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mercoledì 9 maggio 2012

L'Omphalos



PARLA MORGANA: Il popolo di Avalon porta i suoi crucci, grandi e piccoli, alla sua Signora. Stamane i druidi sono venuti a dirmi che c’è stata una frana nel passaggio che dal loro Tempio conduce alla stanza che contiene la Pietra Omphalos e non sanno come ripararlo. Sono rimasti in pochi, ora, e quasi tutti sono vecchi; molti di coloro che avrebbero potuto rinnovare l’Ordine sono stati uccisi nelle guerre con i sassoni o hanno seguito i monaci che accudiscono la cappella cristiana che si trova sull’altra Avalon.
E così sono venuti da me, come fanno tutti coloro che sono rimasti, affinché io spiegassi loro che cosa fare. Ho sempre ritenuto bizzarro che la via verso un mistero sepolto così profondamente nella terra cominciasse nel Tempio del Sole, ma si dice che coloro che portarono l’antica saggezza su queste isole, molto prima dei druidi, venerassero la Luce sopra ogni altra cosa.
La Vista non mi soccorre più come quando ero giovane e lottavamo per riportare la Dea nel mondo. Ora so che Lei è sempre stata qui, e che ci sarà sempre, ma l’Omphalos è la pietra uovo, l’ombelico del mondo, l’ultima magia di una terra sprofondata sotto i mari in un tempo così remoto che anche per noi è leggenda.
Quando ero una ragazza, nel Tempio dei druidi c’erano degli arazzi che narravano della sua venuta qui; ora sono polvere, ma io stessa un giorno ho seguito quel passaggio verso il cuore della collina e ho toccato la Pietra sacra; le visioni che ebbi allora sono più vivide nella mia memoria dei miei stessi ricordi. Rivedo ancora la Montagna Stellata incappucciata di fuoco e la nave di Tiriki in bilico sulla cresta dell’onda, mentre la terra condannata viene inghiottita dal mare.
Però non credo di essere stata su quella nave; ho fatto dei sogni in cui ero mano nella mano con l’uomo che amavo e guardavo il mio mondo sgretolarsi, come è avvenuto con la Britannia dopo la morte di Artù. Forse è per questo che sono stata riportata in questo tempo, perché di certo Avalon è perduta come lo fu Atlantide, anche se è la nebbia e non il fumo a celarla al mondo mortale.
Un tempo esisteva un passaggio che portava alla Pietra Omphalos dalla grotta dove la Sorgente Bianca scaturisce dal Tor, ma i tremiti della terra l’hanno bloccato tanto tempo fa; forse non era destino che lo percorressimo ancora: la Pietra si sta allontanando da noi, come molti altri Misteri.
So tutto delle fini, sono gli inizi che mi sfuggono.
Come sono giunti qui quei coraggiosi sacerdoti e sacerdotesse sopravvissuti all’Inabissamento? Sono passati duemila anni e altri cinquecento da quando la Pietra è stata portata su questi lidi e, anche se sappiamo poco più dei loro nomi, abbiamo preservato la loro eredità. Chi erano quegli antenati che hanno portato l’antica saggezza e l’hanno sepolta come un seme nel cuore di questa collina sacra?
Se riuscirò a capire come sono sopravvissuti a quella prova, allora forse avrò una speranza che l’antica saggezza che noi abbiamo preservato arriverà al futuro e qualcosa della magia di Avalon resterà…


Nella lotta disperata che aveva causato la distruzione dell’Antica Terra una generazione prima, la Pietra Omphalos era diventata, seppur brevemente, il trastullo della magia nera. Per un po’ si era temuto che la corruzione fosse totale e così i sacerdoti avevano fatto circolare la voce che la Pietra fosse andata perduta, insieme ad altre cose, nelle profondità del mare vendicativo.
In un certo senso, quella menzogna era vera: ma la profondità in cui si trovava la Pietra era quella della caverna, sotto il tempio e la città di Ahtarra. Con l’arrivo della Pietra, quell’isola, non certo la più grande tra i Regni del Mare di Atlantide, era divenuta il sacro centro del mondo. Sebbene la Pietra fosse tutt’altro che perduta, era comunque nascosta, come lo era sempre stata; anche i sommi sacerdoti trovavano raramente una ragione per entrare in quella stanza e quei pochi che osavano consultare l’Omphalos sapevano che le loro azioni potevano alterare l’equilibrio del mondo.

Il centro non è un luogo ma una condizione dell’essere. L’Omphalos appartiene a un altro regno. Per molte ere la Pietra è rimasta indisturbata nei templi dell’Antica Terra, ma il centro non è là, come non lo è in Ahtarrath.

