lunedì 28 novembre 2011

Cheesecake al triplo cioccolato


Nigella Lawson è la food writer inglese più famosa nel mondo. I suoi libri - un esempio spettacolare di fusione tra passione per la buona cucina, arte della tavola e semplicità di esecuzione - hanno scalato le vette delle classifiche internazionali. A dieci anni dal suo primo best seller - How to Eat - Luxury Books pubblica in Italia il suo libro forse più famoso "How to be a Domestic Goddess". In questo volume l'arte di impastare si svela attraverso decine di ricette da forno che riempiono la casa di profumo già dalle pagine e dalle fotografie, spettacolari, realizzate da Petrina Tinslay. Con questo libro Nigella ha vinto il premio "Autore dell'Anno" in Gran Bretagna e con questo libro parte alla conquista delle lettrici italiane.
L'arte di impastare non è solo un libro di ricette. È un volume che rivela un preciso stile di vita, dove l'amore per la famiglia e quello per la buona tavola si fondono insieme attraverso preparazioni culinarie di grande impatto visivo e di semplice preparazione. "Cucinare oggi può essere un problema" spiega l'autrice "non tanto perché sia difficile ottenere un buon risultato, ma perché la maggior parte delle ricette sembra troppo stressante e difficoltosa - tutte tecnica e poco piacere - tanto da lasciare perplessa anche la cuoca più entusiasta. A volte non c'è scelta, altre volte sì. Le mie ricette sono pensate per trasformarti in una vera regina della casa, capace di preparare squisitezze in un attimo, senza stress, senza fatica, giusto il piacere di accendere il forno..."

In rete ho trovato questa sua deliziosa ricetta di torta al triplo cioccolato:

INGREDIENTI

Per la base:
250 gr di biscotti
100 gr di burro ammorbidito
2 cucchiai di cacao amaro in polvere

Per il ripieno:
500 gr di formaggio Philadelphia a temperatura ambiente
175 gr di cioccolato fuso
150 gr di zucchero semolato fino
150 gr di panna acida
3 uova
3 tuorli
1 bustina di vanillina
1 cucchiaio di amido di mais
1 cucchiaino di cacao amaro in polvere (sciolto in 2 cucchiai di acqua calda)

Per decorare:
 100 gr di cioccolato fondente fuso

PROCEDIMENTO
Tritare fini i biscotti, unirli al cacao e al burro e mescolare con un cucchiaio.
Mettere il composto sul fondo di una tortiera di diametro 26 cm e premere bene con le mani.
Mettere nel mixer tutti gli ingredienti del ripieno (tranne il cioccolato fuso) e mixare fino ad ottenere una crema molto liscia, poi unire il cioccolato fuso (fatto raffreddare) e mixare ancora.
Versare il ripieno sulla base e cuocere a bagnomaria (mettendo la teglia dentro un'altra con acqua fino a metà in forno preriscaldato a 180°C per circa un’ora: deve solidificarsi all'esterno e rimanere morbida al centro.
Sfornare, far raffreddare, sformare su un piatto da portata, decorare con ghirigori di cioccolato fuso e servire

Da: http://le-ricette-della-nonna.blogspot.com/2008/05/cheesecake-al-triplo-cioccolato-di.html

sabato 26 novembre 2011

Il culto della vita


Lascio da parte la storia e le spiegazioni razionali e dico, in ordine sparso e senza alcuna logica, che la magia è tradizione, folklore, essenza del Divino, il vento che muove il ramo di un melo, una ricetta su un quaderno che sa di cannella, una pianta di lavanda a protezione della casa, una tisana calda quando c’è la neve, un libro magico cercato da tempo, un cappello a punta su una bambina nella notte di Halloween, una finestra bianca sul giardino, guardare “Amori e incantesimi” per la centesima volta, girare un mercatino di una festa celtica cercando un fermaglio a forma di foglia, accendere un fuoco e guardare le fiamme danzare, accarezzare un gatto sul davanzale mentre fuori piove, ascoltare una donna anziana che racconta di un antico rimedio, far seccare la salvia per un nuovo incenso, raccogliere conchiglie e sassolini sulla spiaggia con la luna piena. La stregoneria è soprattutto arte, creatività, armonia, ispirazione, e delicata filosofia di vivere. Per questo e per mille altri motivi, la stregoneria, non è nient’altro che, in conclusione, il Culto della Vita

