mercoledì 25 gennaio 2012

Natura


Quando si perde il profondo rapporto intimo con la Natura, i templi, moschee e chiese diventano importanti

Jiddu Krishnamurti

Paragoni con gli altri


Facciamo sempre paragoni tra quello che siamo e quello che dovremmo essere.

Questo continuo paragonarci a qualcosa o a qualcuno è la causa primaria dei nostri conflitti.
Perché vi paragonate ad altri?
Se non vi paragonate a nessuno sarete quel che realmente siete

Jiddu Krishnamurti


Tu e il mondo


Ciò che tu sei, il mondo è. E senza la tua trasformazione, non può avvenire nessuna trasformazione nel mondo.

Ciò che siete dentro è stato proiettato all'esterno, sul mondo; ciò che siete, ciò che pensate e sentite, ciò che fate nella vostra esistenza quotidiana, viene proiettato fuori di voi e va a costituire il mondo

Jiddu Krishnamurti

Imparare


Sai cosa significa imparare? Quando impari veramente, impari dalla vita; non c’è un insegnante particolare da cui imparare. Tutto ti è di insegnamento: una foglia morta, un uccello in volo, un profumo, una lacrima, il ricco e il povero, coloro che piangono, il sorriso di una donna, l’alterigia di un uomo. Impari da ogni cosa, quindi non hai bisogno di guide spirituali, di filosofi, di guru. La vita stessa ti è maestra, e tu sei in uno stato di costante apprendimento

Jiddu Krishnamurti

domenica 22 gennaio 2012

La felicità


La felicità è il più grande paradosso dell’esistenza. Può crescere ovunque e in ogni condizione, sfidando l’ambiente. Viene da dentro: è la rivelazione della profondità della vita interiore come la luce e il calore sono la rivelazione del sole che li irradia. La felicità non consiste nell’avere ma nell’essere, non nel possedere ma nel godere. Un martire sul rogo può avere una felicità che un re sul trono invidierebbe. L’uomo è l’artefice della sua felicità, che è il piacere di una vita vissuta in armonia con nobili ideali. Si può dipendere dagli altri per ciò che si ha, ma ciò che si è dipende solo da noi stessi. La felicità è la gioia dell’anima che possiede l’intangibile. È l’ardore di un cuore in pace con sé stesso.

Da: La bottega dei desideri di Karen Weinreb

sabato 21 gennaio 2012

Le Owens


Per più di duecento anni le donne di casa Owens sono state incolpate di tutto quello che andava storto in città. Se arrivava una primavera piovosa, se il latte delle mucche al pascolo era striato di sangue, se una colica uccideva un puledro o nasceva un bambino con una voglia rossa stampata sulla guancia, erano tutti convinti che fossero state quelle donne di Magnolia Street a forzare, almeno in parte, la mano del destino. Non aveva importanza quale fosse il problema, il fulmine, le cavallette o la morte per annegamento. Non aveva importanza che la situazione avesse una spiegazione logica o scientifica, o che fosse imputabile alla semplice malasorte. Bastavano un guaio lontanamente in vista o una minima circostanza sfortunata perché subito tutti puntassero il dito e sapessero chi incolpare. In men che non si dica si erano già convinti che passare a piedi davanti a casa Owens con il buio non fosse sicuro, e soltanto i vicini più avventati osavano sbirciare oltre la cancellata di ferro battuto nero che circondava il giardino come un serpente.
Dentro casa non c’erano né orologi né specchi, ma tre serrature su ciascuna porta. Sotto le assi del pavimento e nei muri abitavano topi, e spesso se ne trovavano anche nel cassettone, dove rosicchiavano le tovaglie ricamate e gli orli di pizzo delle tovagliette all’americana in puro lino.
Per i sedili vicino alle finestre e le mensole dei camini erano stati usati quindici legni diversi, tra i quali la quercia dorata, l’argenteo frassino e una qualità di ciliegio particolarmente fragrante che rilasciava un profumo di frutti maturi anche nel cuore dell’inverno, quando fuori gli altri alberi non erano che scheletri neri senza foglie. Per quanto polveroso fosse il resto della casa, le parti in legno non avevano mai bisogno di essere lucidate. Se socchiudevi gli occhi, potevi vedere il tuo riflesso nel rivestimento di assi nella sala da pranzo e persino nel corrimano al quale ti aggrappavi nel precipitarti giù per le scale. Non c’era una sola stanza in cui non fosse sempre buio, anche a mezzogiorno, e nella quale non ci fosse anche un bel fresco anche nella canicola di luglio. Chiunque avesse osato arrivare fino al portico, dove cresceva selvatica l’edera, avrebbe potuto cercare di guardare attraverso le finestre per ore senza vedere niente. Lo stesso valeva per chi guardava fuori: i vetri verdi delle finestre erano così vecchi e così spessi che le cose dall’altra parte sembravano viste in sogno, compresi il cielo e gli alberi.