Da: L’alba di Avalon di Marion Zimmer Bradley e Diana L. Paxson

Col termine greco di Omphalos (ombelico) nell'antichità si indicava una pietra o un oggetto dal valore religioso. Nell'Antica Grecia la pietra scolpita era situata a Delfi, nel Tempio di Apollo, da cui la Pizia diffondeva i suoi vaticini.
La parola è di origine greca, ma la sua tradizione e il suo significato è molto più antico e legato a culti e tradizioni che affondano le loro radici nella notte dei tempi. In questa accezione ”ombelico” rappresenterebbe un centro sacro, luogo ove il “divino” si unisce con il “terrestre”. Il concetto di Omphalos lo troviamo sia nella Bibbia che in molte culture megalitiche, è l’idea di una proiezione in terra di un centro celeste, il “loco” ove dimorano gli dei.
L’Omphalos contiene la radice "om", vibrazione dell'energia creativa, divino suono primordiale, dalla cui vibrazione scaturisce la creazione dell’intero universo secondo l’induismo. È un simbolo come emblema dell’origine, centro dell’essere e immagine dell’unità originale.
Nella preistoria l’Omphalos era considerato come il centro del corpo della Madre da cui ebbe origine la vita e il tempo e a cui la vita ritornava, quindi era visto come principio e fine di tutte le cose. L’attributo della fecondità è uno dei più importanti riguardo all’ombelico perché è un punto prenatale di contatto tra madre e figlio.
Anche le pietre, secondo la credenza, avevano il potere di rendere fecondi. La pietra della fecondazione divenne poi la pietra del parto.
L’ombelico è un punto fisso, il centro che rappresenta l’equilibrio degli opposti e l’armonia universale.
L’omphalos come fulcro della divinità era anche una connessione fra cielo e terra, porta fra i due mondi.
Secondo molte tradizioni l’universo ha avuto origine da un ombelico, la cui manifestazione si irradia nelle quattro direzioni.
In Italia la tradizione degli Omphalos è spesso legata a diversi “massi” rotondeggianti lavorati dall’uomo in epoche remote e appunto connessi alle culture megalitiche.
Una caratteristica di questi massi è che molti di essi presentano delle spaccature, pare che quando l’antica religione fu sostituita da quella cristiana tutti i suoi simboli si spezzarono, proprio come è avvenuto ad Avalon nel brano riportato sopra, in cui Morgana racconta di come una frana abbia impedito per sempre l’accesso alla stanza dove veniva custodito, le guerre hanno ucciso i druidi più giovani e quelli che non sono stati uccisi son diventati monaci cristiani. È la fine di un’epoca.
L’Omphalos o ”Uovo del Mondo” è centrale in rapporto al “cosmo”, e, nello stesso tempo, contiene in germe tutto ciò che quest’ultimo conterrà allo stato pienamente manifestato; tutte le cose si trovano quindi nell’”Uovo del Mondo” ma in uno stato di “avviluppamento”, raffigurato precisamente, anche dalla posizione stessa della caverna, per via del suo carattere di luogo nascosto e chiuso. Le due metà in cui si divide l’”Uovo del Mondo”, secondo uno degli aspetti più comuni del suo simbolismo, diventano rispettivamente il cielo e la terra; anche nella caverna il suolo corrisponde alla terra e la volta al cielo; non c’è quindi nulla in tutto questo che non sia perfettamente coerente e normale.
L’”uovo filosofico” che svolge manifestamente il ruolo dell’”Uovo del Mondo”, è chiuso all’interno dell’athanor, ma quest’ultimo può essere a sua volta assimilato al “cosmo”, nella duplice applicazione macrocosmica e microcosmica; la caverna potrà dunque anch’essa venir assimilata simbolicamente sia all’”uovo filosofico” che all’athanor, a seconda che ci si riferisca, se si vuole, a gradi di sviluppo diversi nel processo iniziatico, ma in ogni caso senza che il suo significato fondamentale ne risulti minimamente alterato.
Gli Omphalos, comunque, non sono legati solo alla pietra, spesso essi sono rappresentati da obelischi, menhir, pozzi o da uno stranissimo simbolo, quello della triplice cinta, disegno che ritroviamo in moltissimi punti sacri, rappresentato da tre quadrati concentrici e da dei segmenti che uniscono i punti mediani dei lati. Infatti tali strutture o simboli sarebbero il mezzo stesso per indicare la presenza di un ombelico.
Platone parlando della metropoli degli Atlantidi, descrive il palazzo di Poseidone come un edificio al centro di tre cinte concentriche collegate fra di loro da canali, il che costituisce effettivamente una figura analoga a quella in questione, però circolare anziché quadrata.
Ora, quale può essere il significato di queste tre cinte? Dovrebbe trattarsi di tre gradi di iniziazione, sicché il loro insieme avrebbe rappresentato, in certo modo, la figura della gerarchia druidica; e il fatto che la medesima figura si trovi anche altrove indicherebbe che esistevano, in altre forme tradizionali, delle gerarchie costituite sullo stesso modello, cosa questa perfettamente normale. La divisione dell’iniziazione in tre gradi è d’altronde la più frequente e fondamentale; tutte le altre rappresentano in definitiva, rispetto a essa, soltanto delle suddivisioni o degli sviluppi più o meno complicati.
L
a spiegazione proposta non è per nulla incompatibile con certe altre, come quella accolta da Le Cour, secondo la quale le tre cinte si riferirebbero ai tre cerchi dell’esistenza riconosciuti dalla tradizione celtica; questi tre cerchi, che si ritrovano sotto altra forma nel cristianesimo, sono d’altronde la stessa cosa dei “tre mondi” della tradizione indù. In quest’ultima, d’altra parte, i cerchi celesti sono talvolta rappresentati come altrettante cinte concentriche circondanti il Meru, cioè la Montagna sacra che simboleggia il “Polo” o l’”Asse del Mondo”, ed è anche questa una notevolissima concordanza. Lungi dall’escludersi, le due spiegazioni si accordano perfettamente, e si potrebbe anche dire che in un certo senso coincidono, giacché, se si tratta d’iniziazione reale, i suoi gradi corrispondono ad altrettanti stati dell’essere, e sono questi stati che tutte le tradizioni descrivono come altrettanti mondi diversi, perché si deve tenere ben presente che la “localizzazione” ha soltanto carattere simbolico.
Il senso delle quattro linee disposte a forma di croce che collegano le tre cinte diventa immediatamente chiaro: sono dei canali, attraverso i quali l’insegnamento della dottrina tradizionale si comunica dall’alto in basso, a partire dal grado supremo che ne è il depositario, distribuendosi gerarchicamente negli altri gradi.
La forma circolare deve rappresentare il punto di partenza di una tradizione, ed è proprio questo il caso di Atlantide (bisogna d'altronde precisare che la tradizione atlantidea non è tuttavia la tradizione primordiale per il presente Manvantara, ciclo cosmico e storico, e che essa è solo secondaria in rapporto alla tradizione iperborea; solo relativamente si può prenderla come punto di partenza, per quanto concerne un determinato periodo il quale costituisce soltanto una delle suddivisioni del Manvantara), e la forma quadrata il suo termine, che corrisponde alla costituzione di una forma tradizionale derivata.
Lo stesso simbolo è stato ampiamente utilizzato nei secoli come schema di gioco, e come tale e presente sul retro di molte scacchiere. Il nome più comune di questo gioco, in italiano, è "filetto", ma è conosciuto anche come Mulino, Mulinello, Smerello (dal latino merellus, pedina) oppure (dal numero tre) Tris, Trex, Tria, ecc. In Inghilterra è noto come Morris, Mill, Merels o Tic Tac Toe; Mérelles in Francia, Morels in Spagna, Mühle in Germania, Mølle in Norvegia, Luk Tsut Ki in Cina, e così via. L'origine di questo gioco sembra essere molto antica, databile addirittura attorno al 1400 a.C. Esemplari di tavole per il gioco del filetto sono stati ritrovati in tutto il mondo: nelle rovine della città di Troia, siti sepolcrali dell'Età del Bronzo, inciso sulle tavole delle navi vichinghe, nell'Acropoli di Atene. Si ritrova anche menzionato nella prima Enciclopedia dei Giochi della letteratura Europea, commissionata dal re Alfonso X di Castiglia (1221- 1284)






Da: http://www.acam.it/sovereto.htm
http://umsoi.org/2009/11/14/rene-guenon-i-simboli-della-sacra-scienza/
http://puntadellest.blogspot.it/2010/04/la-triplice-cinta.html