Stregamanda

sabato 19 novembre 2011

Il Graal - IX


Il Battistero di San Giovanni, detto Tomba di Rotari sebbene non abbia nulla a che fare con l'omonimo sovrano longobardo, assieme alla chiesa di Santa Maria Maggiore, forma il complesso monumentale di San Pietro. Si trova a Monte Sant'Angelo, in provincia di Foggia.
Pochi metri dividono il colonnato della basilica di S. Michele dalla più antica chiesa del paese: San Pietro, sede della prima parrocchia cittadina, che venne demolita nel 1891 per ragioni storiche. Di essa oggi restano il seicentesco rosone a traforo posto sul portale d'ingresso, le basi di quattro colonne di granito e la struttura absidale a semicatino scavata da nicchie risalente al XII secolo. A sinistra dell'abside si accede alla Tomba di Rotari, che non è un sepolcro come si potrebbe pensare, ma un Battistero dedicato a San Giovanni che, nei primi del XII sec, Rodelgrimo e suo cognato Pagano da Parma fecero sopraelevare e coprire a cupola. L'appellativo è dovuto all'errata interpretazione del nome del costruttore e del vocabolo "tumba" (cupola).
Monte Sant’Angelo è una località della Puglia fortemente legata al culto micaelico. Ed è principalmente questo fatto che lo rende pieno di fascino. Questo fascino si trova in bilico tra la spiritualità che emana, e tra la storia che è scritta tra le sue mura, centro frequentatissimo nel Medioevo da pellegrini e da crociati pronti a recarsi in terra Santa, tradizione rimasta nei secoli fino ai giorni nostri. La cittadina sorse nel secolo V intorno al luogo dove apparve San Michele Arcangelo, l'Angelico archistratega che i Longobardi considerarono addirittura santuario nazionale. Fu a lungo contesa da Bizantini, Longobardi, Saraceni e Normanni. Dall'XI secolo la Puglia ha due poli religiosi egemoni: San Nicola a Bari e il Santuario micaelico a Monte S. Angelo, entrambi inseriti nelle più importanti vie dei pellegrinaggi europei, quali la via Sacra Langobardorum e la via Francigena.
A un primo impatto, rispetto ai complessi religiosi della Puglia, la tumba di Rotari dà una sensazione molto particolare. Sembra quasi che l’anima si innalzi a vette inaudite, seguendo un percorso iniziatico che sembra non aver molto in comune con i dogmi cattolici.
In realtà, sembra di trovarsi in presenza di un vero e proprio libro di pietra che cela al suo interno un messaggio diverso da quello che ci si aspettava: la fede senza gnosi non può esistere. La fede senza gnosi è solo bigottismo brutale, superstizione, ignoranza che priva l’uomo della sua reale natura, della sua origine, e perciò della sua dignità. La tumba di Rotari appartiene a quei luoghi che contribuiscono a restituirci il nostro vero volto cosicché la fede diventi uno strumento non di controllo ma di elevazione.

