantesimo della battaglia ed il vento del mutamento?
I - La Scogliera
(30 ottobre – 25 novembre) Am fuaim mara
Benvenuta, Luna della Scogliera! L’anno varca il confine tra
Luce e Oscurità, le forze della crescita dormiranno sui mari
dell’Altromondo. Anche noi ci volgiamo all’interno, per riempire
le nostre anime del buio nutriente oltre il nostro sé
Ora che le comunità di lingua celtica sono state spinte a ovest fin sulla stretta “fascia celtica” lungo la costa atlantica, quel rumore echeggia costantemente nella coscienza di quelle genti ed è entrato a far parte dei canti e delle storie dei popoli celtici, così come le onde battono incessantemente (specie nel silenzio invernale) contro le alte scogliere dell’Irlanda occidentale e delle Ebridi esterne, in Cornovaglia e nel Galles sud-occidentale.
Ma anche quando i paesi celtici si stendevano nel cuore dell’entroterra fra regioni di foreste e di montagne, la costa marina esercitava una forte attrazione sulla loro immaginazione. Era il confine tra il nostro mondo e l’Altromondo, poiché salpando verso occidente e attraverso l’oceano si lasciavano dietro di sé le sicurezze della vita terrena, e sarebbero ben presto giunti a contemplare la reale immensità di quel piano di esistenza liquido ed essenzialmente non umano- anche se la nostra realtà quotidiana è ben poca cosa se paragonata al potenziale illimitato dell’Altromondo da cui proviene.
Gli antichi Celti guardavano a Ovest verso il Morimarousa, l’oceano primordiale che all’inizio dei tempi aveva partorito le solide terre su cui vivono gli umani, e credevano che i morti, nel loro viaggio di ritorno verso l’Altromondo, passassero prima attraverso la dissoluzione in quel mare. Nel famoso aneddoto riportato dal cronista del sesto secolo Procopio, ci viene detto che alcuni abitanti della costa atlantica fungevano da traghettatori per i defunti. Svegliati a mezzanotte da un richiamo misterioso, essi saltavano verso ovest con un carico di passeggeri invisibili. Dopo un giorno e una notte di viaggio, raggiungevano un’isola in cui sbarcava la folla invisibile (alleggerendo sensibilmente l’imbarcazione), mentre una voce disincarnata li chiamava per nome e discendenza. La tradizione irlandese è coerente con questo modello: si credeva che i morti ricercassero dapprima un piccolo gruppo di isole chiamate Teach Duinn (Casa di Donn) al largo della costa sud-occidentale d’Irlanda, dove Donn, uno dei figli di Mil (antenati dei Gaeli moderni) aveva incontrato la morte trasformandosi così nel Dio dei Morti, il capo che da quel momento in avanti avrebbe incontrato tutti i defunti d’Irlanda. Dopo aver soggiornato per un certo periodo nel suo regno, i defunti proseguivano verso altre parti dell’Altromondo.
Questa luna ci porta verso il cuore dell’oscurità dove i confini, divenuti invisibili, si dissolvono infine dalla nostra coscienza e ci mettiamo a disposizione del potenziale di fertilità dell’Altromondo. Così preparati, ci prepariamo all’esperienza di giamos.
II - La Marea
(26 novembre – 23 dicembre) Am tond trethan
Benvenuta, Luna della Marea! L’oscurità ha raggiunto il suo apice
e spazza via i resti dell’anno passato. Noi spazziamo via tutti i ricordi
di errori passati e ci prepariamo al nuovo inizio.