lunedì 7 marzo 2011

La pietra forata

Esiste su tutto il pianeta un simbolo antichissimo che ricorre in culture diverse e lontane tra di loro.
Un simbolo che nel suo aspetto base è rappresentato da un cerchio con un foro al centro, un disco forato, ma che si arricchisce, a seconda delle varie culture etniche, di altri segni simbolici.
Questo simbolo grafico lo possiamo ritrovare sotto forma di graffito, tracciato su rocce di tutti i continenti, oppure rappresentato da pietre forate all'interno di templi megalitici, disegnato da pietre allineate sul terreno o sotto forma di scultura o di rappresentazione grafica, o ancora, sotto forma di antico gioiello da indossare costituito da metallo o pietra dura.
La sua presenza nella storia dell'uomo risale a tempi antichissimi e compare in culture geograficamente lontane come quella dei Nativi americani, quella dei popoli del nord Europa, o presso gli aborigeni australiani, in Cina o anche nei templi egizi, presso gli Aztechi, i Maya e gli Etruschi.
Ancora oggi, nelle culture dei Popoli naturali di tutto il pianeta, dai Celti agli Indiani d'America, questo simbolo è comune e legato a significati profondamente mistici.
Si potrebbe dire che questo simbolo manifesti la più antica e diffusa rappresentazione spirituale di tutto il pianeta.
Per la cultura dei Nativi americani il Cerchio Sacro è un simbolo fondamentale, in quanto rappresenta la manifestazione di Wakan-Tanka, il Grande Mistero, che per tutti i Nativi d'America è il massimo riferimento spirituale, il principio creatore su cui si regge tutto l'universo conosciuto.
Interessante notare che Wakan-Tanka significa letteralmente Grande Mistero, da Wakan (mistero) e Tanka (grande), e secondo la concezione filosofica degli Indiani d'America sta ad indicare il grande abisso che circonda l'uomo, il Mistero da cui ogni cosa proviene e nel cui Segreto si può trovare il significato dell'esistenza. Wakan-Tanka venne tradotto dai gesuiti del tempo come "Great Spirit", ovvero "Grande Spirito", una traduzione che rispecchiava l'influenza cristiana e che poi rimase, deformando il senso profondo del termine originale.
Anche il nome del simbolo, che per i Lakota è definito "Ciangleska Wakan" (Cerchio Sacro), non è stato compreso nella sua profondità, e ancora oggi questo cerchio viene comunemente chiamato "medicine-wheel", ovvero "ruota della medicina".
Anche questa traduzione, fatta dai colonizzatori in modo inesatto, ha origine nel fatto che gli sciamani delle varie tribù indiane, ribattezzati con il nome di "medicine-men", usavano, nelle pratiche terapeutiche e nei loro riti sciamanici una pietra forata di turchese e lapislazzuli o di cristallo di rocca.
Ma il simbolismo del Cerchio Sacro è molto più complesso. Per i Nativi nordamericani è l'emanazione stessa di Wakan-Tanka e rappresenta il cerchio sacro all'interno del quale avviene la grande trasformazione che permette all'universo e all'uomo di esistere.
In questa prospettiva, il simbolo è stato anche identificato con Madre Terra, intesa come il tramite con il Grande Mistero, dispensatrice di vita e di evoluzione.
Questo stesso simbolo, con i medesimi significati, è molto diffuso nelle culture pre-cristiane del nord Europa. Presso i Celti il disco forato, chiamato nella sua definizione più arcaica "Shahqt-mar", era il simbolo del Cerchio Sacro al cui interno avveniva il processo evolutivo che portava alla trasformazione alchemica della sostanza dell'universo, da materia inanimata a spirito, in una continua trasmutazione degli elementi.
Ancora oggi nei Paesi celtici il simbolismo del Cerchio Sacro è conosciuto con lo stesso significato anche se con nomi diversi, come "kelc'h" che per i bretoni indica il Cerchio, o sempre in Bretagna, Rod (la ruota). "Fàinne" è invece il disco forato in lingua irlandese.
La famosa Tavola Rotonda del mito arturiano del Graal è anch'essa una rappresentazione della Shahqt-mar. È infatti rappresentata vuota al centro per ospitare le apparizioni del Graal, quest'ultimo inteso come centro creatore dell'universo e simbolo dell'immaterialità dell'esistenza.





Per comprendere il significato filosofico del simbolo occorre risalire alla concezione filosofica delle culture dei Popoli naturali, che sono sostanzialmente diverse da quelle delle grandi religioni.
Secondo i Popoli naturali, l'universo e tutto ciò che esso contiene fanno parte di un medesimo processo formativo, unitario e continuativo, che nell'antico druidismo prendeva il nome di Shan, ovvero l'esistenza sul suo piano reale e globale.
Il principio creatore attiva in continuazione una grande magia: quella magia che permette alla terra, al cielo e a tutto ciò che convive in essi, di manifestarsi e continuare ad esistere in modo armonico. Questo processo avviene all'interno di un cerchio sacro che ne delimita l'azione, una sorta di crogiuolo alchemico dove avviene la trasformazione che anima il processo evolutivo universale.
L'individuo può partecipare a tale processo ed evolersi nel suo microcosmo, a patto che non si discosti dal cerchio sacro che protegge la sua evoluzione. Ma il cerchio sacro rappresenta tutto l'esistere, ecco pertanto che l'individuo deve rendersi conto che la sua casa è il mondo intero, i suoi confini sono il grande abisso infinito che lo circonda. Nella consapevolezza della sua dimensione cosmica l'individuo può espandere la sua coscienza a tutto l'universo. Se vuole crescere, deve guardarsi intorno e prendere insegnamento dalla terra, dal cielo, dagli astri e da tutto ciò che vive nell'universo. La presenza del Mistero è in ogni cosa, e ogni cosa è profondamente affratellata all'uomo.
Una variante della medicine-wheel è il cerchio con la croce in mezzo. Le braccia della croce simboleggiano i quattro punti cardinali e questa variante sta ad indicare ancor più precisamente l'espansione dello spirito verso tutte le direzioni possibili fino ad abbracciare tutta l'esistenza per parteciparvi sul suo piano reale e globale.
Questa variante del simbolo è presente anche nei popoli del nord Europa: ci riferiamo alla croce celtica dei Nativi europei.
La croce celtica, che nella sua forma più arcaica è rappresentata da un cerchio esterno con una croce inscritta e un cerchio interno vuoto in mezzo, è la rappresentazione grafica di un insegnamento che si traduce in un complesso simbolismo che nelle scuole druidiche veniva insegnato come la filosofia della "triade" e della "tetrade", l'aspetto più sacro dell'insegnamento druidico.
Il simbolismo della croce celtica contiene le indicazioni per comprendere i tre mondi dell'uomo, il corpo, la mente e lo spirito, e contemporaneamente esprime anche il cammino per giungere alla conoscenza del Mistero riferito all'intima natura dell'esistenza.
L'arte del megalitismo, presente su tutto il pianeta è la manifestazione evidente delle origini arcaiche della tradizione comune dei Popoli naturali. Conserva il simbolo del cerchio sacro nella sua forma più arcaica, disegnato da grandi cerchi di pietre erette (i cromlech) di cui abbiamo testimonianze in tutti i continenti. Ma anche sotto forma di pietre forate: famose quelle di Cornovaglia e Bretagna.
In questa chiave si potrebbe rivisitare il significato di certi tumulus circolari e vuoti dentro, come ad esempio quelli dell'imponente tempio di Clava Cairn, in Scozia. I tumulus sono stati considerati dagli archeologi come monumenti funerari, anche se solo in pochi casi sono stati ritrovati resti di sepolture all'interno; ma nulla vieta di pensare che in realtà fossero templi ispirati al simbolismo del Cerchio Sacro. Lo stesso si potrebbe ipotizzare per le famose coppelle, abbondanti nei ritrovamenti archeologici di tutto il pianeta