Le donne Owens ignoravano le convenzioni sociali, erano testarde e volitive e ci tenevano a essere tali. Le cugine che avevano preso marito avevano sempre insistito per conservare il cognome di famiglia e anche le loro figlie si chiamavano Owens. La madre di Gillian e Sally, Regina, era stata un elemento particolarmente difficile da controllare. Quando ripensavano a Regina che camminava sulla balaustra del portico con solo le calze ai piedi e le braccia in fuori per mantenere l’equilibrio, nelle sere in cui aveva bevuto un po’ troppo whisky, le zie dovevano ricacciare indietro le lacrime. Forse Regina era una sventata, ma sapeva divertirsi, una capacità di cui le donne Owens andavano fiere. Gillian aveva ereditato la vena selvaggia di sua madre, ma Sally non avrebbe saputo riconoscere un divertimento neppure se l’avesse aggredita e morsicata.

Le zie tenevano ancora sui loro cassettoni le fotografie dei giovani che un tempo avevano amato, due fratelli troppo orgogliosi per cercare riparo durante un temporale che aveva interrotto il loro picnic. Erano stati colpiti in pieno dal fulmine nel parco cittadino, dov’erano poi stati sepolti sotto una pietra tonda e liscia sulla quale all’alba e al crepuscolo si radunavano a tubare le zenaidure. Ogni mese d’agosto il fulmine colpiva ancora quello stesso punto, e ogni volta che comparivano cupe nubi temporalesche gli innamorati si sfidavano ad attraversare di corsa il parco. I fidanzati di Gillian erano gli unici abbastanza malati d’amore da rischiare di essere colpiti e due di loro si erano ritrovai in ospedale dopo le loro corse nel parco, con i capelli ancora ritti in testa e gli occhi destinati a rimanere spalancati fino alla fine dei loro giorni, anche durante il sonno.

Maria Owens era arrivata nel Massachusetts con solo una piccola borsa di effetti personali, la sua bambina appena nata e un pacchetto di diamanti cucito nell’orlo del vestito. Maria era giovane e carina, ma vestiva solo di nero e non aveva marito. Nonostante questo, era abbastanza ricca da poter pagare i dodici falegnami che avevano costruito la casa di Magnolia Street, e così sicura di sé e di quello che voleva da arrivare persino a dar loro consigli su questioni del tipo quale legno usare per la mensola del camino in sala da pranzo e quante finestre ci volevano per consentire una perfetta visuale del giardino sul retro. La gente divenne sospettosa, e perché non avrebbe dovuto? La piccina di Maria Owens non piangeva mai, neppure quando veniva morsa da un ragno o pun
ta da un’ape. Il giardino di Maria non era mai infestato dai dermatteri o dai topi. Quando arrivava un uragano, tutte le case di Magnolia Street ne uscivano danneggiate tranne quella costruita dai dodici falegnami. Non volava via nessuna persiana e persino la biancheria dimenticata fuori ad asciugare rimaneva al suo posto: non andava perduto neppure un calzino.
Se Maria Owens decideva di rivolgerti la parola, ti guardava dritto negli occhi anche se eri più anziano o migliore di lei. Era nota per fare quello che voleva, senza fermarsi a considerare le possibili conseguenze. Uomini che non avrebbero dovuto innamorarsi di lei erano convinti che Maria si fosse accostata a loro nel bel mezzo della notte, accendendo i loro appetiti carnali. Le donne si scoprivano attratte da lei e non vedevano l’ora di confessarle i propri segreti all’ombra del portico, dove il glicine aveva già attecchito e cominciava ad avvinghiarsi alle ringhiere dipinte di nero.