Gli indizi
Appena si arriva all’ingresso della tumba si può osservare nell’architrave dell’ingresso un rosone con quattro sirene o donne serpente che incorniciano una stella a otto punte. Al di sotto di questa immagine si trova la raffigurazione di un calice con l’ostia e in più si trova il classico stemma massonico (la mano che regge un compasso) che, stranamente, sembra in armonia con gli altri elementi.
All’interno si trova una vasca quadrata e un architrave che porta all’interno in cui compare una croce che origina da due sfere, seguita dalla famosa scritta Q PETISH. Questa scritta è stata tradotta da molti critici come quod petis habebis, ossia “ciò che chiedi avrai”, espressione genericamente ripresa dalla Bibbia e interpretata come allusione al battesimo. Entrando sulla destra si trova una vasca circolare e sulla sinistra, un sarcofago vuoto scavato nella roccia. All’interno della tomba sulla cornice imposta dal tamburo si trovano tre figure femminili: la prima fuoriesce dal guscio di una lumaca mentre una mano sembra volerla svegliare dal sonno, la seconda rappresenta una donna seduta con un ampio mantello che stringe al seno un bambino dormiente, la terza rappresenta una donna nuda sdraiata con una lunga chioma, mentre viene addentata alla mammella destra da un serpente. Inoltre, dalla base di volta, più piani si sovrappongono assottigliandosi, passando dal quadrato della base all’ottagono intermedio ed al cerchio di volta. Nel quadrato di base della tomba è, invece, inscritto il sigillo di Salomone. Un altro indizio interessante lo si trova nell’atrio superiore del santuario micaelico, dove, collocata in alto rispetto alla porta di ingresso a destra, c’è una lapide con un’iscrizione che recita “Terribilis est locus iste hic domus Dei et porta coeli”, tradotto: “Questo è un luogo terribile. Questa è la casa di Dio e la porta del Cielo”, tratta dalla Genesi.

