Visualizzazione post con etichetta Mitologia celtica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mitologia celtica. Mostra tutti i post

lunedì 22 luglio 2013

I Fianna



Il ciclo degli Dei e dei guerrieri irlandesi comprende i fianna, guerrieri di professione che avevano un loro esercito in ciascuna delle 4 provincie nelle quali era anticamente suddivisa l’Irlanda. Il loro compito era di difendere il Re Supremo e i re locali dalle magie di streghe e dei druidi nemici, ma la loro indole non era esclusivamente guerresca; anzi essi sapevano essere sensibili e apprezzavano la piacevolezza della natura, del gioco, della caccia e del corteggiamento amoroso.
Il ciclo leggendario dei Fianna e del loro leggendario capo, Finn, figlio di Cumhal, l'unico eroe a cui era permesso avere un rapporto paritario con i divini Tuatha de Danaan, costituisce l'ultima espressione della cultura gaelica prima dell'arrivo del cristianesimo in Irlanda nei secoli V e VI; infatti sotto i colpi di questa nuova religione muoiono gli Dei pagani e quel mondo magico-onirico che aveva caratterizzato la stessa cultura gaelica.
Il passaggio dal paganesimo al cristianesimo non avviene senza traumi, come è testimoniato dalla seguente leggenda, ma anzi porta con sé smarrimento, dolore, sgomento. Dopo la morte di Finn a cui la gente si ostinò a non voler credere, infatti si dice che ritorni sulla terra di quando in quando, assumendo ogni volta le sembianze degli eroi d'Irlanda, sarà il figlio Oisin a dover fare i conti con la nuova realtà. Quando Oisin parla a S. Patrizio, il cristianizzatore dell'Irlanda, degli amici e della propria vita che si è protratta così a lungo, egli non può fare altro che gridare senza posa contro una religione che non ha nessun significato per lui.
Egli piange, e le sue parole sono state conservate a lungo nell’arco dei secoli: "Piangerò finche avrò lacrime, non per Dio, ma perché Finn e i Fianna non vivono più".
La leggenda riassunta dice che Oisin, figlio di Finn abbandona i Fianna per andare a vivere nella Terra della Giovinezza con sua moglie Niamh. Dopo alcuni anni sente la mancanza della verde Irlanda, di suo padre e dei Fianna e chiede a sua moglie il permesso di tornare nella sua terra; Niamh gli concede il permesso ma gli predice che non tornerà mai più nella Terra della Giovinezza, poiché nel mondo reale sono passati secoli mentre in quella terra fatata solo pochi anni e se Oisin poserà i piedi a terra il peso di tutti i suoi anni gli piomberà addosso e non potrà più tornare a rivedere sua moglie.
Appena tornato in Irlanda incontra alcune persone che gli dicono che i Fianna e Finn sono morti secoli prima ma Oisin, disperato, non vuole creder loro e torna nei luoghi dove i fianna vivevano e trovando tutto in rovina si dispera fino a dimenticare l'avvertimento di sua moglie e mette il piede per terra, alché diventa vecchissimo ma sopravvive.
Successivamente incontra S. Patrizio al quale dice:

"Fu un brutto viaggio per me. Non trovato nessun segno di Finn e dei Fianna mi sprofondai in un dolore che durerà tutta la vita". Il santo rispose: "Smetti di affliggerti, o Oisin, e versa le tue lacrime per il Dio della Grazia. Finn e i Fianna ormai sono finiti e non hanno più bisogno del tuo aiuto. È stato Dio a vincerli e non la mano di un forte nemico. Quanto ai Fianna sono condannati all'Inferno, insieme a Finn, e a vivere nel tormento eterno."
"O Patrizio" disse Oisin "mostrami il luogo in cui si trovano Finn e i suoi guerrieri. Non esiste Inferno o Purgatorio che io non riuscirò a distruggere. E se anche Osgard, mio figlio, eroe che tanto coraggioso si dimostrò nelle dure battaglie, si trova laggiù, non c'è all'Inferno o nel Paradiso di Dio un esercito tanto grande che egli non possa distruggere".
Oisin continua poi dicendo che i suoni della natura, del corno da caccia e della corte di Finn sono molto più dolci e melodiosi di quelli dei monaci di Patrizio.
Oisin spesso prega il santo di implorare Dio perché Finn e i suoi compagni non stiano all'Inferno ma il santo non acconsente mai e Oisin non ne capisce il motivo, dicendo che Finn era stato generoso e buono con tutti. Patrizio insulta Finn e Oisin, arrabbiato, gli risponde che persino il peggiore dei nemici dei Ffanna di un tempo non lo denigrerebbero nel modo in cui fa il santo.
Parla Oisin:"Non è più vita non partire per compiere atti di coraggio, come eravamo soliti fare, non giocare più come facevano quando ne avevamo voglia e non vedere più i nostri guerrieri nuotare nel lago. È tutta la notte che le nubi gravano su di me. Non c'è nessun uomo che viva nelle mie condizioni. Oh com'è infelice la mia esistenza, non sono altro che un vecchio. Sono l'ultimo dei fianna, sono il grande Oisin, figlio di Finn e ora ascolto il suono delle campane. È tutta la notte che le nubi gravano su di me."
Fu così con queste parole cariche di malinconia, disperazione e nostalgia, con l’animo rivolto a quella che era stata la sua gente e il suo mondo, un tempo felice, ed ora irrimediabilmente perduto, si spense l'ultimo dei fianna, e con lui tutta un'epoca.

Da: Introduzione alla leggenda L’ultimo dei Fianna

Fianna (singolare fian) erano “bande” di guerrieri indipendenti.
Vivevano dunque liberi ed indipendenti. I fianna erano costituiti principalmente da uomini espulsi dai loro clan di appartenenza, senza possedimenti. I riti di iniziazione, prove che i racconti ci rappresentano in tutta la loro difficoltà, il candidato doveva manifestare la propria destrezza nell’uso delle armi ed il proprio coraggio superando alcune prove mirabolanti.
Egli doveva, infatti, affrontare, armato di un ramoscello e protetto dallo scudo, nove guerrieri armati di lancia, i quali gli scagliavano contro contemporaneamente la loro arma che il candidato doveva schivare. Superata la prima prova, con un breve vantaggio doveva fuggire nel bosco inseguito da tre guerrieri che gli davano la caccia.