Maria si assicurava sempre di avere addosso qualcosa di blu, anche quando ormai era una vecchia signora e non poteva più alzarsi dal letto. Il suo scialle era sempre blu come il paradiso e, quando sedeva sotto il portico sulla sedia a dondolo, era difficile stabilire dove finisse lei e dove cominciasse il cielo.
Fino al giorno della sua morte, Maria portò sempre lo zaffiro che le aveva regalato l’uomo di cui era stata innamorata, se non altro per ricordare a se stessa che cos’era importante e che cosa no. Per molto tempo dopo che se ne era andata, alcuni insistevano nel dire di aver visto una figura azzurra e glaciale nei campi, in piena notte, quando l’aria è fredda e immobile. Giuravano di averla vista camminare nei frutteti diretta a nord e che se stavi zitto zitto, se non muovevi neppure un capello, ma ti accucciavi su un ginocchio sotto i vecchi meli, il suo vestito ti sfiorava e da quel giorno in poi avresti avuto fortuna in tutto, e i tuoi figli dopo di te, e anche i loro figli.

Gillian è più attraente che mai, ma le donne Owens sono sempre state note per la loro bellezza, almeno quanto per le scelte avventate che compiono inevitabilmente in giovane età. Negli anni venti la cugina Jinx, i cui acquerelli si possono ammirare al Museum of Fine Arts, era troppo caparbia per dare ascolto a chiunque. Si ubriacò di champagne gelato, buttò le sue scarpette di raso sopra un alto muro di sassi e danzò sui vetri rotti fino all’alba, poi non camminò più. La più adorata delle prozie, Barbara Owens, sposò un uomo dal cranio spesso come quello di un mulo che si rifiutava di fare arrivare in casa l’elettricità o l’acqua corrente, sostenendo che fossero una moda passeggera. La cugina preferita, April Owens, aveva vissuto per dodici anni nel deserto Mojave, raccogliendo ragni in barattoli pieni di formaldeide.

L’estate in cui zia Jet compì sedici anni, due ragazzi della città si uccisero per lei. Uno si era legato alle caviglie delle spranghe di ferro e si era annegato in una cava, l’altro era rimasto ucciso sui binari fuori città dal treno delle 10.02 per Boston. Di tutte le donne Owens, Jet era la più bella e non se n’era mai neppure resa conto. Agli esseri umani preferiva di gran lunga i gatti, e rifiutava le offerte di tutti gli uomini che s’innamoravano di lei. L’unico che avesse mai ricambiato era quel ragazzo rimasto ucciso dal fulmine quando lui e suo fratello si erano lanciati attraverso il parco cittadino per provare quanto fossero impavidi e coraggiosi. A volte, di notte, Jet e Frances sentono le risate dei due ragazzi che corrono sotto la pioggia, poi inciampano nell’oscurità. Le loro voci sono ancora giovani e piene di speranza, proprio come nel momento in cui sono stati colpiti dal fulmine.

Il loro sapone nero è tanto benefico per la pelle femminile se lo si usa tutte le sere. Le saponette delle zie, avvolte in plastica trasparente, si trovano nei negozi di prodotti biologici di Cambridge e in diversi negozi specializzati lungo Newbury Street, e grazie alle saponette le zie si sono potute permettere non solo un nuovo tetto per la vecchia casa, ma anche una fossa ecologica a regola d’arte.

Da: Il giardino delle magie di Alice Hoffman

La storia di Barbara e Giovanni


C’era un tempo in cui prato, bosco, e ruscello,
la terra, e ogni essere comune
a me sembravano
ornati da una luce celestiale,
la gloria e la freschezza di un sogno.
non è più com’era prima;
mi giro ovunque posso,

di giorno o di notte,
le cose che ho visto ora non posso più vederle.

L’arcobaleno viene e va,
e amabile è la rosa;
la luna con diletto
si guarda intorno quando i cieli erano spogli;
le acque nelle notti stellate
sono belle e serene;
l’alba è una nascita gloriosa;
ma eppure so, dove vado,
dove è passata una gloria dalla terra.