Il simbolismo

Il rosone


La prima simbologia che si incontra, foriera di significati occulti, è quella del serpente. Il serpente è collegato alla simbologia dell’anello, del tutto, specie nella sua forma di Uroboros, il serpente che si morde la coda. Se l’anello o cerchio appare con una croce nel mezzo si tratta del simbolo della Rosi-crucis che, secondo Lawrence Gardner ne Il regno dei signori degli anelli, è un richiamo al Sangreal. La rosi crucis diventa un simbolo della linea dinastica matriarcale, discesa per il tramite di Lilith e Maria Maddalena.
Un'altra associazione con il serpente, è il drago drakon.
Il vocabolo di origine greca è affine a edrakon, ossia vederci chiaro, ed è equivalente a Nahash, termine biblico che significa “serpente”, oppure “decifrare”, “scoprire”. Il serpente, infatti, era colui che vedeva chiaramente le cose in modo limpido e pieno di saggezza, qualità che caratterizzano il sapiente. Il serpente veniva quindi associato sia alla saggezza, sia alla guarigione.
In Mesopotamia, il drago Mushus, aveva compiti di guardiano e i re e le regine messianiche (unte, consacrate) venivano chiamati dragoni o pendragoni perché ad essi venivano attribuite le virtù dell’animale. Tali re venivano nutriti con una particolare sostanza, l’essenza lunare delle regine dragone (contenenti secrezioni endocrine capaci di esaltare alcune qualità interiori). In Iran, inoltre, esiste una pianta molto particolare, la dracena draco, appartenente al genere delle liliaceae (giglio), la cui resina è conosciuta come sangue del drago. Probabilmente questa sostanza rappresentava un sostituto di tale mistura, chiamata fuoco stellare che, al pari della secrezione mestruale e per la forte assonanza simbolica con quest’ultima, veniva usata nelle cerimonie di consacrazione.
Le regine dragone (le sacerdotesse) venivano associate per questo motivo al fiore del giglio o del loto tramite il nome che portavano: Lilia, Lilith, da cui, secondo Gardner, scaturirebbe il lignaggio De Lac. Altre variazioni si ravvisano nel nome Del Acqs. La stessa rosa crucis è spesso definita coppa delle acque ed è uno dei simboli del Graal, identificato con il sangue messianico raccolto nel sacro calice scaturito dal grembo materno. La simbologia del Graal presente a Monte Sant’Angelo, potrebbe riportare a queste simbologie che risalgono agli albori di una leggenda che in seguito venne cristianizzata.
La prima decodifica di questa leggenda, ci parla di una guarigione spirituale più che fisica, come se il Graal e i suoi poteri agissero sul piano dell’anima, restituendo o modificando le percezioni sensoriali dell’adepto. Bevendo dal Graal (che in origine conteneva una mistura in grado di risvegliare nell’uomo facoltà assopite da tempo ma sempre presenti), l’uomo normale raggiungeva un lignaggio mitico e si ritrovava ad appartenere a una linea messianica che, partendo dalla Mesopotamia, si ritrova nella Bibbia e viene trasmessa per via matriarcale.
Ma soprattutto i simboli sembrano spronarci a scoprire, a decifrarli, a vederci chiaro, a raggiungere lo stato di iniziato e le sue qualità, poiché soltanto chi è in possesso di queste chiavi potrà essere in grado di decifrare il codice.
Consacrazione, unzione, saggezza, capacità di guarire o autoguarirsi, indicano un uomo che appartiene a un lignaggio sacro di tipo sacerdotale, che dagli albori della storia umana sembrano portarci fino all’ebraismo. Lo stesso simbolo massonico dà l’idea che, un codice simile, sia stato in possesso di società segrete che, però, hanno sparso simboli che soltanto gli iniziati possono decifrare. Inoltre, il richiamo alla massoneria e l’immagine di una stella identificata con Sirio o con Venere, le stelle del mattino, sembrano indicare due cose: la conoscenza stellare collegata alla resurrezione e alla conoscenza delle origini, ma anche alla Dea Madre. Che la Tumba sia un tempio della Dea? Quest’ultima considerazione è avallata dal simbolo della Dama Serpente. Il serpente è la forza creatrice