Il mito della roccia forata 
All’inizio c’era solo l’abisso primordiale che precipitava su se stesso, come una cascata fragorosa di un fiume ribollente e urlante che si rigenerava senza fine là da dove finiva.
Dalle nebbie dell’abisso ribollente nacque la Terra.Quando la Terra fu completa non era ancora abitata dall’uomo. C’erano le piante a coprire l’intera Terra come una grande foresta. I progenitori non erano ancora comparsi. C’erano solo i terribili signori della notte, invincibili e dominatori di tutto ciò che aveva preso a vivere sulla Terra.
Fu allora che il Drago primordiale vide le loro iniquità e decise di cancellare la loro presenza sulla Terra. Gettò al suolo un grande masso di roccia schiacciandoli e così li cancellò per sempre dalla memoria. 
Il suolo tremò e il cielo si oscurò. Quando la quiete ritornò sulla Terra ammutolita il Drago si mise a creare i progenitori perché costoro potessero partecipare alla sua forza e al suo potere.
Creò i progenitori e visse tra di loro ospitandoli nella sua Terra segreta come figli. Quando costoro furono in grado di camminare li condusse al luogo dove c’era la grande roccia. Ai piedi della pietra c’era l’albero che dava vita ai morti e faceva rinascere quelli che già erano nati.
La pietra era immensa e rotonda. Al centro c’era un grande foro, anch’esso rotondo, che l’attraversava per tutto il suo spessore. 
Dentro al foro non c’era nulla. C’era solo il vento che l’attraversava con lo stesso fragore del fiume ribollente e urlante dell’abisso su cui si trovava appoggiata la Terra.Il drago si pose al centro della roccia forata e disse ai progenitori: “Questo vuoto non è qui per caso. Esso rappresenta il riflesso opposto alla solidità della pietra che vedete adesso con i vostri occhi di sempre.
Ma se saprete guardare meglio, nel vuoto che è mostrato dalla roccia potrete leggere il segreto di tutte le cose e da dove viene e dove va il fiume primordiale su cui si sostiene la Terra. E questo sarà il segno del potere dei progenitori”.
Il Drago aggiunse ancora: “Il mio posto non è su questa Terra e sto per andare via. Prima però vi faccio dono di questa pietra che lascio per voi. Se imparerete a leggere la roccia lungo il suo bordo troverete i suoi ventidue angoli segreti che riveleranno come guardare questo vuoto e come giungere al centro che gli dà forma”.
I progenitori ascoltarono e capirono che per poter leggere i segreti angoli della roccia dovevano imparare a tacere e a guardare. Così, dopo che il Drago li lasciò seguendo il cammino dove porta il sentiero dell’arcobaleno, andarono a sedersi all’ombra del grande albero che era nato tra il cielo e la Terra per ottenere il Potere che era stato loro promesso.
Questa è la storia dei nostri progenitori
Questa è la memoria che conserviamo dei tempi antichi.
Questa è l’inizio che fu dato alle nostre vite e a quelle che seguiranno ancora dopo di noi

La ruota forata celtica rinvenuta sul luogo dove sorgeva la fortezza di Alesia, in Borgogna, Francia

Il mito della ruota d'oro della città di Rama
Le leggende di molti Popoli naturali, dai Nativi europei agli aborigeni australiani, parlano della discesa dal cielo di una conoscenza che rivoluzionò la storia del pianeta.
La cultura giudaico-cristiana parla della caduta dal cielo di uno smeraldo che venne trasformato dagli angeli dell'Eden nella coppa del Graal, affidata ad Adamo ed Eva.
Secondo l'ermetismo alchemico, a seguito della cacciata dall'Eden la coppa venne ereditata da Osiride e dopo la sua morte, causata da Seth, la coppa andò perduta. In seguito Artù e i cavalieri della Tavola rotonda impegnarono tutta la vita alla sua ricerca per portarla a Camelot allo scopo di rinnovare il perduto Eden.
L'Alchimia interpretò lo smeraldo caduto dal cielo come una fonte di conoscenza associando la parola Graal all'acronimo: "Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce".
L'Alchimia lo legherà alla simbologia della Tavola di smeraldo di Ermete Trismegisto e nel concetto di "Lapis exilis", sinonimo della Pieta filosofale alchemica discesa dalle stelle.
Platone riportò nelle sue opere un mito assimilabile a quello del Graal, il mito greco della caduta di Fetonte, che con il suo carro celeste precipitò in una zona europea dove si incrociano due fiumi.
Secondo le tradizioni druidiche della Valle di Susa, in Piemonte, Fetonte cadde nell'area subalpina. Esse riportano che sulle pendici del monte sacro "Roc Maol" (il nome celtico del monte Rocciamelone) esisteva una confraternita di mestiere che si riferiva al fuoco come emanazione del sole e con cui fondeva e lavorava i metalli.
Quando nella valle del Po cadde il dio con il suo carro, essi raccolsero le sue spoglie e le portarono al Tempio del Fuoco sulle pendici del Roc Maol per venerarle e custodirle.
I resti del carro solare celeste vennero fusi dando forma ad una grande ruota d'oro forata, del diametro di 2 metri.
Da questo memorabile evento ebbe inizio la Scuola iniziatica del Fuoco che si trasformò in seguito nella Scuola druidica omonima che operò per migliaia di anni sul continente europeo in relazione con la civiltà di Ys del bacino del Mar Nero.
La Scuola, prendendo a riferimento la sua esperienza di pratica operativa della fusione dei metalli, sviluppò la dottrina alchemica della trasformazione della materia come atto simbolico della possibilità di portare l'Iniziato dal visibile alla qualità invisibile dell'esistenza.
Per tale motivo questa Scuola divenne capostipite dell'Arte druidica e nei millenni successivi questa Arte, trasmessa nel tempo, divenne l'Arte Regia dell'Alchimia sul continente europeo.
Intorno a questo antico santuario venne quindi edificata la grande città-fortezza di Rama che si espanse per decine di chilometri nella valle di Susa in direzione del fiume Po. Una città megalitica che fu meta degi antichi Pelasgi in cerca di una nuova terra dopo il diluvio e successivamente, secoli più tardi, da parte di dignitari dell'antico Egitto
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Da: http://www.eco-spirituality.org





Anche a Milano, la mia città natale, si può vedere tuttora un’antica pietra forata, chiamata Il Tredesin de Marz, il Tredici di Marzo.

Il “Tredesin de Marz” è una pietra cara alla memoria dei milanesi: fu tenuta in somma considerazione nell’antichità ed è stata poi custodita con grande amore, fino ai giorni nostri. Questa pietra rotonda, con tredici scanalature radiali e foro centrale, è oggi collocata al centro della navata, nella chiesa di Santa Maria al Paradiso in Milano. Parte della sua storia è scritta in latino, sulla lapide di marmo bianco che la incornicia: “Il 13 marzo del 51° anno del Signore, S. Barnaba Apostolo nel mentre predicava ai Milanesi il Vangelo di Cristo, non lungi dalle mura di Via Marina, a Porta Orientale, in questa pietra rotonda piantò il vessillo della Croce”. Il fatto avvenne fuori della cinta della città, in un luogo dove la cultura latina non si era ancora imposta ed era ancora molto viva la tradizione locale, che si richiamava al patrimonio di conoscenze dei Celti.
La singolare forma e la finitura della pietra suggeriscono una simbologia, che fu associata ad una sorta di “Calendario Mistico”. Taluni autori collegano la pietra al calendario celtico: “Tredesin, perché il loro calendario iniziava il tredicesimo giorno”.
Le scanalature sono state fatte con apposito criterio e lungo studio: ciascuna di esse potrebbe indicare una specifica stella, o quantomeno il punto dove il suo meridiano incontrava l'equatore celeste.
Per individuare la posizione di una stella nel cielo non basta conoscere quest'indicazione, che gli astronomi chiamano "ascensione retta", è indispensabile sapere anche qual è l'altezza della stella, vale a dire la distanza angolare rispetto all'equatore celeste.
La pietra fornisce perfino questa indicazione. Basta osservare che le scanalature non sono tutte perfettamente orientate verso il centro; in genere, l'estremità a destra tende ad orientarsi verso l'alto, in modo più o meno accentuato: poche sono le scanalature si sovrappongono esattamente al raggio geometrico o volgono leggermente verso il basso.
La lettura della pietra è più facile a farsi, che a dirsi; nessun altro strumento sarebbe più idoneo per indicare le stelle. Ogni incavo segnala la direzione e - nello stesso tempo - la sua divergenza dal raggio fornisce un'indicazione dell'altezza sull'equatore. Questo manufatto ha addirittura una prerogativa unica: le incisioni sono facilmente intelligibili perfino al buio, che è la situazione ottimale per chi guarda il cielo stellato. Basta sfiorare la pietra con le dita, mentre l'occhio scruta la volta celeste.
Una decina di scanalature è relativa a stelle particolarmente importanti, tra le più citate nei testi che trattano dell'astronomia dei Celti; tre indicazioni, invece sembrano riferirsi ad astri meno vistosi: sono molto vicini all'equatore e forse erano utili proprio per individuare quest'importante curva celeste.
Difficile ipotizzare a cosa servisse esattamente questa pietra rotonda con tredici scanalature, ma sostanzialmente poteva avere due valenze: o fungere da meridiana notturna, oppure rappresentare una mappa del cielo stellato. Nel primo caso, poteva fornire indicazioni per la durata di riti notturni; nell'altro, permetteva di orientarsi meglio nel cielo stellato. In entrambe le eventualità, costituiva un vero congegno scientifico.
Oggi può sembrare strano che una pietra possa essere ritenuta uno strumento astronomico, ma nell'antichità si usavano proprio manufatti con quest'aspetto e simili dimensioni. Ci riferiamo alle meridiane portatili: erano in pietra (come il Tredesin) e avevano forma e scanalature grossolanamente analoghe; anch'esse erano utilizzate dopo essere state debitamente posizionate