A queste i racconti aggiungono prove più fantasiose, come il salto in piena corsa di un ramo alto come la sua fronte o il togliersi dal calcagno una spina senza smettere di correre.
Appare comunque certo che le doti atletiche dei feniani non fossero comuni. Ma il guerriero fianna non doveva solo essere un eccezionale e coraggioso uomo d’arme. Egli era anche un uomo di cultura ed un poeta, un poeta-guerriero.
Una volta ammesso nei fianna, giurava di rinnegare il proprio clan, di non vendicare mai alcuno dei suoi familiari né d’essere mai vendicato.
Si impegnava a non rifiutare mai l’ospitalità, a non fuggire mai in battaglia, a non insultare le donne e a non pretendere dote dalla moglie.

Questi guerrieri anticipano l’ideale cavalleresco, ma nel cavaliere medievale, anche nella rappresentazione più cortese offertaci dalla tradizione storico-letteraria, manca la fusione tra valore guerresco e cultura, conoscenza dell’arte e della poesia. Il fianna impugna l’arpa come la spada, e sostituisce con facilità i fendenti con i versi poetici. L’immagine che la tradizione irlandese ci tramanda è quella di un uomo completo, nel corpo e nello spirito, libero, forte e portatore di valori universali.
Questa particolarità contribuì a rendere le storie dei feniani così affascinanti da spingere Macpherson a dar vita a quella che, con tutta probabilità è una delle più famose mistificazioni della letteratura: la pubblicazione, tra il 1760 ed il 1763, dei poemi del bardo Ossian (l’Oisin irlandese, un fianna)."

Da:
http://www.specchiomagico.net/fianna.htm
)

venerdì 9 novembre 2012

Il Pozzo di Connla


Nella mitologia irlandese il Pozzo di Connla (anche detto Pozzo di Coelrind, Pozzo di Nechtan o Pozzo di Segais) è uno di quei pozzi soprannaturali variamente definiti "Pozzo della Saggezza" o "Pozzo della Conoscenza" e la sorgente di alcuni fiumi d'Irlanda.
È sede del Salmone della saggezza e circondato da nove noccioli sacri (anch’essi simbolo di conoscenza e saggezza). Il druido Finnegas (Finegas, Finn Eces, Finneces), trascorse sette anni cercando di pescare il Salmone. Quando finalmente lo catturò, diede istruzioni a Fionn, il suo apprendista, su come prepararglielo. Fionn si scottò il pollice versando del grasso bollente dal salmone che stava cuocendo e immediatamente si succhiò il dito per alleviare il dolore.
Quando Fionn portò il cibo pronto a Finnegas, esso vide negli occhi del ragazzo un fuoco che non aveva mai visto prima. Quando lo interrogò, Fionn negò di aver mangiato il pesce. Il maestro insistette con le sue domande e allora Fionn ammise di averne provato il sapore. Questa incredibile conoscenza e saggezza ricevuta dal Salmone permise a Fionn di diventare il leader dei Fianna, eroi del mito irlandese.
La storia di Fionn e del salmone della saggezza è simile alla leggenda gallese di Gwion Bach.
Mangiando le nocciole cadute nel pozzo, bevendo l'acqua del pozzo quando le nocciole cadevano o mangiando il Salmone che si nutriva delle nocciole, si acquisiva conoscenza ed ispirazione poetica. Il pozzo fu dunque cercato da molti poeti e filosofi.
Il Pozzo di Connla è un motivo comune nella poesia irlandese: per esempio appare in Le Nocciole della Conoscenza o Il Pozzo di Connla di George William Russell.
Yeats
descrisse il pozzo, che vide mentre era in trance, come pieno delle “acque dell'emozione e passione, in cui tutti gli spiriti purificati sono intrappolati”.
Secondo la leggenda di Cormac mac Art il pozzo si trova nella sala del re fatato Manannan mac Lir, il dio del mare e del tempo atmosferico. Normalmente Manannan è considerato uno dei Tuatha Dé Danann, benché alcune tradizioni lo vogliano più antico di essi. Il suo vero nome era Orbsen od Oirbsen. Il nome Manannan deriva da un nome arcaico dell'Isola di Man, mentre il suo patronimico mac Lir aveva un significato metaforico di "figlio del mare” (detto anche Ler, Ler è il nominativo e Lir il genitivo in antico irlandese per il termine mare). Più che una vera e propria divinità Lir è la personificazione del mare: le genealogie tramandano che il padre di Manannan fu Allód, e non - come si potrebbe pensare - Lir della celebre storia dei Figli di Lir.
Manannan possedeva molti oggetti dotati di proprietà magiche.
Donò a Cormac mac Airt il calice della verità; la sua nave, An Sguabair nan Tuinn ("spazza onde"), navigava senza bisogno di vele; aveva un mantello che rendeva invisibile chiunque lo indossasse, un elmo fiammeggiante, una spada chiamata Freagairiche ("colei che risponde") che non poteva mai mancare il bersaglio. Possedeva inoltre un cavallo di nome Enbarr che poteva cavalcare sulle acque come sulla terraferma.
Dopo la separazione dalla moglie, Fand Regina delle Fate, preoccupato per il suo amore verso l'eroe ulato Cú Chulainn che l'avrebbe condotta alla morte, perché nessuna fata poteva amare un mortale, Manannan cancellò i loro ricordi l'uno dell'altra.
Crebbe due figli adottivi: Egobail e Lugh.
Inoltre profetizzò a Bran, ne Il viaggio di Bran, che dalla sua discendenza sarebbe nato un grande guerriero, Mongan mac Fiachna
.
Il suo equivalente gallese è Manawyddan ap Llyr.
Era considerato anche il sovrano dell'oltretomba, re del Mag Mell, "la pianura della gioia"
o Tír na nÓg, la Terra della Giovinezza, la Terra dei Viventi, la Terra Multicolore, la Terra Promessa. Il Mag Mell è un paradiso di felicità, visto come un'isola nel lontano Ovest o, alternativamente, come un regno sul fondo dell'oceano. Come isola è stato visitato da diversi eroi e monaci irlandesi. Nel Mag Mell malattia e morte non esistono, è un luogo di giovinezza e bellezza eterna, dove musica, forza, vita e tutti i piaceri esistono contemporaneamente. La felicità non cessa mai e nessuno desidera cibo o acqua
È noto soprattutto per il mito di
Oisín e Niamh.
Oisín aveva bisogno di una guida per raggiungere il Mag Mell, che fu Niamh. Insieme raggiunsero questo regno incantato, dove trascorsero un certo tempo, finché la nostalgia non spinse Oisín a tornare alla madrepatria. Fu però sconvolto nell'apprendere che, mentre con Niamh aveva trascorso un solo anno nel Mag Mell, in Irlanda, ne erano trascorsi ben cento. Oisín raggiunse l'Irlanda in groppa al magico cavallo di Niamh, ma lei lo avvertì di non toccare il suolo, altrimenti il peso degli anni gli sarebbe piombato addosso in un solo istante. Ma Oisín non sentì il consiglio e, in un solo momento, si mutò in un vecchio. Riuscì comunque a raccontare a San Patrizio la sua storia, e a venir benedetto prima della morte. Questo racconto ha diversi altri paralleli nel mondo, a cominciare dalla storia giapponese di Urashima Tarō.
Il fascino del Mag Mell sopravvisse all'era pagana anche dopo l'avvento del cristianesimo. In racconti posteriori però non si tratta più tanto di una realtà oltremondana, quanto di una sorta di paradiso terrestre che i viaggiatori avventurosi possono raggiungere navigando verso ovest, spesso trascinati da provvidenziali tempeste. Solitamente questi viaggiatori esplorano diverse altre isole fantastiche prima di raggiungere il Mag Mell e poi far ritorno. Sono da ricordare, tra loro: San Brendano, Brân il Benedetto e Mael Dúin.
Queste storie sono sicuramente state ispirate dalla nota abilità marinara dei monaci irlandesi, che raggiunsero e colonizzarono diverse isole, anche molto lontane. Di San Brendano si ipotizza persino che abbia raggiunto il continente americano diversi secoli prima di Cristoforo Colombo.