Non si tratta più dell’acqua che batte contro la scogliera, ma di un’onda che scorre libera, parte del vasto e misterioso movimento del regno marino. Nella tradizione irlandese l’espressione thar naoi dtonn (“oltre le nove onde”) definisce il punto in cui le leggi stabilite sulla terra devono lasciare il posto all’imprevedibile fluidità dell’oceano dell’Altromondo. L’onda dell’oceano, ritirandosi dalla riva, ci porta nelle profondità più remote, nella misteriosa Casa di Tethra che è la reale dimora dei poteri dei Fomori. Si tratta di un luogo pericoloso (qualsiasi luogo subacqueo è per definizione ostile agli umani che necessitano di respirare, a meno che non prendano precauzioni speciali), ma è anche la fonte di ogni fertilità, il primo collegamento della grande catena della vita; se si viaggia fin lì si troverà il potere vivificante che sta dietro alla maschera della morte. Al termine del suo canto Amairgen chiede: Cia beir buar o thig Tethrach? (“Chi porterà il bestiame dalla casa di Tethra?”) Un’antica tradizione sostiene che questo bestiame siano in realtà le stelle che sorgono dal mare, ma nel contesto dell’invocazione di Amairgen sono ovviamente qualcosa di più delle stelle fisicamente presenti nel cielo. Un bardo come Amairgen che ha viaggiato nel buio della casa di Tethra ed è riuscito a tornare sarà in grado di richiamare dall’inconscio immagini che danno la vita, così come le stelle emergono dall’abisso ogni notte sul percorso a mo’ di ruota che tracciano nei cieli. Il buar Tethrach è la ricompensa finale per coloro che rischiano se stessi nel mondo al di là della coscienza; e le leggende di tutto il mondo celtico che parlano di bestiame magico che esce dalle profondità acquatiche riflettono proprio questo motivo.
Nel corso della stagione oscura, con le forze della crescita immobilizzate, si può dire che l’anno soggiorni nella Casa di Tethra. Ma per prepararsi alla rinascita, i ricordi negativi del passato non devono essere proiettati sull’oscurità. Non si deve consentire ai veleni di restare nel terreno in cui germoglieranno i semi. L’onda che ci porta via dalla terra fin nelle buie profondità deve anche lavare via da noi la contaminazione del ciclo passato, così che possiamo giungere al ventre della rinascita purificati da ogni negatività.
III - Il Cervo
(23 dicembre – 20 gennaio) Am dam secht nd’írend
Benvenuta, Luna del Cervo! Il cervo degli déi balza fuori dalla fredda foresta,
una scintilla di luce solare brilla tra le sue corna.
Portiamo le nostre menti a seguire la luce che cresce e ci guida
attraverso tempi oscuri.
Alcuni fra i primi studiosi hanno tradotto questa frase con “Sono un toro dei sette combattimenti”, poiché dam può significare sia “bue” che “toro” o “cervo”. Il termine dam pare designasse in origine la natura bellicosa di questi animali, e veniva applicato metaforicamente ai guerrieri umani. Nella parlata irlandese moderna, damh ha finito per significare quasi sempre e solo “bue”; è andato perciò perso il suo antico collegamento con la lotta alla vittoria.
Il Cervo è il primo dei quattro animali sacri citati da Amairgen. Pare esistere uno stretto rapporto tra il Cervo e il Cinghiale: entrambi sono creature dell’Altromondo che varcano i confini tra i mondi con facilità, fungendo spesso da messaggeri o guide tra una parte e l’altra del confine. Proprio come il cinghiale bianco condusse Pryderi nella trappola dell’Altromondo architettata da Llwyd ap Cil Coed nel Terzo Ramo dei Mabinogi, così la caccia al Cervo Maschio inaugura gli eventi magici in Geraint ac Enid e nella sua controparte continentale, Érec). Insieme a questa somiglianza di ruolo abbiamo visto che esiste anche una complementarietà: quando uno dei due animali è associato con la metà “giorno” dell’esistenza, all’altro viene data la metà “notte”. E così, quando il Cinghiale si insedia nell’Altromondo dopo Beltane egli diviene un animale solare col dono della saggezza poetica, mentre il Cervo è legato alla terra verde e interiormente in crescita, proprio come Cernunnos che viene sospinto nelle foreste del nostro mondo e inizia la crescita delle sue corna. E dopo Samhain, quando il Cinghiale (ora una Scrofa) vaga sulla terra desolata nella forma del temibile Hwch Ddu Gwta, il Cervo si trova nei regni celesti come presenza luminosa, a portare la speranza.