Da: 
http://www.antikitera.net/articoli.asp?ID=117







Il cerchio sacro

Avete osservato che tutto ciò che un indiano fa è in un circolo? E questo perché il potere del mondo sempre lavora in circoli e tutto cerca di essere rotondo. Nei tempi andati quando eravamo un popolo forte e felice, tutto il nostro potere ci veniva dal Cerchio Sacro della Nazione e finché quel cerchio non fu spezzato il popolo fiorì. L’albero fiorente era il centro vivente del Cerchio e il circolo dei quattro quadranti lo nutriva: l’Est dava la pace e luce, il Sud dava calore, l’Ovest dava la pioggia e il Nord con il suo vento freddo e potente dava forza e resistenza. Questo sapere ci veniva dal mondo dell’Aldilà, con la nostra religione. Tutto ciò che il potere del mondo fa, lo fa in un circolo. Il cielo è rotondo e ho sentito dire che la Terra è rotonda come una palla e che così sono le stelle. Il vento, quando è più potente, gira in turbini, gli uccelli fanno i loro nidi circolari perché la loro religione è la stessa nostra, il Sole sorge e tramonta sempre in un circolo, la Luna fa lo stesso, e tutte e due sono rotondi, perfino le stagioni formano un grande circolo nel loro mutamento e sempre ritornano al punto di prima, la vita dell’uomo è un circolo, dall’infanzia all’infanzia, e lo stesso accade con ogni cosa dove un potere si muove. Le nostre tende erano rotonde, come i nidi degli uccelli e inoltre erano sempre disposte in circolo: il cerchio della Nazione, un nido di molti nidi, dove il Grande Spirito voleva che noi covassimo i nostri piccoli.

(Da: Alce Nero parla. Vita di uno stregone dei Sioux Oglala a cura di John Neihardt) 


Il cerchio sacro ed il suo potere sono i presupposti fondamentali su cui si basa anche la “ruota di medicina”, una sorta di cerchio magico che, normalmente realizzata con delle piccole pietre o con dei ciottoli, racchiude in sé tutti i principi dell’universo e rappresenta con questi gli infiniti elementi che lo compongono. Normalmente la ruota è suddivisa in quattro quadranti (a loro volta anch’essi suddivisi), ognuno dei quali vuole rappresentare i quattro principi basilari di cui l’universo si compone nonché gli spiriti, gli animali e i punti cardinali che a questi principi sono legati, i colori e le associazioni possono variare a seconda delle tradizioni, indicativamente il nord, a cui è associato il colore bianco e da cui “proviene il grande vento bianco che purifica”, è il luogo dove abita il gigante Waziah; al sud è associato il colore rosso e da esso giunge l’estate ed il potere che fa crescere, qui vive il Cigno Bianco che attende alla vita di tutti i popoli dell’universo; ad ovest, dove vivono gli esseri del tuono che mandano la pioggia e dove il sole tramonta vi è il colore nero: qui abita Wakinian-Tanka, il grande Uccello del Tuono dell’Ovest, “in una capanna in cima ad un monte al confine del mondo dove il sole tramonta”; ad est vi è invece il giallo, poiché qui vive la “Stella del Mattino” per dare la saggezza agli uomini ed il suo simbolo è l’aquila, Huntka, l’animale che tutto vede. Il centro del cerchio rappresenta l’albero sacro che unisce il cielo alla terra: è “l’albero del mondo, il cui tronco - che è anche la colonna del sole, il palo del sacrificio e l’axis mundi - ergendosi dall’altare all’omphalos della terra varca la porta del mondo e ramifica sopra il tetto del mondo; come il ramo inesistente (cioè che non si è manifestato) che i parenti lassù chiamano il Superno.



Il potere del cerchio
All'inizio, quando le immense foreste coprivano tutta la terra, il drago antico aveva iniziato a danzarvi dentro creando le prime radure. Da dentro di esse si poteva guardare al cielo e a tutte le stelle che conteneva.
I suoi passi piegavano gli arbusti senza spezzarli dando forma alle radure come quella di un cerchio perfetto.
Il drago danzava stando al centro, ardente come il fuoco da cui era uscito. Danzando indicava le quattro direzioni che nascevano dal centro e che sacralizzavano la sua natura. Indicava quella da cui proveniva, quella in cui trovava la sua forza, quella che mostrava il suo dominio e quella dove iniziava l'infinito in cui poteva rispecchiare la sua immagine segreta.
Quando il nostro mondo ospitò gli antichi Dei essi accolsero i Progenitori nelle radure che il drago antico aveva disegnato dentro le immense foreste e al centro accesero il loro fuoco.
Fu qui che gli Iniziatori donarono la loro conoscenza ai Progenitori.
Fu qui che questi a loro volta crearono l'umanità e la resero libera.