La leggenda del Pozzo di Connla
Tanti e tanti secoli fa, lungo la costa irlandese nel punto in cui le città di Golwaj e Clifden si congiungono, c'era una piccola capanna sperduta e disabitata. Chi mai l'avesse costruita era a tutti ignoto. Gli uomini si rifiutavano di abitare quel luogo dove il cielo era quasi sempre grigio e raramente rischiarato dal sole. Inoltre il vento freddo dell' Atlantico vi soffiava così forte che sembrava voler strappare le poche forme di vegetazione che riuscivano a sopravvivere.
Ma un giorno una giovane donna, con il suo figlioletto appena nato, si rifugiò nella capanna. Si adattò alla solitudine del luogo e imparò a difendersi dal vento e dalle piogge. Viveva cibandosi degli animali che il mare depositava ogni giorno sulle spiagge e bevendo acqua piovana. Insegnò al suo bambino ad amare quell'universo che a tutti era sembrato ostile.
Il piccolo crebbe e diventò un uomo forte e saggio. Conosceva ogni aspetto dell'oceano: capiva anche dai segnali più insignificanti l'arrivo delle tempeste, percepiva la direzione delle correnti, coglieva nel colore e nelle trasparenze delle acque l'approssimarsi delle maree. Intuiva inoltre il significato delle nuvole in cielo.
Ciò che lo affascinava di più era però il mormorio delle onde; in riva al mare si sentiva rapito dal suono che proveniva dall'oceano, a volte dolce, a volte violento, ma sempre ricco di armonia e di mistero. Un giorno decise perciò di andare verso l'ignoto oltre la riva. Con una piccola zattera si abbandonò alle onde del mare e incominciò a remare guardandosi intorno incantato: l'immensità dello spazio azzurro lo ammaliava.
Dopo alcune ore di navigazione s'avvide con preoccupazione che stava per scatenarsi un uragano: la sua zattera non avrebbe potuto competere con le forze dell'oceano. Il giovane infatti lottò inutilmente contro le onde, che lo strapparono ai resti della zattera e lo inghiottirono.
Fu trascinato nel fondo. Si trovò in un mondo calmo e tranquillo, dove strani esseri lo guardavano meravigliati. Infine la corrente, che diventava sempre più impetuosa, lo risucchiò verso un grosso pozzo che si trovava nelle profondità marine.
Il giovane avvertì una strana sensazione; nel fragore delle acque, che cadevano nel pozzo, gli parve di udire un susseguirsi di espressioni. Erano tante parole nuove a lui sconosciute. Quanta dolcezza! E che suono meraviglioso producevano! Capì che le onde del mare gli parlavano e che egli ne comprendeva il messaggio.
Durò un attimo quel viaggio misterioso. Poi si trovò di nuovo sulla sua spiaggia. Rivide le luci di sempre, ascoltò i rumori e gli echi a lui noti, risentì il canto degli uccelli. Guardò le onde del mare e vi scorse le tante forme di vita che ben conosceva: il polpo, l'aringa, la seppia. Di lontano intravide il delfino, la balena azzurra. Ma scoprì una cosa strana: era padrone, ad un tratto, di una gamma infinita di suoni e di parole. Con esse poteva descrivere l'universo che lo circondava. Pronunciò, per la prima volta, espressioni mai udite prima. Erano perfette.
La madre sentì la sua voce, corse verso di lui per riabbracciarlo e rimase per ore ad ascoltare il suo dire.
Anche gli uomini e le donne che abitavano nei punti più lontani dell'isola lo sentirono e accorsero. Non comprendevano quel linguaggio, eppure il ritmo era così melodioso che ne furono affascinati: era nata finalmente la poesia.
Ma essa è una ricchezza di pochi. Chi vuole possederla deve infatti riuscire ad arrivare nelle profondità dell'oceano, nel pozzo sottomarino di Connla

giovedì 8 novembre 2012

Emain Ablach


Isle of Arran Pictures
 This photo of Isle of Arran is courtesy of TripAdvisor

L’elisio celtico non era situato, come il paradiso dello scrittore di inni, “sopra il luminoso cielo azzurro”, bensì qui sulla terra; ma, poiché era un mondo soggettivo, la sua ubicazione era vaga… Talvolta era una mistica isola verdeggiante che galleggiava sui mari occidentali. Gli uomini la avvistavano di tanto in tanto, mezzo nascosta tra una foschia luccicante, ma quando cercavano di avvicinarsi, svaniva sotto le onde…
L’Isola Verde è stata avvistata a quasi tutte le latitudini da Capo Wrath, in Scozia, a Capo Clear, in Irlanda. A volte è stata identificata con una particolare isola dell’Occidente.
“Secondo la tradizione irlandese”, dice il professor Watson, “l’isola di Arran era la patria di Manannan, il dio del mare, ed era anche detta Emain Ablach, Emain delle Mele. Ciò equivale, suppongo, a sovrapporre l’Arran ad Avalon, il glorioso aldilà”.
Per entrare in quell’aldilà prima della morte, era necessario un passaporto. Si trattava di un ramo argenteo del melo mistico, carico di fiori o frutti – anche se talora era sufficiente una sola mela – che la regina della fate di Elfhame consegnava al mortale di cui desiderava la compagnia. Esso non fungeva solo da passaporto, ma anche da nutrimento, e aveva la proprietà di rendere la musica così ipnotica che chiunque la udisse dimenticava tutti i problemi e le tribolazioni