Quest’ultima veste del Cervo è familiare nel folklore: numerose leggende locali (in particolare quelle associate a Sant’Eustachio e Sant’Uberto) parlano di un cervo meraviglioso dalle corna luminose la cui apparizione porta il miglioramento negli affari umani. Nel contesto che ci interessa, egli è il messaggero più appropriato per il grande cambiamento che avverrà dopo il Solstizio d’Inverno. Nonostante la terra rimanga buia e senza frutti e le notti siano ancora molto più lunghe dei giorni, la luce ha iniziato a crescere in modo impercettibile. Ci troviamo ancora nell’abisso della modalità giamos, ma una scintilla brilla di fronte a noi ricordandoci di non perdere il contatto con la forza vitale, poiché vivremo ancora nella luce. Sarà nostra guida il “cervo con corna di sette punte” che ha attraversato molti cicli di crescita e decadimento ed è sempre riuscito ad aprirsi la strada verso un nuovo trionfo della vita.
Man mano che la luna cresce, contempliamo allora la luce – senza associarla a un qualche significato o scopo, ma puramente come fenomeno luminoso che brilla oltre l’oscurità in cui si trovano ora immobili i nostri spiriti.
IV - Il Diluvio
(21 gennaio – 17 febbraio) Am loch i m-maig
Benvenuta, Luna del Diluvio! Pioggia e neve coprono la terra d’acqua,
il duro terreno avrà il suo disgelo che lo trasformerà in fango fertile
dove potranno germogliare i semi.
Qualsiasi parte di noi che sia congelata e rifiuti di crescere
deve lasciare il posto al dissolvimento benedetto del Diluvio
Come molti altri poeti, i Celti avevano un mito del diluvio; e come in altri miti di questo genere, l’evento era raffigurato in modo ambiguo, sia come un disastro che come una fonte di buone cose. Tutta l’acqua (cioè l’essenza della fertilità) appartiene alle divinità fomoriche, che la mantengono nel mondo sottostante. Se l’acqua non fosse sfuggita al regno dei Fomori per un incidente o appositamente, nel mondo superiore non esisterebbero laghi e fiumi per l’irrigazione. È quasi sempre una figura femminile a catalizzare l’evento. Probabilmente la versione più famosa di questo mito nella tradizione celtica è il racconto irlandese del Pozzo di Segais.
Questo pozzo apparteneva a Nechtan (“Grande Nipote), il cui nome proviene dalla stessa radice del latino Neptunus (Nettuno era un dio delle fonti prima di essere assimilato al greco Poseidone, trasformandosi così in un dio del mare) e si riferisce in genere all’antico concetto indoeuropeo del dominatore dell’acqua come “Nipote delle Acque”. Sul pozzo di Nechtan facevano ombra i nove noccioli della saggezza, i cui frutti cadevano nell’acqua e le davano la qualità dell’illuminazione divina, molto ricercata dai bardi (le nocciole sono inoltre mangiate dal salmone nello stagno, impregnando la sua carne della stessa qualità). Soltanto Nechtan e i suoi tre coppieri Fleasc, Lamh e Luamh avevano il permesso di avvicinarsi al pozzo. Ma la dea Boann (Bó-fhionn, la “Mucca Bianca”) desiderò bere dal pozzo per aumentare il proprio potere. Si avvicinò a esso in segreto, ma il pozzo esplose di fronte alla sua presenza non autorizzata e inondò la terra, scorrendo infine verso il mare nella forma del fiume Boyne, in cui lo spirito di Boann avrebbe dimorato di lì in avanti. La stessa storia si raccontava circa le origini degli altri fiumi (fra cui lo Shannon), ma il Boyne era chiaramente considerato il primo e principale tra tutti i fiumi, addirittura il Drumchla Daimh Díle (“Tetto dei Diluvi”), fonte reale di tutti i fiumi del mondo; in tal senso, il mito della sua origine deve essere considerato come il mito dell’origine di tutte le acque. E sebbene a un certo livello la storia sembri terminare tragicamente per Boann, il cui piano era stato sventato, in realtà ella assume il ruolo di nutrice e di donatrice di vita della Dea-Terra favorevole alla Tribù umana. Boann pare incarnare il ruolo di un Prometeo femminile che ruba tesori vitali dal regno degli déi per renderli accessibili ai mortali.