Quando i Progenitori lasciarono il nostro mondo si volle ricordare la storia che era stata vissuta negli antichi tempi. Gli sciamani che avevano la conoscenza degli alberi delle foreste invitarono così a costruire i grandi cerchi che potessero dare testimonianza del dono ricevuto e delle grandi gesta vissute dagli Iniziatori e dai Progenitori.
Costruirono i cerchi dove il richiamo della Madre li invitava a sceglierli perché potessero contenere tutte le genti dei loro popoli quando giungeva il tempo prescelto di trovarsi.
Poi venne deciso di edificarli con le pietre al fine che non dovessero andare distrutti.
Gli sciamani, conoscitori dell'albero, indicarono che venissero raccolte le pietre nel numero corrispondente a quante volte veniva diviso il tempo da un sorgere all'altro del sole. Quindi le fecero erigere in modo che stessero in piedi per ricordare uomini posti in cerchio a guardare il centro, che non si vedeva ma che pur esisteva.
Ogni cerchio di pietre divenne così lo specchio del cielo e della terra dove si potevano leggere i percorsi delle stelle per dare inizio alle semine e ai raccolti e si potevano stabilire le shuda da celebrare lungo il percorso del sole di ogni anno.
I cerchi trattenevano il Potere della Madre e del cielo che veniva evocato ogni volta e, come le prime radure disegnate dal drago antico, ciascuno di loro apriva una Porta sui Mondi.
Ogni cerchio non fu più solo pietra ma divenne parte del corpo della Madre che si univa al cielo.
Sul centro di ogni cerchio si raccoglieva il Potere creatore di tutte le cose e lì transitava il tronco dell'albero dei mondi che unisce le profondità nascoste della terra alla luminosità del cielo.
Ogni volta che gli sciamani volevano evocare il loro Potere che nasceva dal legame con l'antica Madre e l'eterno cielo che l'aveva fecondata, ridisegnavano il cerchio e poi si ponevano sul suo centro.
Dal centro si rivolgevano a Nord per onorare gli Antichi che erano giunti dalla Grande Notte, per ricordare il loro Dono e per vitalizzare il Potere da donare a se stessi e a quanti erano nel cerchio. 
Poi si rivolgevano ad Est per onorare la natura segreta del Sole che esce vittorioso sulla notte per dominare sul giorno, ricordando la luce della conoscenza che può governare sulle vicende del mondo.
Si rivolgevano a Sud per onorare la Terra avuta in dono dai Progenitori e rinnovare la forza necessaria per mantenerla fertile e sostenersi contro ogni nemico e pericolo.
Si rivolgevano infine a Ovest per onorare il Mistero che accompagna gli esseri viventi e che dà completamento e benessere alla loro esistenza. Per ricordare l'amore, la pace e la fratellanza che tutti possono condividere.
Così furono costruiti i grandi cerchi di pietra e con queste intenzioni vennero usati da tutte le generazioni che comparvero nel tempo
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Da: http://www.eco-spirituality.org