Da Il ramo d’argento, vol. I: Folklore e credenze popolari scozzesi di F. Marian McNeill
in La maledizione del ramo d’argento di Lisa Tuttle

giovedì 4 ottobre 2012

Mabon ap Modron


Nella tradizione neo druidica la festività di Mabon è l'ultimo degli Alban, Alban Elued, la Luce dell'Acqua. Perché acqua? Perché questo elemento rappresenta il brodo primordiale o l'oceano cosmico dove il sole si inabissa nella metà discendente dell'anno. Considerando che gli antichi popoli agresti sostenevano che la terra fosse "galleggiante" sull'acqua, era palese ritenere che il sole si immergesse nelle acque oceaniche. Questa associazione riveste un ruolo ancora più forte considerando l'acqua come un aspetto legato alla spiritualità e all'inconscio, alla morte e all'oscurità oltre che al “non conosciuto". Il legame quindi che si trova con Alban Heruin, il Solstizio d'Estate, che è invece la Luce della Riva, richiama il passaggio all'oltre. La Discesa è ormai sentita e l'acqua dell'inconscio domina l'energia di questa festa.
Mabon ap Modron è un titolo e significa Figlio della Madre, dal termine Mab, che significa "giovane" e "figlio", e quello di Modron, che significa "Madre". Un termine che pare risalire anche al gaelico "Matron" che riporta al latino "Mater", da cui deriva il nostro "Madre". Mabon è una divinità che ha, come molte altre, una dubbia paternità. Se da una parte lo vediamo figlio di Melt, l’Illuminante, da un’altra appare come un figlio nato per partenogenesi. È e rimane un dio della vegetazione e il suo rapimento alla madre si ricollega a tutti gli aspetti di divinità ctonie legate al raccolto, come nel rapimento narrato nel terzo ramo del Mabinogion, il rapimento di Pryderi, figlio di Rhiannon e Pwyll, re del Dyved, avvenuto proprio la notte della sua nascita ad Arbeth.
Il legame che troviamo tra Mabon e Pryderi ha permesso l'avanzare di alcune ipotesi che lo vedrebbero come dio della musica, dell'amore e della fertilità. Egli rappresenta il mutare e lo scorrere delle stagioni e può essere adeguatamente paragonato a Persefone/Proserpina, la quale, proprio come Mabon, è una figlia rapita contro la sua volontà.
In seguito alla sua sparizione la terra viene maledetta dalla madre addolorata, Demetra, e non dà più frutti.
Fermiamoci un attimo però sull'etimologia del nome della dea eleusina per capire un ultimo aspetto del mito, quello più tardo e dovuto a Pitagora e Platone. Demetra deriva da Da-Meter dove Da sta per Gea o comunque ha radice in "orzo" o “terra” e Meter significa semplicemente "Madre". Demetra è quindi la Madre Terra o Madre Orzo, che si lega anche al nome di Poseidone, il cui nome stesso deriva da Potei-dan: "Marito di Da". Egli è quindi, in origine, il marito di Demetra e infatti, dato che lui non vive sull'Olimpo, anche lei non vi risiede. Se Demetra è quindi la MadreTerra, Persefone chi è? La figlia è il soffio vitale che permette alla vita di compiere il suo ciclo di nascita, morte, rinascita. È qui che si innesta il mito rivisitato da Platone e Pitagora del Ratto di Persefone, ossia quello che la vede come una sincera compagna di Ade, discesa negli inferi per curiosità e che simboleggia quindi la crescita e la trasformazione da Kore fanciulla a Persefone, colei che tutto nutre e tutto distrugge, e che altro non è se non l'accettazione del lato oscuro e quindi la crescita da bambina spensierata a donna adulta. In questa versione nuova del mito rivista trova spazio anche l'abbinamento Dioniso/Ade come la stessa divinità, come ci fa notare Eraclito: in verità Dioniso ed Ade sono lo stesso dio.
Sia Mabon che Persefone sono rappresentati, nei rispettivi miti come prigionieri rapiti alle madri e legati alla vegetazione, il loro ciclo di morte - discesa - rapimento porta il conseguente deperire della natura a loro associata
Mabon, la bellezza e lo splendore imprigionati del mondo, che rimane buio e desolato fino a quando non viene liberato e sua Madre, Modron, la Dea della Terra, sono due figure archetipe che riappaiono ancora e ancora attraverso tutti i miti celtici.
Nel Lanzelet di Ulrich von Zatzikhoven, composto in lingua tedesca sul finire del XII secolo si racconta la vicenda del bel Lanzelet (Lancillotto), le sue avventure, la ricerca del Graal, gli amori, nonché il suo misterioso rapimento, in tenera età, da parte della bellissima Dama del Lago.
Il romanzo narra che Re Pant di Genewis, si trovava nel suo castello, circondato dai nemici e gravemente ferito. Il cibo venne a mancare e il Re dovette decidersi a fuggire, insieme alla sua regina, Clarine, e al loro bimbo, di un solo anno d’età.
Per il gran dolore d’aver perduto il castello ed i suoi possedimenti, il re non riusciva a reagire e Clarine, per alleviare un poco la sua sofferenza, gli offrì una coppa riempita dell’acqua che sgorgava da una vicina fonte. Ma non appena il re la bevve, morì, lasciando Clarine e il bambino soli e spaventati nella foresta.
Non lontano da lì, un lago incantato bagnava la terra e la regina si nascose vicino ad esso, tra le radici di un grosso albero. Allora successe che una splendida donna, simile ad una sirena, emerse dalla nebbia leggera sospinta dal vento, e prese il bimbo dalle braccia della regina, stringendolo teneramente fra le proprie.
A nulla valsero le preghiere disperate della donna… la Dama non proferì parola e portò Lanzelet via con sé, sparendo misteriosamente nel luogo da cui era venuta.
Quando Lancillotto diviene un ragazzo è la Dama ad assegnarli la sua prima avventura: egli dovrà sconfiggere in battaglia il terribile Iweret di Dodona per liberare Mabuz, il giovane figlio della Donna che lo ha allevato (Mabuz, figlio della Dama del Lago è una trasposizione del gallese Mabon ap Modron). Soltanto al termine di questa terribile battaglia il cavaliere verrà a conoscenza del proprio nome e del proprio lignaggio e potrà entrare a far parte della corte da eroe, il più grande che sia mai esistito sulla Terra.
Nei racconti dei quattro rami del Mabinogion, di Culhwch e Olwen e di Taliesin si trovano le figure di Mabon e Modron.
Va detto innanzitutto che Mabinogion è un termine recente, che dobbiamo a Lady Charlotte Guest, la prima traduttrice in lingua inglese di questo testo tradizionale nel 1849. Il titolo tradizionale è in realtà Pedeir Keinc y Mabinogi, ossia i Quattro Rami del Mabinogi: Lady Charlotte Guest ritenne che il termine mabinogi indicasse un racconto per bambini, erroneamente. In realtà il termine è assimilabile all’irlandese macgnimartha, ossia “racconto della gioventù di un eroe”: a tale proposito va fatto infatti notare che il De Infantia Iesu Christi, un vangelo apocrifo del XIV secolo, fu tradotto in gallese come Mabinogi Iesu Grist.
Una prima parziale versione del Mabinogion è conservata nel Libro Bianco di Rhydderc (c.a. 1300), mentre una versione completa appare nel Libro Rosso di Hergest (c.a.1400), mentre il Llyfr Taliesin ci arriva su un manoscritto del XVII secolo, a sua volta copia di un originale del XVI, conservato nel Museo Nazionale del Galles. 
Le immagini ed i simboli contenuti nelle storie del Mabinogion ci consegnano le chiavi che ci consentono di aprire le porte per entrare nell’Annwn.
Mentre ci avventuriamo lungo i sentieri narrativi, come direbbe Eco, del Mabinogion, ci accorgiamo pian piano che esiste un Quinto Ramo, una storia nascosta: la storia di Mabon e di Modron, e della Successione dei Pendragon, la metastoria che tutte le altre storie in realtà raccontano. Mabon, che peraltro è assimilabile al romano-britanno Maponus, corrispondente all'Apollo greco, il cui culto era diffuso in Britannia, ed in particolare nella zona a ridosso del Vallo di Adriano, non è solo il Grande Prigioniero, egli è il Prigioniero Eterno, perso per eoni e finalmente ritrovato: nel Mabinogion tutti gli eroi, nelle loro vicissitudini, non fanno altro che impersonare aspetti di Mabon. Essi sono, di volta in volta, prigionieri, aguzzini e salvatori in un vorticare di ruoli, così come le varie eroine non sono a loro volta che aspetti di Modron.
La stessa Triade 52 ci mette sull’avviso, mostrando il pattern che percorre i racconti. Le Triadi, per inciso, sono un corpus che è stato collazionato da un gran numero di testi, e costituiscono un vero e proprio sillabo ad uso dell’istruzione dei bardi: si tratta di chiavi mnemoniche che alludono a storie in gran parte oggi perdute, ma che dovevano aiutare l’aspirante bardo a ricordare i grandi temi tramandati in via esclusivamente orale. La Triade 52, dunque, recita come segue:

Tre famosi prigionieri dell’Isola di Britannia:
Llyr Mezzo-Discorso, che fu imprigionato da Euroswydd,
e secondo, Mabon figlio di Modron,
e terzo, Gwain, figlio di Geirioedd.
Ed uno che fu più famoso di tutti e tre loro, fu tre notti imprigionato in Caer Oeth ed Anoeth, e tre notti imprigionato da Gwen Pendragon, e tre notti in una prigione incantata sotto la Pietra di Echyment. Questo famoso prigioniero fu Arthur. E fu lo stesso ragazzo a liberarlo da ciascuna di queste tre prigioni – Goreu, figlio di Custennin, suo cugino.


Pur non potendo scendere nel dettaglio, cosa che richiederebbe spazi e tempi che travalicano quelli a nostra disposizione, esaminiamo allora la storia che abbiamo scoperta nascosta tra le pieghe del Mabinogion:

- Mabon è tenuto prigioniero nell’Annwn
- L’eroe, il Pen Dragon, deve liberarlo
- Per farlo egli deve affrontare il Signore dell’Annwn, il Pen Annwn.

Il Pen Dragon sconfigge il Pen Annwn e ne prende il posto; Mabon, liberato, diventa il nuovo Pen Dragon mentre il Pen Annwn rinasce come nuovo Mabon.
È in questo ciclo, che definiremo Successione dei Pen Dragon, che noi troviamo l’essenza dell’insegnamento spirituale dei Misteri di Britannia. Esso affronta allo stesso tempo, su diversi livelli, questioni pubbliche come la legittimità della sovranità ed ambiti personali relativi alla crescita spirituale del singolo individuo. In realtà, vedremo, i due ambiti sono separati soltanto in apparenza. Il lato maschile ed il lato femminile del divino sono entrambi contemporaneamente all’opera qui, per mostrarci la via della crescita della consapevolezza ed i mezzi per poterla percorrere.
In questi racconti incontriamo numerosi elementi sciamanici: le trasformazioni successive in una serie di animali differenti cui assistiamo spesso, come nel Taliesin ad esempio, non fanno altro che riferirsi ad un processo iniziatico durante il quale il protagonista deve identificarsi con una serie di totem animali per potersi trasformare interiormente ed in cui la figura che lo incalza si pone come l’iniziatore: questa figura si rivela, a seconda dei casi, o come il Signore degli Animali o come la Donna della Conoscenza. In maniera probabilmente inconsapevole un riflesso di questa iniziazione sciamanica è rimasto anche in una versione moderna come La Spada nella Roccia di T.H. White, in cui Merlino sottopone Artù ad una serie di trasformazioni animali per istruirlo sul mondo: è evidente che qui Merlino (a sua volta in diversi punti del ciclo antico presentato come Signore degli Animali o Uomo Selvaggio, ergo una rappresentazione del principio divino maschile) si pone come iniziatore di Artù, seguendo perfettamente il pattern che noi troviamo già delineato nei Misteri di Britannia.
Risulta a questo punto evidente come il processo della Successione dei Pen Dragon non sia quindi un processo distruttivo, ma di crescita. Il Pen Annwn si pone come avversario che deve farsi superare in quanto iniziatore la cui sconfitta, da parte del Pen Dragon, equivale al superamento della prova ed al raggiungimento della consapevolezza: ne consegue quindi che la prigionia di Mabon è, in gran parte, una prigionia volontaria, parte di un processo di crescita. Come possiamo esplicitare tutto questo riferendolo ad un processo di crescita personale? Ciascuno di noi è il Pen Dragon che deve andare a liberare Mabon, l’eterno fanciullo che è prigioniero dentro noi stessi. Per poter raggiungere il nostro scopo dobbiamo affrontare e sconfiggere il Pen Annwn, il Signore dell’Altro Mondo, ossia la parte nascosta di noi stessi, quella che cerchiamo di non vedere, quella che preferiremmo fingere che non esista. Soltanto in questo modo possiamo far progredire il ciclo, rigenerare questa parte oscura di noi consentendogli di diventare un nuovo Mabon, mentre il fanciullo che era in noi matura per diventare il nuovo Pen Dragon. Allo stesso tempo ciò che eravamo diventa ciò che dobbiamo superare per poter progredire ulteriormente, in un ciclo senza fine.
Nella cultura celtica inoltre il concetto di legittimità della sovranità era un punto centrale, dal momento che essa non era garantita semplicemente in via ereditaria ma doveva andare all’individuo più meritevole di esercitarla. Anche in questo i Misteri di Britannia ci indicano la via: vediamo infatti come il Pen Dragon diventa tale solo dimostrandosi degno della sovranità, personificata di nuovo in una figura femminile. Alla triade maschile Mabon, Pen Dragon e Pen Annwn vediamo quindi corrispondere una triade femminile Madre, Signora Sovranità, Terribile Iniziatrice: il Pen Dragon è colui che, avendo superato una prova iniziatica, si è dimostrato degno del matrimonio mistico con la Sovranità, ergo il Divino Femminile stesso, ergo può diventare uno con la terra che governa. Come viene ricordato in Excalibur di John Boorman, “il Re e la Terra sono Uno”.
E ritornando quindi a quello che è il percorso interiore che ci viene indicato dai Misteri di Britannia, coloro che intraprendono un’iniziazione maschile sono una personificazione del Divino Maschile che deve attraversare un ciclo di trasformazione per potersi evolvere, ma condizione preliminare per questo, requisito essenziale per poter essere il Pen Dragon che va a liberare Mabon, è di riuscire a diventare Uno con il Divino Femminile interiore: solo così potranno essere Signori di Se Stessi, capaci di superare le loro debolezze, di spezzare le catene delle consuetudini che li tengono fermi e diventare quindi persone spiritualmente liberate e sul cammino dell’evoluzione.