Dato che durante questo periodo lunare si celebra la festa di Imbolc, e poiché Brigid è la stessa Dea-Terra la cui energia ispira la Tribù, è idoneo considerare la sua mitologia accanto alla storia del diluvio e osservare i riferimenti incrociati che appaiono. Nella tradizione celtica il collegamento di fuoco e acqua (due opposti apparentemente polari) diviene la rappresentazione simbolica primaria della fertilità e della guarigione. Brigid accende il fuoco nella terra (ed è anche il potere del sole che dà la vita), ma è inoltre la custode delle falde acquifere della Terra, e invia fiumi e sorgenti a compiere la loro missione di fertilità. Brigid è quindi patrona sia del fuoco che dell’acqua, e trae da questo i suoi attributi. Va notato che anche i “Nipoti delle Acque” della cultura vedica e persiana (legati a Nechtan dalle stesse radici indoeuropee) esprimono questa stessa idea di “fuoco nell’acqua”.
L’ultima, lunga parte della metamorfosi invernale che porta alla primavera è solitamente un periodo di neve e di pioggia abbondanti. Man mano che i giorni si allungano e la maggiore quantità di luce impedisce al gelo di entrare nelle profondità della terra, quest’abbondanza d’acqua riesce a percolare nel terreno, ammorbidendone la composizione e preparandolo a nutrire le piante che si stanno lentamente risvegliando. E in effetti, poco tempo dopo la scomparsa di questa luna, iniziamo a vedere i primi segni del risveglio: crocus e narcisi selvatici emergono tra la fanghiglia del disgelo. Tradotto nei termini del nostro mondo interiore, utilizziamo le proprietà acquose di questa stagione per compiere il disgelo nei nostri spiriti, conducendoli fuori dalla loro rigidità invernale e preparandoli per la modalità samos di crescita e di espansione.
Così, mano a mano che la luna cresce, acquisiamo consapevolezza della raccolta delle acque nelle profondità amorfe e senza dimensione della Casa di Tethra; percepiamo la loro crescente pressione contro la barriera di terreno inerte, la loro brama di esprimere una manifestazione cosciente.
V - Il Vento
(18 febbraio – 17 marzo) Am gaeth i m-muir
Benvenuta, Luna del Vento! Forti venti soffiano sulla terra desolata animando di vita le acque col loro respiro. facendo di noi strumento di creazione
Forti venti si alzano man mano che l’anno si sposta verso l’Equinozio. Il “vento pazzo di marzo” spazza via le foglie e i rami morti che ingombrano la superficie del terreno, esponendone una parte più grande alla luce crescente; tutto questo ha però anche un significato mitologico. In molte culture, il concetto dello spirito è collegato metaforicamente al respiro: il latino spiritus, per esempio, e l’ebraico ruach, che nel resoconto biblico della creazione “aleggia sopra le acque”; il vento che somiglia al respiro di un essere vivente è in realtà il soffio di vita di un grande Potere che sta dietro all’intero mondo naturale, ed è così manifestazione anche del suo aspetto creativo. I Celti condividevano questo linguaggio simbolico (l’antico celtico anatlon, “respiro” è chiaramente collegato ad anatiâ, “anima”), di modo tale che, in termini mitologici, una forte folata di vento indica l’infusione dell’anima e del potere creativo. Nel Lebor Gabála i Tuatha Dé Danann, che sono déi della creatività cosciente, appaiono improvvisamente in Irlanda provenienti dall’aria, su nuvole portate dal vento. Nel PreiddeuAnnwn, il Calderone dell’Altromondo della creatività viene alimentato (“ispirato”) dal respiro delle nove fanciulle (o anadylnawmorwyn) che sono la Dea manifestata in nove aspetti.