(Ode dell’Immortalità di William Wordsworth)

http://guide.supereva.it/bibliofilia/interventi/2010/03/lode-dellimmortalita

Su nelle stanze dei bambini Mary Poppins faceva asciugare gli abiti vicino al fuoco e la luce del sole entrava dalla finestra, scherzando sui muri bianchi, danzando sulle culle dove i pupi dormivano.
“Dico, muoviti! Mi stai proprio negli occhi” disse Giovannino a voce alta.
“Mi dispiace” – rispose la luce del sole. – “Ma non posso farvi niente. Devo assolutamente attraversare questa stanza. Gli ordini sono ordini. Debbo muovermi da Est a Ovest in un giorno e la mia strada passa per questa stanza. Mi dispiace! Chiudi gli occhi e non ti accorgerai di me”. La dorata freccia di sole si allungò attraverso la camera. Evidentemente si muoveva quanto più presto poteva per far cosa grata a Giovannino.
“Quanto sei morbido! Quanto sei dolce! Ti voglio bene”, disse Barbara, stendendo le braccine al suo calore scintillante.
“Brava bambina” – disse la luce del sole approvando e si mosse sulle sue guance e andò fra i suoi capelli simili a una leggera carezza. – “Ti piace sentirmi?” domandò come se amasse di essere lodata.
“De-liziooosa” – disse Barbara con un sospiro di felicità.
“Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere! Non ho mai veduto un posto dove si chiacchiera tanto. C’è sempre qualcuno che parla in questa stanza”, si udì una voce acuta presso la finestra.
Giovannino e Barbara alzarono gli occhi.
Era lo Stornello che viveva in cima al comignolo.
“Senti chi parla” – disse Mary Poppins, volgendosi in fretta. – “E tu allora? Tutto il giorno sì, e anche metà notte, sui tetti e sui pali telegrafici, cinguettando, gridando e schiamazzando. A furia di chiacchiere, faresti persino cadere le gambe alle sedie. Peggio di un passero. E questa è la verità”. Lo Stornello piegò la testa da una parte e la guardò dal davanzale della finestra.
“Bene – disse – ho i miei affari a cui badare. Consulti, discussioni, querele, contratti… E questo naturalmente rende necessario un certo quantitativo di… tranquilla conversazione”.
“Tranquilla!” esclamò Giovannino ridendo di cuore.
“Non stavo parlando a te giovinotto” – disse lo Stornello, saltando giù dal davanzale della finestra – “E non hai bisogno di parlare, in tutti i casi. Io ti ho inteso te per molte ore di seguito, sabato scorso. Santo Cielo, credevo che tu non la smettessi più, mi hai tenuto sveglio tutta la notte”.
“Quello non era parlare – disse Giovannino. – Ero… – fece una pausa. – Avevo un dolore, voglio dire”.
“Hum!” disse lo Stornello e saltò sulla sponda della culla di Barbara. Camminò sull’orlo finché venne a capo della culla. Poi disse con una smorfiosa vocetta:
“Bene, Barbara, niente per il vecchio amico oggi, eh?”. Barbara si tirò su aggrappandosi a una sbarra del lettino. “C’è l’altra metà del mio biscotto d’orzo” disse e glielo porse col suo pugnetto grasso e tondo. Lo Stornello ci si buttò sopra, lo prese dalla sua mano e rivolò sul davanzale della finestra. Cominciò a beccarlo golosamente.
“Grazie”, disse Mary Poppins intenzionalmente, ma lo Stornello era troppo occupato a mangiare per capire il rimprovero.
“Ho detto grazie!” disse Mary Poppins un po’ più forte.
Lo Stornello alzò gli occhi.
“Eh… cosa?” Ohi, andiamo, ragazza, andiamo. Non ho tempo per simili fronzoli e falpalà”. E inghiottì il resto del suo biscotto.
La stanza era molto quieta. Giovannino assopendosi nella luce del sole, mise in bocca le dita del piedino destro e le strofinò lì dove i denti cominciavano a spuntare.
“Perché ti tormenti a far così?” disse Barbara con una voce sommessa, divertita, che sembrava sempre piena di risa. “Non c’è nessuno che ti vede”.
“Lo so” – disse Giovannino, facendo come una suonatina coi piedini. – Voglio tenermi in esercizio, diverte tanto i grandi. Ti sei accorta che zia Flossie quasi diventava matta quando io lo facevo ieri? Che caro, che bravo, che meraviglia, che creatura! Non l’hai intesa dir tutto questo?”. E Giovannino allontanò da sé il piedino e scoppiò a ridere come se ripensasse alla zia Flossie.
“Le è piaciuto anche il mio scherzo – disse Barbara velocemente. – Mi son tirata via tutti e due i calzini, e lei ha detto che ero così cara che avrebbe voluto mangiarmi. Non è buffo? Quand’io dico che vorrei mangiare qualcosa, voglio dire veramente quello. Biscotti e ciambelle e i pomi del lettino e altro ancora. Ma i grandi non vogliono mai dire quel che dicono, mi sembra. Essa non poteva realmente desiderare di mangiarmi, non è vero?”.