Ricostruzione dell'Associazione Dreamland di un cromlech in Piemonte


martedì 1 marzo 2011

Il fegato - simbologia

Prometeo e l'aquila che gli mangia il fegato


Riflettevo sul significato psicologico e simbolico dell’abitudine dei mostri acquatici delle leggende celtiche di non mangiare il fegato delle proprie vittime e ho fatto una ricerchina.
Innanzitutto va detto che il fegato è la sorgente prima di tutte le energie, la sede della loro elaborazione.
“Hai conquistato il mio fegato” dice la donna berbera, in Marocco, alla fiera delle spose, per esprimere il suo consenso all’uomo che la chiede in moglie. In una terra dove la vita è una lotta quotidiana, la donna offre al marito, più che il suo amore, la forza e il coraggio, ovvero il suo fegato. In quasi tutte le culture e le tradizioni, il fegato è considerato l’organo più direttamente connesso all’espressione del coraggio, dell’energia vitale, della determinazione, vedi espressioni come “avere fegato” o “persona di fegato”.
Se per molte tradizioni il cuore è il luogo della decisione etica, il centro della personalità, mentre ciò che è posto al di sotto del cuore assume connotati di pulsionalità e istintualità, si può ben dire che il fegato appare come un “cuore più basso”, più profondo, più rudimentale e ricco di passione.
Al cuore, da cui deriva etimologicamente la parola “cor-aggio”, è affidato l’incarico di raccogliere e coordinare quella forza che, attraverso il sangue, raggiunge tutto l’organismo, ma al fegato è demandato il compito di produrla e accumularla.
La sua apparente inesauribilità, dovuta all’incessante rigenerazione, lo ha reso simbolo di impavidità, abnegazione, rinnovamento.
Non a caso la mitologia ci parla del ribelle Prometeo che, avendo rubato il fuoco dal carro del Sole per donarlo agli uomini, suscitò le ire di Zeus. Questi, per vendicarsi, lo fece incatenare nudo a una vetta del Caucaso, dove un’aquila gli divorava il fegato tutto il giorno, un anno dopo l’altro; e il suo tormento non aveva fine, poiché ogni notte il fegato gli ricresceva.
Incatenato alla roccia, Prometeo, il Cristo, viene sottoposto al supplizio del fegato, divorato dall'aquila ogni giorno per poi ricrescere ogni notte. Zeus rappresenta il demiurgo, l'aquila le potenze dell'Aria, gli Arconti, che divorano la forza vitale dell'anima, di vita in vita (di giorno in giorno). Questo mito prova come gli antichi sapessero dell'importanza del fegato nella vita spirituale e nell'anatomia esoterica. Che nel fegato vi sia la Forza Vitale lo dimostra l'inglese liver (fegato), che alla lettera significa “vivente” (to live). E non è detto YHWH il Dio vivente? (Giosuè 3:10; 1 Samuele 17:36; 2 Re 19:16; Salmi 41:3). E se Longino avesse simbolicamente colpito il Cristo nel fianco destro, ossia sul fegato, per riattivarlo in senso spirituale?
Per la sua struttura e le funzioni cui è preposto, il fegato conferma le intuizioni dell’inconscio collettivo, espresse in miti, immagini, metafore. Come maggior laboratorio biochimico dell’organismo, in effetti, il fegato è davvero alla radice della produzione dell’energia e della sua trasformazione e conservazione.
Il fegato governa gli istinti e le emozioni, il cuore governa il sentimento e il cervello governa l'intelletto.
Il fegato quindi è la sede dell'inconscio, per cui la gran parte dell'umanità è governata dal fegato, ragiona col fegato, sogna persino col fegato.
Il fegato sembra essere un organo ambivalente. Da una parte è legato alla collera, al desiderio e alle passioni e sembra sovrintendere alla pulsione sessuale. Dall'altra è l'organo del coraggio. Come avviene per i metalli degli alchimisti, è l'uso terreno o spirituale che fa di un metallo piombo o oro, metallo impuro o puro. Il fegato, nei profani, è il motore della vita sensitiva, il vero cervello degli uomini dormienti e legati strettamente alla materia. Ma negli iniziati che sublimano il desiderio e la collera, il fegato diviene il propulsore della vita spirituale e dell'ascesa mistica, offrendo la virtù del coraggio, essenziale per il compimento dell'opera. Inoltre esso produce la bile, componente che ha una funzione critica nell'iter alchemico basato sulle acque corporali.
Dal Libro di Tobia, il cui protagonista è l'arcangelo Raphael (il guaritore) e Tobia, descritti in un viaggio che ha tutto il sapore dell'alchimia, Raphael dice a Tobia che aveva afferrato un pesce: "Afferra il pesce...aprilo e togline il fiele, il cuore e il fegato, mettili da parte e getta via gli intestini. Il Fiele, il Cuore e il Fegato possono essere utili medicamenti". Allora il ragazzo chiese a Raphael: "Che rimedio può esserci nel cuore, nel fegato e nel fiele del pesce?". E Raphael rispose: "Quanto al cuore e al fegato, ne puoi fare suffumigi in presenza di una persona invasata dal demonio o da uno spirito cattivo, e cesserà in essa ogni vessazione e non ne resterà più traccia alcuna. Il fiele va spalmato sugli occhi di uno affetto da albugine, si soffia su quelle macchie, e gli occhi guariscono". Si tratta di una pratica terapeutica che allude certamente ad una guarigione alchemica. Il fiele, l'amaro, è necessario per ridare la vista ai ciechi. L'albugine è l'appannamento della vista, il vedere attraverso un velo. Cristo guarisce il cieco nato con l'acqua della Piscina di Siloe, altra allusione all'acqua di fuoco, il cui componente segreto è la bile. Non è un caso che Raphael suggerisca di conservare il fegato, di non buttarlo, essendo fondamentale per la produzione di fiele, l’ira di Dio. Ora, il termine ebraico per fegato, ossia kaved, ha lo stesso valore gematrico, 26, del nome quadrilittero di Dio, ovvero YHWH. Questo non è un caso. YHWH è il Dio interiore in collera con la sua parte umana, e la collera è legata al fegato. Ma se portiamo la nostra tensione dalla materia allo spirito, scaricando l'ira di Dio verso noi stessi (alchimia col fiele), bruciamo e consumiamo l'ira ed entriamo nell'amore di Dio, ovvero nel Cardio, ove YHWH, la collera, è spenta dalla Shin, quintessenza, che entra in YHWH e lo trasmuta in YHSWH (Yoshua, Gesù). Questo è simboleggiato dal bruciare il fegato, che è vitale per espellere la parte satanica di noi stessi.
Il punto di equilibrio non è più il fegato, ma il cuore, del quale il fegato si mette al servizio.
Isha Schwaller de Lubicz nel suo L'Apertura del Cammino scrisse:
"Il fegato, incarnando le caratteristiche della personalità e della sua eredità, colora delle stesse caratteristiche l'energia sessuale di cui è il tesoriere. Il fegato, associato a Giove nell'esoterismo greco-alessandrino, gioca, come Giove, il ruolo di un sole personale, benché faccia parte del sistema solare centrale (cuore) esso ha, come il sole nello Zodiaco, dodici funzioni (ematopoietica, glicogena, distruttrice delle tossine ecc.). Come Giove, padre di Marte, esso genera la bile marziana. Regge il suo piccolo universo esteriore (Cervello e Sesso). Ogni attività biliosa intempestiva suscita immediatamente un'attività cerebrale di associazione di idee che provoca delle reazioni a catena di volitività e di irritazione, il cui circuito è così rapido da dare un'impressione di simultaneità. Giove è chiamato in Egitto l'astro del Sud, il che è proprio esatto. Il Fegato è il sole energetico del mondo sessuale e dell'Ego....È l'autocrate dell'organismo, e può essere un agente di pace o di collera, a seconda che obbedisca agli impulsi del sole centrale, il cuore, o a quelli dei tre fattori della volontà personale egotica: la volontà cerebrale, la passione sessuale, e l'egoismo del proprio io innato...In Egitto il fegato era chiamato Imset, che si riferisce alla produzione di Set, ossia la bile prodotta dal fegato (set, il fuoco separatore sethiano)".
Annick de Souzenelle dedicò uno splendido testo all'anatomia esoterica, Il Simbolismo del Corpo Umano e scrisse del fegato:
“Il fegato è il luogo del corpo ove si accumula la luce del compiuto. E quando tutto è compiuto (Giovanni 19:30), il fegato diviene carico della ricchezza di YHWH, ed è la resurrezione, il passaggio per la porta degli dèi.
Accumulando il compiuto, riportate le energie nel polo tov-luce dell'albero della conoscenza, il fegato partecipa della conoscenza; ha potere di visione. Diviene sede di una nuova Intelligenza sugli avvenimenti, di una nuova saggezza circa le decisioni da prendere. Questo potere era conosciuto fin dall'antichità: si leggeva infatti il futuro nel fegato degli animali. Il fegato (dal latino Ficus: il fico) ha certamente un'analogia con quest'albero. Il fico appare spesso nei testi biblici ma, tre volte, in circostanze che possono chiarire il nostro argomento:
1) nella genesi, dopo la caduta, Adamo ed Eva intrecciano una foglia di fico e ne fanno delle cinture (Genesi 3:7). Il vocabolo ebraico per fico (teenah), designa sia il fico che il desiderio. E la parola AleH (Foglia) anche l'elevazione.
2) Nei Vangeli, in cui Cristo lo secca e lo maledice (Matteo 11:12), ben sapendo che esso rappresenta l'Albero della conoscenza del bene e del male, l'albero del desiderio rivolto alle cose terrene e non verso Dio (nota mia. in particolare del desiderio sessuale. La foglia di fico ha una forma palesemente fallica, essa viene posta nella zona puberale, il frutto di fico presenta una moltitudine di semi e un liquido lattiginoso molto simile allo sperma maschile). Cristo maledice il Fico del Mondo, in quanto simbolo dell'albero duale e terreno, volendo far convergere l'attenzione sull'albero sempreverde che porta frutti al di là delle stagioni.
3) Cristo infine paragona gli avvenimenti della fine dei tempi all'evoluzione del fico: "Non appena germoglia, capite che l'estate è vicina, così quando vedrete accadere queste cose, sappiamo che il Regno di Dio è vicino" (Luca 21:29).
Nei tre testi citati, il fico appare ontologicamente legato al desiderio che l'uomo ha dello sposo divino, e dunque al suo compimento nello Yod (lettera simbolo di Dio). Il simbolismo del Fegato-Fico trova così conferma, è il luogo di ascesa delle energie psichiche, ed è la maledizione, e il fegato dà il suo frutto, il suo compimento. Quando tutto è compiuto nasce lo Yod.”
Il fegato è legato al terzo chakra o Manipura che significa “gioiello luminoso” o “luogo delle gemme preziose”.
La medicina cinese ha sempre sottolineato il rapporto tra fegato (quindi funzione digerente) e occhio, come appartenenti a un “sistema” comune. Anche per la medicina occidentale sono evidenti i rapporti tra le patologie epatiche e l’occhio (l’occhio giallo dell’itterico, l’occhio arrossato del cirrotico...) e questo riporta al fiele prodotto dal fegato per dare la vista ai ciechi, nel suo significato simbolico riportato dal Libro di Tobia.
Manipura è la sede del carisma personale, della consapevolezza di essere un individuo unico. Da qui consegue che un blocco di Manipura porta con sé una scarsa autostima, un senso di inutilità nonché l’incapacità di sviluppare le potenzialità latenti presenti nel Sé. Infatti, etimologicamente Manipura allude ad un'abbondanza di gemme preziose racchiuse all’interno della propria personalità.
Di colore giallo è orientato bipolarmente ed il suo simbolo geometrico è un  triangolo equilatero, emblema dell'elemento Fuoco. I petali del loto sono dieci.
Manipura è conosciuto anche come il chakra del plesso solare ed è situato nel pancreas. Esso viene considerato il “nostro sole” e costituisce il punto di collegamento tra i chakra inferiori e quelli superiori. Infatti  è proprio Manipura che si occupa di armonizzare i desideri materiali dei primi con i desideri spirituali dei secondi, consentendo così l'equilibrio tra spirito e materia.
Tornando al mostro che risparmia il fegato di chi divora, da cui è partita la mia ricerca, esso dunque risparmia il nucleo vitale alle proprie vittime poiché la loro forza, il loro coraggio, la loro determinazione non vengano distrutte. Nell’eterno ciclo di nascita-morte-rinascita, che si compie nella forza distruttrice emotiva rappresentata dai leggendari cavalli d’acqua, la rinascita è rappresenta dal fegato e la persona smembrata si rinnova completamente ripartendo da quell’organo straordinario, il produttore dell’ira di Dio che, se scaricata sulla parte materiale di noi, ci fa entrare nell’amore di Dio che risiede nel cuore, trasmutandoci in Gesù.
La forza malefica del mostro non può distruggere il fegato, la forza istintuale essenziale per l’ascesa spirituale dell’uomo. Senza la sublimazione dell’ira e delle passioni l’uomo non può giungere al cuore, all’Amore, vita dopo vita, incarnazione dopo incarnazione, come insegna il mito di Prometeo, il cui fegato si riproduce giorno dopo giorno. A chi è rimasto preda di emozioni incontrollate ed è stato divorato dal mostro emergente dall’inconscio (acqua) viene offerta un’altra opportunità: quella di rinascere ripartendo dal controllo delle emozioni e delle passioni, guarendo interiormente e acquisendo in tal modo una più chiara visione esente da veli (l’albugine di cui parlava l’Arcangelo guaritore Raffaele)