della rigenerazione (crea e rinnova) che si snoda dalla spina dorsale fino a raggiungere le ghiandole poste alla sommità del capo; è la kundalini che è al tempo stesso la regina del Graal. La regina del Graal è l’iniziatrice, colei che innesca il processo di redenzione, è Kali che rinnova e distrugge e la Shakti, l’energia primigenia della creazione, la forza femminile per eccellenza. Tra queste regine del Graal, esiste la figura di Melusina con ali di pipistrello e coda serpentina (animali sacri alla Dea), oppure la donna serpente o la sirena. Essa è custode di un anello (simbolo come si è detto della conoscenza) ma anche autentica erede e creatrice della linea del santo Graal.
Questo simbolismo non può che essere associato al culto della Dea Madre che ebbe origine quando gli antichi individuarono la sua controparte celeste. Questa era ottenuta congiungendo un gruppo di costellazioni, Auriga, Perseus, Camaleopardales, Aries, Triangolum, Cassiopea ed Andromeda: la figura delinea una donna distesa, dai grandi seni e dal ventre prominente, figura guida del tempo precessionale dell’ultima fase del pleistocene. Più tardi fu aggiunto il simbolo della costellazione del Taurus (fecondatore), felice intuizione del legame cielo e terra.
Conoscenza stellare, dunque dominio del tempo, conoscenza iniziatica, trasmutazione alchemica (distruzione e rigenerazione), custode della conoscenza: ecco gli elementi che scaturivano da una prima indagine. Inoltre, vi era anche la traccia di quella che appariva sempre più come un lignaggio sacerdotale che formava una vera e propria dinastia. Questa dinastia che custodiva tali conoscenze, riportava inevitabilmente ai tempi di Cristo dato che, in questa discendenza collegata alla Albi-gens, associata all’acqua, si rinvenivano i nomi Maria, Miriam (Merrow o Meirmaid). Le storie delle fate e delle fonti incantate, si tramutavano, dunque, in riferimenti allegorici alla cerimonia del fuoco stellare, che accendeva la conoscenza superiore e permetteva all’energia femminile di rigenerare tessuti e spirito. La tradizione del fuoco stellare, uno dei tre battesimi con l’acqua della purificazione e il sangue del sacrificio, rappresenta il veicolo della luce della conoscenza, ossia l’illuminazione che sconfigge, la gnosi che non può avvenire se non dopo la purificazione, l’eliminazione delle scorie e il sacrificio del se.
Maria è la domina del acquae ed erede della casa del Acqs tramite il simbolismo del giglio; questa eredità si mantenne e si collega alla Maddalena. La Maddalena, inoltre,è collegata anche alla sposa perduta del cantico dei cantici. Questo è un testo di origine sumera e fa riferimento al matrimonio sacro tramite il quale la sposa messianica festeggia lo sposalizio regale ungendo lo sposo con olio di nardo.
Importante è anche l’immagine iconografica della Maddalena che è spesso raffigurata con un mantello rosso sopra una veste verde, il mantello rosso può essere interpretato come simbolo dell’alto grado ecclesiastico e della cerimonia del fuoco stellare, del sangue mestruale che dona la vita, mentre la veste verde la collega direttamente alla fertilità e alla fecondità. Le due Marie (la Maddalena e la Vergine Maria) si presentano come i due aspetti o incarnazioni viventi di uno stesso principio cosmico (stellare), la Vergine e la Madre cosmica. Il loro legame con l’acqua richiama anche il concetto di Gnosi che, in quanto femminile, si incarnava nelle regine sacerdotesse. L’immagine della sirena è un’allegoria della sapienza e della Sophia, le uniche in grado di creare la vita traendola fuori dalla materia informe. La Sapienza delle regine Dragone è il ponte che collega la vita quotidiana al regno dell’Eternità, l’accesso al quale si ottiene soltanto tramite un’esperienza personale di Gnosi.
Non si dimentichi, inoltre, che il riferimento alla coppa che contiene in essa un’ostia,non fa dell’edificio soltanto un riferimento al cristianesimo, ma identifica il luogo come centro in cui viene custodito il Graal.