“No. È solo la maniera sciocca che hanno di parlare – disse Giovannino. – Credo che io non capirò mai i grandi. Sembrano tutti così stupidi. E anche Giovanna e Michele sono stupidi qualche volta”.
“Uum”, – assentì Barbara, pensosamente, togliendosi i calzini e tornando a metterseli.
“Per esempio – proseguì Giovannino – non capiscono una sola cosa che noi diciamo. Ma peggio ancora, non capiscono ciò che dicono le altre cose. Ecco, soltanto lunedì scorso ho udito Giovanna osservare che avrebbe desiderato sapere che linguaggio parlava il Vento”.
“Lo so – disse Barbara. – È sorprendente. E Michele insiste sempre, non l’hai inteso?, che lo Stornello dice: pio, pio, pio. Non sembra capire che lo Stornello non dice niente affatto così! ma parla proprio lo stesso linguaggio nostro. Naturalmente uno non pretende che Papà e Mamma sappiano questo, essi non sanno nulla, sebbene siano così cari, ma tu avresti creduto che Giovanna e Michele capissero”.
“lo sapevano una volta” – disse Mary Poppins piegando una camicia da notte di Giovanna.
“Cosa?” – domandarono insieme Giovannino e Barbara con voce molto sorpresa. – Veramente vuoi dire che capivano lo Stornello e il Vento e…”.
“E quel che dicono gli alberi e il linguaggio del sole e delle stelle. Certo lo capivano. Una volta!” disse Mary Poppins.
“Ma… ma com’è che hanno dimenticato tutto?” disse Giovannino corrugando la fronte e cercando di comprendere.
“Ah” – disse lo Stornello, con l’aria di sapere, alzando gli occhi dalle briciole del biscotto. – Vi piacerebbe saperlo?...”.
“Perché sono diventati più grandi” – spiegò Mary Poppins. – “Barbara, mettiti subito i calzini per piacere”.
Questa è una stupida ragione” – disse Giovannino guardandola severamente.
“È quella vera, però” – Mary Poppins soggiunse legando solidamente i calzini di Barbara intorno alle caviglie.
“Ecco, è che Giovanna e Michele son stupidi” – continuò Giovannino. – Io so che non mi dimenticherò quando sarò più grande”.
“Neanch’io” – fece eco Barbara succhiandosi il ditino con soddisfazione.
“Sì, dimenticherete” disse Mary Poppins con aria sicura.
I gemelli si alzarono su e la guardarono.
“Hum!” – disse lo Stornello, con disprezzo. – “Guardateli! Credono di essere le meraviglie del mondo. Piccoli prodigi. Non credo! Certamente dimenticherete, come Giovanna e Michele”.
“Non dimenticheremo” – asserirono di nuovo i gemelli guardando lo Stornello come se volessero ucciderlo.
Lo Stornello se ne burlò.
“Io dico che dimenticherete – insistette. – Non è colpa vostra, certo – aggiunse più gentilmente. – Dimenticherete perché non potete far nulla in contrario. Non c’è stato mai un essere umano che abbia ricordato dopo l’età di un anno, negli anni più avanzati, eccetto naturalmente se…”. E girò la testa sulla spalla indicando Mary Poppins.
“Ma perché lei può ricordare e noi no?” disse Giovannino.
“A-a-a-h! Lei è differente. Lei è la Grande Eccezione. Non possiamo far come lei” disse lo Stornello, ridendo con ironia.
Giovannino e Barbara tacevano. Lo Stornello proseguì a spiegare:
“Sì, è qualcosa di speciale, vedete. Non per la sua bellezza. Uno dei miei pulcini appena nati è più bello di quel che non sia stata mai Mary”.
“Oh, impertinente” disse Mary Poppins arrabbiata, lanciandogli addosso e buttandogli contro il grembiule.
Ma lo Stornello saltò da una parte e volò sul davanzale della finestra fischiando maliziosamente, ben fuori di mira.
“Credevi di prendermi questa volta, vero?” la canzonò e scosse verso di lei le piume delle ali. Mary Poppins brontolò.
La luce del sole si mosse attraverso la stanza tirandosi dietro la sua scia dorata. Fuori si era alzato un vento leggero e frusciava dolcemente tra gli alberi di ciliegio nel Viale.
“Ascolta, ascolta, il vento sta parlando” – disse Giovannino chinando la testa da un lato. – “Tu dici per davvero che non saremo capaci di udir questo quando saremo più grandi, Mary Poppins?”.
“Lo udirete benissimo – disse Mary Poppins – ma non comprenderete”. – A queste parole Barbara cominciò a piangere sommessamente. E c’erano due lagrime anche negli occhi di Giovannino.
“Ma, non ci si può far nulla. Le cose vanno così” disse Mary Poppins in tono ragionevole.
“Guardali, guardali soltanto!” – li canzonò lo Stornello. – “Piangono da morire! Ma! Uno Stornello nell’uovo ha più cervello. Guardali”.
Infatti Giovannino e Barbara piangevano ora di cuore nei loro lettini, lunghi, profondi singhiozzi di grande infelicità.