Secondo il mito gallese, narrato nel racconto di Culhwch e Olwen nel Libro Rosso di Hergest, Mabon venne rapito alla madre dopo tre notti dalla sua nascita, senza che si sapesse più nulla di lui. Nessuno sapeva dove si trovasse, ovviamente. Il mito narra che il gigante Ysbaddaden, per concedere la mano di sua figlia Olwen a Culhwch lo sfidò con alcune impossibili Cerche, alle quali si sentì sempre rispondere: "Sarà facile per me, anche se tu pensi altrimenti". Una di queste fu quella di chiedere l'aiuto di Mabon figlio di Modron, che fu rapito a sua madre quando aveva tre notti, affinché desse la caccia ad un crudele cinghiale, uomo trasformato, di nome Twrch Trwyth, e lo presentasse allo stesso Yspaddaden Penkawr, il quale non avrebbe permesso a Culhwch di sposare sua figlia finché quel cinghiale fosse stato in libertà. Culhwch si mise alla sua ricerca, ma non da solo, poteva contare su Arthur, Eiddoel, Gwrhyr l'interprete, Kei e Bedwyr. Insieme andarono a raccogliere informazioni da alcune tra le più leggendarie e antiche creature esistenti, come il merlo di Kilgrwri, il cervo di Rhendevre, antico come la foresta, il gufo di Cwn Cawlwyd, antico come tre foreste, l'aquila di Gwernabwy e infine il salmone di Llyn Llyw, il più vecchio e saggio animale esistente. Fu proprio quest'ultimo l'unico a dar loro una risposta: tre prigionieri illustri sono tenuti chiusi a chiave nella segreta più grande dell'isola di Britannia, la sotterranea Caer Llowy, (che pare significhi "Città della Luce"), questi tre prigionieri sono Llyr Llediaith, Gweyr, figlio di Geyrybed e Mabon figlio di Modron. E udirono pianti e lamenti provenire dall'altra parte del muro; Mabon figlio di Modron è qui, e nessun altro è mai stato severamente imprigionato, nemmeno Llud dalla mano d'argento o Greid, figlio di Eri. Fu così che Arthur, il leggendario condottiero e re britannico, assieme agli altri eroi aiutò Culhwch a liberare Mabon dalla sua prigione. Il luogo era impervio e irraggiungibile se non via mare e Kei e Bedwyr, i due incaricati ad andare, dovettero cavalcare il salmone di Llyn Llyw per arrivarvi. Liberatolo poi, Kei portò Mabon sulla sua schiena fino alla corte di Re Artù. A questo punto cacciarono il cinghiale e, una volta catturato, Mabon prese il pettine e il rasoio da dietro il suo orecchio, li consegnò a Culhwch e gettò il cinghiale da una scogliera in Cornovaglia. Secondo una parte del mito non narrata, Mabon finì ucciso durante la caccia.
Il cinghiale, rappresentando il simbolismo ctonio e oscuro, trascinato alla luce dal figlio della stessa che la rappresenta, permette, morendo, che avvenga il matrimonio tra Culhwch e Owen, riportando così la fertilità sulla terra. Un esempio simile che troviamo in altre mitologie è la morte di Adone, anch'esso un dio arboreo ucciso da un cinghiale, che venne scovato proprio durante il Solstizio d'Inverno, quando il Sole torna allo scoperto. Mabon ha quindi in sé gli aspetti solari del figlio della Signora della Luce: il dio che nasce a Yule, ed è un dio legato al sottosuolo, agli inferi. Infatti è cresciuto nell'Annwn, ottenendo così un'eterna giovinezza.
Nel mito irlandese è associato al dio Oengus Mac Ind Og, "Angus il giovane", signore del Tir Na Nog, la Terra della Giovinezza. Egli nacque durante il Solstizio ed era figlio di Dagda e Boann.
Il simbolismo di un Sole prigioniero per circostanze sfavorevoli era una via facile per i Celti (come per altre popolazioni) per spiegare la liberazione della sua energia benevola proprio durante il solstizio invernale, quando, nel mito, Mabon ap Modron torna. Troviamo come in questo il mito si differenzi sostanzialmente da quello legato alla vegetazione, ponendoci di fronte ad una duplicità. Mabon è sia il dio della vegetazione che quello solare, quindi.
Il salmone che libera Mabon è un importante simbolo spirituale per i Celti.
Raggiunta la maturità sessuale, il salmone compie un lunghissimo viaggio per arrivare al fiume dove poi dovrà riprodursi, che è lo stesso fiume in cui e nato e in cui morirà. Egli lotta contro la corrente del fiume per raggiungere la Sorgente e se non lo facesse con grande volontà, impegno e costanza verrebbe trascinato nuovamente nel mare. Il salmone rappresenta così il guerriero spirituale, colui che con indomito coraggio e costanza risale le correnti della Vita per guadagnare la consapevolezza della divinità dentro di sé, la sorgente da cui proviene la saggezza. Se non lottasse con grande volontà ed impegno verrebbe ricacciato nell’ampio abbraccio dell’inconscio, dell’inconsapevolezza e dell’ignoranza. Il suo viaggio rappresenta la possibilità di tornare alle Origini. Il salmone è anche il Druido Primordiale (la Saggezza personificata), che vive sotto diversi aspetti e inizia il Viandante fino a diventare un tutt’uno con esso, incarnandosi così nuovamente in forma umana: il Divino Fanciullo.
Il salmone rappresenta l’Origine, la Sorgente, e il suo viaggio è tutto volto al ritorno verso il luogo natale. Questo è anche ciò che si fa durante il cammino verso la guarigione nella Tradizione Avaloniana. Esso è un percorso a ritroso, che ci porta a ritrovare la nostra vera Origine, la nostra Essenza più profonda, perché c’è stato un tempo in cui la nostra anima era pura ed è a quella condizione che dobbiamo tornare. Anche nel nostro piccolo ciclo annuale, il nostro Raccolto ci porta un passetto più vicino a quella condizione. Dopo esserci smontati, analizzati, dopo aver isolato le nostre ombre e averle sconfitte, ci aspetta il ritorno all’Origine, la Sintesi, il tornare integri ma liberi da almeno un po’ del veleno che prima ci portavamo dentro. E in tutto ciò, l’intervento della donna, e quindi della Dea, è di fondamentale importanza: Ella è la Vecchia, nel suo aspetto di Co-Iniziatrice e Divoratrice, e la Madre, colei che a Yule partorirà il Fanciullo Divino. Pian piano, anche noi riusciremo a distillare il nostro calderone, estrapolando solo quelle tre gocce di Awen, che sono la nostra essenza; ritorneremo così all’Origine, ma non saremo più “anime bambine”, perché porteremo dentro di noi la Saggezza e la Conoscenza che il nostro Viaggio ci ha portato, e saremo pronte per passare a piani superiori, continuando a seguire la spirale ciclica dell’esistenza.