Seguendo la sequenza di questo immaginario nel conto delle nostre lune, scopriamo che il “vento sul mare” segue in modo logico la manifestazione del lago nella pianura. Le acque sono sfuggite dall’abisso fomorico portando l’essenza della fertilità nella luce del giorno, ma rimangono inerti, senza direzione né scopo. Ora lo spirito, il Vento Divino, deve insufflarsi nel loro fertile potenziale, instillando nelle acque l’idea della crescita. Dal punto di vista della nostra reazione soggettiva a questo punto del ciclo annuale, dobbiamo consentire al nostro sé interiore, scongelato e irrigato dall’esperienza della luna precedente, di aprirsi al dono dello Spirito. Ora siamo pronti a contemplare la creatività futura, il ritorno dell’azione cosciente.
Con questa luna quindi, ritorniamo nuovamente alla vita ricevendo il Soffio Divino, che ci prepara per la prossima lunazione.
Mentre la luna cresce, diveniamo consapevoli dell’assemblea dei venti, i quali soffiano da quelle regioni dell’Altromondo in cui ha sede l’energia samos. Inseguendo le nuvole scure delle tempeste di marzo, essi portano con sé gli dei della coscienza e della personalità, le divinità dell’attività manifesta. Con la luna piena percepiamo appieno la portata del vento su di noi, assaporiamo la vita che respira dentro di noi, il potere che esso ci conferisce, così perfettamente idoneo ai contenitori psichici che abbiamo preparato. E mentre la luna cala, continuiamo a far entrare in noi lo Spirito col nostro respiro, raccogliendo e compattando la nostra forza per il nuovo ciclo di lavoro che sta per arrivare.
VI - La Lacrima Solare
(18 marzo – 14 aprile) Am dér gréne
Benvenuta, Luna della Lacrima Solare!
I primi giorni di calda luce irrompono nel tempo del freddo,
la terra è sveglia, giovani germogli si distendono verso il sole.
Tracciamo i nostri sogni nella luce.
Passato l’equinozio, nella seconda metà del trimestre primaverile trova alfine piena realizzazione l’invocazione del fuoco. L’acqua, supporto necessario della vita, si è diffusa sulla Terra, ricevendo quindi un’anima (seme) dallo Spirito dei venti divini. Questo seme ora nasce, si manifesta, e si apre al nutrimento appassionato della fiamma solare.
Il fuoco nell’acqua è la metafora principale della guarigione, dell’energia di affermazione della vita nella tradizione celtica. A questo punto dell’anno, il fuoco viene a vivificare l’inerte freschezza dell’acqua, a trasformare la vita potenziale in vita reale, fungendo da catalizzatore di nascita. Una goccia liquida, una lacrima caduta dal sole esprime le amichevoli qualità di questo fuoco in forma acquea.
I germogli appena risvegliati, bucando il disgelo del terreno alla ricerca del sole, sono come versioni condensate, abbreviazioni delle piante che diverranno in futuro, quando fusto, rami, foglie e fiori si saranno differenziati e avranno assunto le loro proprie funzioni. Così i nostri progetti creativi devono ora esistere in forma immaginativa (programma dei nostri scopi), prima di poter assumere la forma materiale prodotta dall’interazione della nostra volontà con le circostanze del mondo. Ciò che creiamo deve esprimere i nostri desideri più profondi, quello che la nostra natura essenziale brama ardentemente, ciò che darà vita ai nostri talenti nel modo più autentico: per scoprirlo dobbiamo usare il potere della nostra immaginazione, il Calderone su cui hanno soffiato le nove incarnazioni della Dea e che è ora riscaldato dalla fiamma solare. Facciamo uno sforzo per esporre le regioni oscure in cui sono nati i nostri sogni alla luce del giorno, al principio samos, così che i desideri possano rivelarsi come immagini che diverranno poi il fulcrodi attività creativa.
Così, man mano che la luna cresce, percepiamo il confortevole calore del sole filtrare nel nostro essere, nella forma di una grande goccia di fuoco liquido. Durante la luna piena lasciamoci scaldare e illuminare completamente, invitando quella chiarezza a raggiungere i recessi più oscuri delle nostre anime, senza temere nulla. Durante la luna calante osserviamo ciò che abbiamo liberato sorgere dalle profondità fomoriche e aprirsi alla vita.
VII Il Falco
(15 aprile – 12 maggio) Am séig i n-aill
Benvenuta, Luna del Falco!