Da: Chi ha orecchie per intendere intenda - Simboli e segni della chiesa del Graal di Anonimo

mercoledì 16 novembre 2011

Il Graal - VIII


Riprendo il concetto accennato nella prima parte sul Graal, dove viene asserito che il contenuto del sacro calice non era il vino, ma il sangue o un estratto del sangue che gli alchimisti codificano da sempre col termine “sale” e che si identifica con quel calice di amarezza che Gesù per un momento non volle bere.

In un suo studio sul simbolismo della quaternità, (in C.G. Jung: La simbolica dello spirito, Einaudi , Torino, 1975) Jung prende in considerazione le polarità:

Spirito Santo
Padre Figlio
Maria

e considera Maria come polarità femminile della SS. Trinità a causa del suo rapporto con lo Spirito Santo, che la rende il vaso puro che può generare l’essere che realizza in sé le due nature: l’umana e la divina. Jung rileva che alla rappresentazione di Dio trino corrisponde spesso un Satana Tricefalo, che appare come Umbra Trinitatis, avversario di Cristo e Signore della Materia e della molteplicità. Solo l'integrazione delle qualità del principio femminile, rappresentate da Maria, può riunificare e pacificare l'anima umana, che è il teatro del lacerante conflitto tra i princìpi opposti. Così l'Assumptio Beatae Mariae comporta il passaggio del corpo materiale e mortale, soggetto allo spazio e al tempo, al regno dei Cieli. Maria incarna la possibilità data all'uomo di sottrarsi al dominio del Principe di questo mondo e di reintegrarsi nel principio creatore e trinitario. Negare o rimuovere questo archetipo in quanto principio attivo in noi, significa rinunciare a quell'amore verso l'alto che unifica e rende elevata e piena di senso la nostra esperienza terrena. Nel linguaggio della psicoanalisi junghiana l'uomo, rimuovendo il principio femminile salvifico e sapienziale legato a Maria, condanna se stesso a doverlo vivere attraverso la propria Ombra. La costellazione archetipica della quale abbiamo fin qui parlato viene allora ad assumere caratteristiche sataniche e lavora per la frammentazione e la dispersione dell'esistenza e dei rapporti. L'archetipo mariano, al contrario, opera attraverso l'amore, secondo la via del cuore e tende a realizzare l'integrazione e l'armonizzazione degli opposti che si agitano nell'anima e a dissolvere le barriere innalzate tra gli uomini dalla brama di potere e dalle distinzioni di razza e di censo.
In questo senso la Vergine Maria, il calice destinato ad accogliere il Cristo sulla terra, viene accostata al santo Graal, il calice con cui Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue e l’acqua che sgorgavano dal costato di Gesù crocefisso. Secondo la leggenda il Graal fu intagliato all’inizio dei tempi in uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero, quando questi si ribellò a Dio (lo stesso calice era denominato da Wolfram Von Eschembach lapsit exillis, cioè pietra esiliata, da exilium, o caduta dai cieli, da ex coelis, stesso nome dato alla loro Pietra dagli alchimisti). Il Graal rappresenta, nell’uomo, lo spazio sacro del cuore, destinato ad accogliere il Verbo, il calice invisibile che custodisce il senso interiore della tradizione cristiana. Nel mondo esterno rappresenta la Chiesa in quanto custode nel mondo della stessa tradizione, in quanto Gerusalemme terrena che può condurci a quella celeste, cioè all’aspetto iniziatico della tradizione. Narrava ancora la leggenda che la coppa del Graal scomparve dalla terra e che i cavalieri della Tavola Rotonda si proposero come mèta suprema di ritrovarla. Questo pellegrinaggio verso la Terra Santa, questo vagare nel labirinto del mondo alla ricerca del Centro e della Parola Perduta è destinato al fallimento se il viaggio non diventa anche un cammino interiore.
Anche gli alchimisti parlavano di una terra Vergine, resa feconda da un seme spirituale e destinata a partorire la loro Pietra, una terra vergine che spesso essi identificavano con il Sale della Sapienza.
Il culto della Vergine fu considerato dagli alchimisti come una allegoria del loro Magistero e le cattedrali gotiche francesi, veri templi eretti all’arte alchemica, sono quasi tutte consacrate a Notre Dame, cioè a Maria. Come esempio di linguaggio “alchemico” nel culto mariano Fulcanelli, nelle “Dimore Filosofali”, cita l’epistola che viene letta alla messa dell’Immacolata Concezione: “Il signore mi ha posseduta all’inizio delle sue vie. Io ero prima che egli plasmasse qualsiasi altra creatura. Io ero nell’eternità prima che venisse creata la terra. Gli abissi non erano ancora e io ero già concepita. Le sorgenti non erano ancora uscite dalla terra; la pesante massa delle montagne non era ancora stata formata; io ero già nata prima delle colline. Egli non aveva ancora creato né la terra, né i fiumi, né consolidato la terra mediante i due poli. Quando egli preparava i Cieli io ero presente; quando circoscrisse gli abissi con i loro limiti e stabilì una legge inviolabile; quando stabilizzò l’aria attorno alla terra; quando equilibrò l’acqua delle sorgenti; quando rinchiuse il mare nei suoi limiti e quando impose una legge alle acque perché non superassero i confini loro assegnati; quando gettò le fondamenta della terra, io ero con lui e regolavo tutte le cose”. (Si osservi la straordinaria somiglianza con l’inno a Iside citato da Apuleio nell’”Asino d’oro”).