Da: http://www.tempiodellaninfa.net/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=125&MDPROSID=.
http://www.thereef.it/craft/wicca/sabba/mabon.htm
http://www.thereef.it/craft/sciamanesimo/misteri_britannia.htm
http://www.ynis-afallach-tuath.com/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=288

mercoledì 2 novembre 2011

Il Cavaliere senza Testa


Penso proprio che Samhain sia, tra le altre cose, la festa delle teste mozzate e la candela nella zucca di Jack’O’Lantern può essere assimilata all’anima che risiede nella testa, secondo la credenza dei Celti. La decollazione ha un forte significato simbolico, di morte e poi di rinascita. Staccare il capo dal corpo ovvero lo spirito dal corpo, dalla componente materiale, liberarlo dalla materia, non a caso è decollare, etimologicamente far volare.
Un film che ci cala perfettamente nell’atmosfera di questo periodo è I
l mistero di Sleepy Hollow,  tratto dal racconto La leggenda della valle addormentata di Washington Irving, in cui viene narrata la vicenda dell’inquietante Cavaliere senza Testa, un mercenario dell'Assia dalla crudeltà inaudita, che aveva la macabra abitudine di mozzare le teste dei suoi nemici e che fu scoperto grazie a due ragazzine e decapitato a sua volta sotto lo sguardo sconvolto delle due. Il cavaliere risorge dalla tomba per vendicarsi e uccide gli abitanti del villaggio di Sleepy Hollow, decapitandoli. Le vittime vengono tutte ritrovate senza testa.
Forse il film si ispira a una leggenda scozzese tramandata oralmente su di un principe chiamato Samhain, proprio come la festa del 31 Ottobre, ma che è da considerare il Signore della morte e non il nome di una festa.

Samhain nella leggenda correva per le brughiere con un cavallo imbizzarrito, armato di spada, a staccare la testa a coloro che non rendevano omaggio al suo passaggio.
Una tradizione delle Highlands vuole che giovani uomini camminassero ai confini delle fattorie con delle torce per proteggere la propria casa dagli spiriti dei morti e dal passaggio di Samhain, al quale dovevano fare delle offerte. Dovevano lasciargli qualcosa che era morto o con cui si voleva chiudere un ciclo, perché lo portasse via.
Nella notte dell'Equinozio d’Autunno vennero ritrovati molti corpi privi di testa nei boschi attorno alla contea di Ayr e in seguito ogni anno alla stessa data in diversi luoghi in Scozia e in Galles.
Il Principe Samhain può essere assimilato al Capo della Caccia Selvaggia.
Secondo una leggenda del Trentino la Caccia era guidata da un gigantesco cavaliere con un occhio solo, seguito da una scia luminosa, soprattutto nelle notti di fine anno.
Si dice anche che il Cavaliere Guercio cavalcasse un destriero senza testa, o, altre volte, che cavalcasse con la testa sotto al braccio.
In occasione dell'ultima visita che Eugenio IV fece a Firenze fu visto uno stuolo di cani, si dice addirittura quattromila, correre velocissimamente verso Nord; dietro di loro moltissimi animali e, dopo ancora, uomini armati, a piedi o a cavallo, uomini senza testa, alcuni quasi invisibili, e per ultimo un gigantesco guerriero circondato anch’esso da un'enorme quantità di animali.
Gli uomini senza testa che cavalcano nella Caccia Selvaggia sono assimilabili ai corpi di uomini senza testa che venivano trovati nel giorno dell'Equinozio d'Autunno,
inoltre il guerriero della leggenda trentina che cavalca un destriero senza testa, oppure che cavalca tenendo la propria testa sotto al braccio, richiama non solo i Capi della Caccia Selvaggia e Signori dell’Annwn delle leggende celtiche, come Arawn o Gwyn ap Nudd, ma anche e soprattutto il misterioso Principe Samhain, che si aggirava a mozzare la testa a chiunque incontrasse e il Cavaliere senza Testa de Il mistero di Sleepy Hollow!
Tutto ritorna, i miti non muoiono mai, nell’eterno ciclo di nascita-morte-rinascita che ha inizio e fine a Samhain

lunedì 21 febbraio 2011

Il risveglio dei Fianna



Questo è il racconto che parla di un tempo passato, e di quello ancora da venire.
 