L’araldo dell’estate è là fuori sulla Terra,
i fiori si gonfiano ed esplodono, l’inverno arretra.
Diveniamo campioni-guerrieri della luce,
aprendo la strada ad un gioioso trionfo dentro di no.
Il Falco è il secondo dei quattro animali sacri citati nella composizione di Amairgen. In altri contesti al suo posto vi è solitamente un’aquila, come nelle storie di Fintan MacBóchra e TuanMac Cairill; ma l’antico termine irlandese séig pare denotasse una varietà di uccelli da preda, fra cui probabilmente l’aquila. Siamo di nuovo di fronte a una rupe, confine tra le metà luminosa e oscura dell’anno, poiché in questo mese attraversiamo di nuovo tale barriera. Ma le sue caratteristiche sono cambiate: invece della tetra scogliera marina su cui battono le onde, protesa sulla buia incertezza dell’oceano invernale, esso ora porta alla sicurezza della terra fertile e illuminata dal sole, e vi si posa il Falco della coscienza risvegliata – come quello che videro Mael Dúin e i suoi compagni mentre facevano vela sui mari dell’Altromondo, il Falco di una delle ultime isole che visitarono e da cui seppero di essere vicini alla nativa Irlanda.
I falchi appaiono con ruoli diversi nella tradizione celtica: il figlio che Brigid ha avuto da Bres Mac Elathan si chiama Ruadhán (“il Rosso”), che può anche significare “gheppio” o “sparviero” (e potrebbe esserci molto di più di quanto appare nello sparviero offerto come nobile premio nel racconto Geraint ac Enid). Ma forse il riferimento più significativo è quello del nome Gwalchmai (“Falco di Maggio”), uno dei principali compagni di Artù nella tradizione gallese. Gwalchmai assiste l’eroe Culhwch nel conquistare la Fanciulla dei Fiori Olwen strappandola al padre Gigante Biancospino in uno dei più noti miti relativi a questa stagione; dai romanzi continentali (dove egli è noto come Gawain, forse dal cornico Gwalghwynn o dal bretone Gwalc’hwenn, “Falco Bianco”) è evidente che egli era un tempo il protagonista principale di tali cerche. Il “Falco di Maggio” è considerato il catalizzatore finale nel cambiamento da giamos a samos: è la sua azione decisiva e piena di volontà a liberare le energie della crescita della Terra dal suo esilio sotterraneo e a permettere di manifestarsi all’amorosa stagione piena di attività che è l’Estate. Che poi sia il Maponos o no (al solito, la tradizione celtica rifiuta di essere categorica su un punto del genere), egli fornisce comunque l’impeto iniziale che porterà al trionfo del Maponos.
Anche noi cominciamo a desiderare l’azione sentendo il potere di questa vasta presenza attiva che spazza la Terra: il marc’hek glas, il gigantesco cavaliere verde della primavera, che Per-Jakez Hélias presenta in un famoso poema come una tradizione di sua nonna. Avendo gradualmente ricevuto potere dall’essenza di acqua, aria e fuoco durante la nostra permanenza nel ventre-calderone della Dea, siamo ora completi, pronti a rompere i nostri gusci protettivi e ad esprimere le nostre volontà. Seguendo il passaggio della Terra nella modalità samos, manifestiamo ora all’esterno le energie che conservavamo dentro di noi.
Nel periodo di crescita della luna diveniamo consapevoli della rupe che si avvicina, dietro la quale vi è la Terra, verde e invitante, pronta a soddisfare i nostri desideri. In cima alla rupe attende il Falco di Maggio, in qualità di sentinella e di faro. Con la luna piena raggiungiamo la rupe e arriviamo faccia a faccia col Falco, identificandoci con lui e assorbendo la sua energia sconfinata e di battaglia. E mentre la luna cala, lo seguiamo nella sua cerca per liberare la Fanciulla dell’Estate, viaggiando in terre verdi e sempre più verdi, lasciandoci possedere dallo spirito dell’avventura.
Da: Il tempo dei celti. Miti e riti: una guida alla spiritualità celtica di Alexei Kondratiev