Il culto di una dea vergine che partorisce un bambino è comunque antecedente alla nascita del cristianesimo. Da Semele, la madre di Dioniso, ad Iside (in una delle possibili etimologie il nome viene fatto derivare dal greco Isha, Vergine), sono numerosi gli esempi delle Vergini madri. A questo proposito nella sua “Storia delle credenze e delle idee religiose” Mircea Elide scrive: “La teologia di Maria, della Vergine Madre, riprende a perfezione le antichissime concezioni asiatiche e mediterranee della partenogenesi (capacità di autofecondazione) delle grandi dee (Hera, Cibele). La teologia mariana rappresenta la trasfigurazione dell’omaggio più antico e più significativo che si sia mai reso, dalla preistoria, al mistero religioso della femminilità: la Vergine Maria verrà identificata, nel cristianesimo occidentale, con la figura della Sapienza divina, mentre la chiesa di Oriente svilupperà accanto alla teologia della Teokotos, la Madre di Dio, la dottrina della sapienza celeste Sophia, nella quale si manifesta la figura femminile dello Spirito Santo.”
L’arte sacra dei primi cristiani, che rappresenta la Vergine con il bambino Gesù tra le braccia, sembra aver tratto ispirazione dal culto di Iside che culla il piccolo Horus (la cui nascita veniva celebrata la notte del 24 dicembre, data anche della nascita di Mitra, il sol invictus dei misteri mitraici di origine persiana, che nasceva in una grotta da una pietra). Anche Fulcanelli (nel “Mistero delle Cattedrali”, ma cfr anche J. Baltrusaidis, “La ricerca di Iside”, Adelphi, Milano, 1985) ritiene che il culto delle Madonne nere si sia innestato su un preesistente culto isiaco, mantenendo talvolta invariati anche gli oggetti di culto (immagini e statue della dea reinterpretate come raffigurazioni della Madonna). Anche Vesta o Hestia (dal sanscrito Was, abitazione) era una dea vergine della terra a cui erano sacri sia il focolare domestico che il fuoco sacro della città, l’estinguersi del quale era ritenuto un segno inequivocabile dell’avvicinarsi di una calamità.
Le sacerdotesse di Vesta, le vestali, dovevano essere vergini e mantenersi caste durante tutta la durata del loro ufficio, pena la morte. Avevano il compito di custodire il fuoco sacro e il Palladium (una statua della vergine Atena armata di lancia) oltreché i simulacri dei Penati e altri oggetti sacri in un luogo di forma ottagonale in cui nessun uomo poteva penetrare. Nelle loro cerimonie non potevano usare l’acqua degli acquedotti ma solo quella piovana e delle sorgenti. Le statue di Vesta venivano poste nelle abitazioni all’entrata (da cui, secondo Ovidio, il termine vestibolo) e la dea era raffigurata con in mano una coppa, il Palladium o una torcia.
Nelle “Dodici chiavi della filosofia” di Basilio Valentino, nella quarta chiave è raffigurato uno scheletro in piedi su un catafalco, accanto al quale arde una candela, e, vicino allo scheletro, un tronco di quercia essiccato. Nel simbolismo alchemico la quercia cava raffigurava il “forno filosofico” entro il quale veniva cotto l’uovo filosofico, cioè il recipiente entro il quale si realizzava la trasmutazione alchemica. La figura di Basilio rappresenta l’estrazione del “Sale filosofico”, quel sale che ha il potere di preservare per sempre dalla putrefazione ciò con cui viene a contatto. Un simile Sale, ci dice Valentino, “È inutile se il suo interno più profondo non è scoperto ed il suo esterno spinto al centro”. Il Sale viene liberato dalla cenere ottenuta con la combustione e dev’essere poi unito allo Zolfo e al Mercurio che originariamente appartenevano al corpo non purificato. In tale modo diviene possibile ricostruire, con l’aiuto del fuoco, ciò che distruzione e dissezione avevano dissolto, ma il nuovo corpo, a differenza del vecchio, è un corpo immortale.
Nel “De confectione Lapidis” Rupescissa definisce il Sale come “L’acqua coagulata dalla secchezza del fuoco”; Mylius lo chiama “Il diadema del tuo cuore” e nello stesso modo viene definito da Senior nel “De Chemia”. Per Senior il Sale è anche, alternativamente, “il corpo bianco della cenere” o “la terra bianca fogliata che va separata dalla terra dannata e nera”, cioè dalla parte impura, pesante e malvagia della terra. Lo stesso Senior in “Artis auriferae”, spiega come il Mercurio dei filosofi si fabbrichi dal Sale: “...dapprima diventa cenere, poi Sale, e dal Sale, mediante diverse operazioni, il Mercurio dei Filosofi”.
Molti autori credono che nel Sale siano fusi sia lo Zolfo che il Mercurio, tanto che alcuni lo chiamano Rebis, “la cosa doppia”, un appellativo che, peraltro, veniva riferito talvolta allo Zolfo, talvolta al Mercurio. Infine il testo ermetico “Tractatus aureus”, contenuto nel Musaeum Hermeticum, così ammonisce l’alchimista che pretenda di portare a termine il suo Magistero senza servirsi del Sale: “Colui che opera senza Sale non ridesterà i corpi morti, colui che opera senza Sale tende un arco senza corda. Perché voi in effetti dovete sapere che i saggi hanno bisogno di un Sale assai diverso da questi minerali volgari”.
È interessante anche notare il rapporto costante che esiste tra il sale e l’oro, tanto in alchimia quanto nella geografia sacra.
E il sale è proprio una delle chiavi di quello che si è convenuto di chiamare l’affaire di 