Racconta la gente, che l'ultimo dei grandi uomini del popolo Gaidheal fu Finn MacCumhail; e Finn, insieme ai guerrieri Fianna, proteggeva il suo popolo da ogni male, era un potente scudo contro ogni nemico. E quando Finn andò via da questo mondo, il cuore dei Gaidheal divenne pesante di tristezza, e l'anima dei Gaidheal cadde in un sonno profondo, racchiuso nelle sognanti profondità della sua terra.
Ma io ho sentito narrare un'altra storia, una storia che dice che il grande Finn è ancora tra noi; sì, egli riposa addormentato nel cuore più profondo delle nostre colline; e di quando in quando un viaggiatore di passaggio, in cerca di un riparo per la notte nei profondi recessi della montagna, trova per caso la porta che conduce al rifugio, dove Finn MacCumhail riposa e dorme il suo magico sonno. 
E una volta, proprio un viaggiatore perduto tra le colline, mentre era in cerca di un rifugio per la notte, si imbattè nella nera bocca di una caverna che si addentrava profondamente dentro la montagna. 
Entrò, esitando, tastando le pareti con le mani, addentrandosi sempre di più nel buio profondo. Tanto scura era l'oscurità davanti a lui che gli sembrava di avere una solida parete di buio dinnanzi agli occhi, tanto profondo era il silenzio, che il suo stesso respiro sembrava un rombo di tuono alle sue orecchie. Oh! Non gli portava nessun conforto quel rifugio! Anche l'eco sembrava farsi gioco di lui, mentre proseguiva nelle tenebre, lento e malsicuro, passo dopo passo. Credeva quasi di sentire innanzi a lui, o forse dietro di lui, o forse ovunque intorno a lui, nell'oscurità... un respiro... diverso dal suo. 
E poi, ne fu sicuro. 
"Non sono solo qui!" gridò in preda al terrore; ma la sua voce non era che un sussurro spaventato. 
Ascoltò, aspettando, nelle tenebre. 
La sua voce sussurrò: 
"Chi c'è qui?" 
Silenzio. 
Ma il respiro estraneo ancora si sentiva, lieve nelle tenebre profonde; l'uomo fece un passo indietro e la sua mano toccò la parete di roccia; e sentì la pietra sotto le dita, la pietra umida ricoperta di muschio, e poi... qualcos'altro. Un corno da caccia. 
"Che cos'è...?" 
E allora una Voce si levò nelle tenebre, una Voce mai udita prima, una Voce che sembrava provenire dalle profondità del Tempo, e che la sua anima avrebbe udito di nuovo solo nel momento della morte. Eppure... strano! Gli sembrava che fosse la sua propria anima a parlare. 
"Questo è il corno di Finn! E' il corno da caccia dei Fianna" 
E la Voce proseguì con un accenno di comando indescrivibile: 
"Suonalo!" 
"No!..." gemette l'uomo, e non voleva farlo; ma il sussurro che era la Voce ripetè, suadente: 
"Suonalo!" 
Lentamente l'uomo sollevò fino alle labbra il grande corno da caccia 
"No...!" 
"Suonalo!!" 
Travolto da un'improvvisa esaltazione, l'uomo sollevò allora il corno e vi soffiò dentro con tutte le sue forze, chiudendo gli occhi. 
Una nota si levò alta e possente, percorrendo tutta la caverna col rombo di mille tuoni, e nella musica si sentì distintamente un richiamo: 
"Svegliatevi!!" 
L'uomo cadde all'indietro sulla fredda roccia, intontito. Davanti a lui nell'oscurità si mossero corpi di tenebra, teste di tenebra parvero prender corpo nell'aria e accostarsi e chinarsi su di lui: e la Voce Antica sussurrò di nuovo alle sue orecchie: 
"Suonalo!" 
"Svegliatevi!!" 
E nelle tenebre si udì chiaramente il clangore di metalliche armature, il tendersi di fionde di pelle, lo scalpitare soffocato di molti cavalli; e la tenebra parlò con formidabile accento: 
"Chi chiama e risveglia Finn e i Fianna?" 
L'uomo cadde in ginocchio e pianse. 
"Non sono stato io, non sono stato io a farlo! E' stata la Voce, è stata la Voce!" 
"Chi ci chiama? Chi ha bisogno di noi?" 
"Io vi chiamo! Io ho bisogno di voi!" rispose la Voce Antica; e di nuovo sussurrò con bisbiglio di tuono alle orecchie dell'uomo: 
"Suona! Suona! Suona per la terza volta il corno da caccia dei Fianna!" 
Ma l'uomo era adesso così terrorizzato, che nel suo cuore e nella sua mente non c'era più posto che per la paura; egli non comprendeva più il richiamo della Voce; lasciò cadere il grande corno da caccia, e corse, corse incontro al buio della notte, fuori dalla caverna, senza più ascoltare l'appello della Voce dietro di lui; e corse, e corse, finchè il cuore parve scoppiargli nel petto; e corse, e corse, mentre la Voce lo chiamava ancora, scongiurandolo di suonare per la terza volta il corno da caccia dei Fianna. 
E così l'uomo corse, e corse, fino a perdere completamente il sentiero che avrebbe potuto riportarlo davanti alla caverna. E il sentiero fu di nuovo dimenticato. E al sorgere dell'alba cadde la pioggia, come un pianto sopra la terra, mentre pian piano la nera bocca della caverna si confondeva con la nera parete della montagna; e infine, dalla roccia bagnata di lacrime di pioggia, si levò, a innalzarsi nel cielo, un arcobaleno. 
Ma questa non è affatto la fine della storia. 
Quando il corno da caccia dei Fianna fu trovato, e suonò per la prima volta, ogni vero Gaidheal, ovunque fosse nel mondo, fu scosso da un brivido, fin nel profondo del suo cuore, e si chinò, qualunque cosa stesse facendo, per toccare la terra; e quando il corno fu suonato per la seconda volta, ogni vero Gaidheal, ovunque si trovasse nel mondo, levò il viso a guardare il cielo, e le lacrime gli comparvero negli occhi; sì, lacrime per qualcosa che era morto ma che si poteva ancora ricordare, lacrime per qualche cosa che non c'era più, ma che si poteva ancora sentire; e lacrime per qualche cosa che era stato, e che forse avrebbe potuto ancora una volta ritornare. 
Così questa storia non ha una fine. Non fino al momento in cui il corno dei Fianna sarà ritrovato, e qualcuno non lo avrà suonato per la terza, e definitiva, volta; e allora i figli dei Gaidheal si sveglieranno, e finalmente lo spirito dei Gaidheal potrà tornare a volare, ancora una volta, di nuovo, libero."

Da: I Carmina Gadelica. Sortilegi ed invocazioni dell'arte druidica di Alexander Carmichael