Da: http://mikeplato.myblog.it/archive/2009/04/30/il-fegato-nell-anatomia-esoterica.html
http://www.altrasalute.it/reiki_00002e.html
http://www.alkaemia.it/chakra3.php
www.riza.it/glossario/fegato__QQidpZ34

martedì 15 febbraio 2011

L’albero capovolto



L’albero dalle radici nel cielo rappresenta la creazione nel suo movimento discendente, mentre quello con le radici in basso, l’Albero diritto, simboleggia il movimento ascensionale del manifestato verso il non-manifestato.
Anche i cabalisti conoscevano l’Albero rovesciato, come testimonia lo Zohar: “Sì, l’albero della Vita si estende dall’alto in basso ed è il sole che illumina tutto. Il suo splendore ha inizio in cima e si estende per tutto il tronco”. Nelle sue radici, invisibili all’uomo cui non si sono ancora aperti gli occhi della Conoscenza, si colloca Keter, la Corona, sorgente della manifestazione: da essa procedono i Sefirot che rappresentano gli attributi, i poteri e le potenzialità del divino che si manifestano nella creazione.



Nella tradizione islamica le radici dell’Albero della felicità affondano nell’ultimo cielo e i suoi rami si estendono al di sotto della terra. Una ballata finnica narra di una quercia che “ha in alto le sue radici, in basso la sua corona”. I Lapponi, infine, sacrificavano ogni anno al dio della vegetazione, che si rappresentava con un albero sradicato posto sull’altare in modo che la sua corona fosse volta verso il basso e le radici verso l’alto.
Questo Albero rovesciato simboleggia l’ingresso nel mondo della Persona trascendente che si divide e diventa molteplice nei suoi figli.
Analogamente l’uomo è un albero rovesciato, come scriveva Platone nel Timeo paragonandolo a una pianta le cui radici tendono verso il cielo e i rami verso la terra; simbolismo testimoniato anche dagli apocrifi Atti di Pietro dove l’apostolo supplicava i carnefici: “Crocifiggetemi così, a testa in giù, e non in altro modo… Infatti il primo uomo, con il quale ho in comune il genere della specie, cadde a testa in giù… e la posizione nella quale mi trovo ora appeso è l’immagine dell’uomo che nacque per primo”.
Anche il  XII Arcano dei tarocchi, l’Appeso, rappresenta un uomo a testa in giù.
L’Appeso dei Tarocchi Aurei si ispira al dio Odino della mitologia nordica: una divinità a cui si sacrificavano ritualmente gli impiccati e che per primo interpretò le tavole con le Rune sacre. Odino sacrificò un occhio pur di bere alla magica fonte Mìmir, che zampillava fra le radici dell’albero cosmico Yggdrasil e lì rimase appeso capovolto.
Così lui stesso racconta l’esperienza nell’Edda poetica (una delle più antiche e precise descrizioni dell’Arcano XII che ci siano pervenute):
Io credo di essere rimasto appeso all’albero ventoso,
Appeso per nove notti intere …
Nove intere notti per celebrare il simbolico sacrificio dell’uomo-dio sono tre volte tre notti, e sono quasi un richiamo alla crocifissione, a cui si allude anche con la posizione delle gambe dell’Appeso. Nove sono anche le operazioni alchemiche per la trasmutazione dei metalli.
Con la lancia fui ferito e venni offerto
A Odino, me a me stesso …
A prezzo della sofferenza che ha accettato, l’Uomo realizza se stesso e comprende di essere un’Anima immortale, cosicché il sacrificio diviene un’offerta al Sé.
Sull’albero di cui nessuno potrà mai sapere
Quali siano le radici sotterranee …
L’ottenimento della saggezza non esclude, però, il Mistero originario, incomprensibile ad ogni uomo che sia ancora incarnato in un corpo e, ipso facto, prigioniero degli Elementi. Da qui anche la necessità di essere digiuni per controllare i sensi e la mente:
“Nessuno mi allietò col pane o con il corno …”
E solo a quel punto, superata la prova, Odino ci racconta di aver avuto la visione delle Rune, le antiche lettere sacre di rivelazione, che, come i Tarocchi all’iniziato, svelano i segreti per la crescita, per la salute, per la conoscenza degli archetipi celati nelle figure e nei simboli che diventano parole.
E lì sotto ho guardato:
Presi le rune, gridando le presi,
E subito ricaddi all’indietro.
Poi incominciai a crescere e ad acquistare saggezza;
Crebbi e stavo bene;
Ogni parola mi portava ad un’altra parola,
Ogni gesto a un altro gesto“.
Così Odino, l’Appeso,  il “dio della corda”, conobbe se stesso ed apprese l’arte della lettura dei segni.
L’Appeso-Odino è l’eroe che ha accettato il sacrificio supremo per una catarsi profonda. Il suo non è un supplizio, giacché essere sospesi capovolti non è mai stata una pena capitale; e la sua non è neanche una vana tortura, perché è un’azione motivata e volontaria.



Anche il bruco, una volta giunto a maturazione, trova un luogo dove potersi appendere attraverso la formazione di un bozzolo di seta e attendere, rivolto a testa in giù, immobile, il momento della “fioritura” delle ali, per spiccare il volo come farfalla!
Dall’Appeso escono delle monete d’oro. Il suo significato intrinseco è quello del sacrificio.
La carta che ne segue, la tredicesima, è quella della Morte, il cui significato divinatorio è il cambiamento!
Nulla è per caso!
Nel nome Crisalide è contenuto il significato greco di ORO!
Lo stesso oro che cade dalle tasche dell’Appeso!
È quindi l’oro, fuoco spirituale, l’essenza di ciò che condurrà alla trasformazione.
Tutto ciò ricorda la frase alchemica: “solo con l’oro si realizza l’oro!”
Solo con il nucleo aureo nascosto all’interno del bozzolo (corpo) possiamo trasformarci in luce aurea!
Ma la figura dell’Appeso, nella sua posizione, evoca anche quella del simbolo del cuore, ossia un triangolo col vertice in basso ed una croce in alto.


Come a dire che l’oro sgorga dal centro del cuore ed esce grazie alla sua azione e al suo sacrificio.
Ma è anche vero che una volta rivoltato dalla posizione a testa in giù (ribaltamento della squadra), quel simbolo si trasforma nel simbolo dello zolfo che per antonomasia rappresenta lo Spirito e, guarda caso l'essere acquista le ali!


Nell’albero della vita celtico le radici e le fronde sono unite come a voler sottolineare la continuità tra la Terra e il Cielo, la vita e la morte, l’oscurità e la luce. Il sacro è sempre presente e il movimento dell’uomo verso il Divino segue un ciclo perenne





Da: Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante di Alfredo Cattabiani