Rennes-le-Château. D’altronde, il nome di Magdala deriva esso stesso dall’arabo magdal, che significa “pesce sotto sale”, in alcune fonti antiche viene denominata in ebraico Migdal Nunya (torre del pesce), l’athanor è chiamato anche torre. Questa persistente continuità viene confermata da Santa Maria Maddalena, le cui lacrime sono redentrici. In effetti, su un’incisione risalente al XVI secolo si può vedere la Santa in Provenza, a Sainte-Baume: la caverna scavata nella falesia domina un piccolo fiume menzionato sotto il nome di… Salins, e nel quadro si può osservare uno stendardo recante una croce templare

Da: http://www.fuocosacro.com/pagine/gnosticismo/vergineanima.htm
Jules Verne e l’esoterismo di Michel Lamy


martedì 15 novembre 2011

Benedizione celtica


Che l’alba ti trovi desto e attento,
pronto ad affrontare la nuova giornata,
con i suoi sogni,
le possibilità e le promesse.

Che la sera ti trovi felice e appagato.

Che tu possa entrare nella notte beato,
protetto e difeso

Vedere il mondo in un granello di sabbia
E il cielo in un fiore di campo
Stringere l'infinito nel palmo della mano
E l'eternità in un'ora

William Blake

Io sono pagana


Io sono pagana
Le rocce, il vento, i ruscelli, gli animali sono miei fratelli. In loro si completa la mia vita. In loro è presente la scintilla divina che guida il mio spirito. Riconosco gli alberi come mio rifugio, come mia fortezza. Ogni volta che piango sono loro ad asciugare le mie lacrime con il lieve tocco del cuore. I loro tronchi sono il mio appoggio quando sono stanca, la loro linfa è il simbolo del continuo fluire del rinnovamento, su me e la mia pelle. Sono la mia capanna dell'anima, dove mi rifugio ogni volta che la pioggia cade troppo forte e il vento porta via le foglie dal sentiero.

Io sono pagana.
Riconosco un Dio e una Dea, in loro la mia vita, per loro la mia vita. Non conosco i loro nomi perchè sono abituata a chiamarli con tutti i nomi del mondo. Loro sempre rispondono anche se la mia voce è solo un sussurro, un sospiro. Loro le mie labbra, loro il mio cuore. Mi insegnano infinito amore e abbandono per la fiammata che sento dentro ogni giorno, l'esistenza. Mi donano la paura ed il dubbio, perché io possa chiedere a me stessa e trovare le risposte. Mi donano il dolore e la sofferenza perché io possa crescere nel faticoso cammino della vita, imparando ogni lezione che a me sarà posta. Mi donano la fantasia e l'eclettismo perché io possa amare me stessa giorno dopo giorno, cambiando forma, mutando umore, essendo donna.

Io sono pagana.
Celebro il mutare delle stagioni. Attraverso l'anno tenendo per mano la Madre nei suoi percorsi di luce, di ghiaccio, di sangue e di rugiada. Onoro il rinnovamento della vita, l'inizio della crescita, la rinascita dei germogli, l'amore e la passione, il primo biondo raccolto, la fruttificazione, l'ultimo raccolto d'arancio, la fine e il passaggio. Le stagioni si posano sulla mia pelle come organza, imprimendo i loro forti odori nelle mie narici, i loro sapori sulla mia lingua, i loro colori nei miei occhi. Mille e ancora mille tesori a me svelati

Morgana