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Poco tempo dopo i denti, con grande fastidio, spuntarono, come debbono fare tutti i denti, e i gemelli ebbero il loro primo compleanno.
Il giorno dopo la festa del loro compleanno, lo Stornello che era stato via in vacanza in una città vicina tornò al Numero 17, Viale dei Ciliegi.
“Ohilà, ohilà, ohilà, eccomi qui nuovamente”, – gridò pieno di gioia, atterrando con un piccolo dondolìo sul davanzale della finestra. – “Bene, come la va, ragazza?” domandò sfacciatamente a Mary Poppins, piegando la testina da una parte e guardandola con occhi allegri e maliziosi.
“La tua domanda non mi serve a nulla”, disse Mary Poppins, scuotendo la testa.
Lo Stornello rise. “La stessa vecchia Mary Poppins” – disse. – “Non sei cambiata affatto. Come stanno gli altri, i cuculi?” domandò e guardò attraverso il lettino di Barbara.
“Bene, Barberina – cominciò nella sua sommessa voce smorfiosa, - niente per il vecchio amico oggi?”.
“Ma-mma – ma-mma” disse Barbara ninnandosi dolcemente, mentre continuava a mangiare il suo biscotto d’orzo.
Lo Stornello, con un sussulto di sorpresa, saltellò più vicino. “Dicevo – ripeté più distintamente, – c’è niente per il vecchio amico, oggi, Barbara cara?”.
“Ma-mma, ma-mma”, mormorò Barbara guardando il soffitto, mentre inghiottiva l’ultima briciola dolce.
Lo Stornello la guardò fissamente.
“Ah”, disse all’improvviso e si volse e guardò interrogativamente Mary Poppins.
Gli occhi quieti di lei incontrarono quelli di lui in un lungo sguardo.
Poi rapido come una freccia, lo Stornello volò sul letto di Giovannino e si posò sulle sbarre. Giovannino teneva stretta fra le braccia una grossa pecora di lana.
“Come mi chiamo? Come mi chiamo? Come mi chiamo?” gridò lo Stornello con una acuta voce ansiosa.
“Pa-ppa, pa-ppa”, disse Giovannino, aprendo la bocca e mettendoci dentro la gamba della pecora di lana.
Lo Stornello scosse la testa e tornò via.
“Così è accaduto” disse quietamente a Mary Poppins. Ella assentì. Lo Stornello scrutò per un momento i gemelli con amarezza. Poi alzò le ali screziate:
“Oh, ma sapevo che sarebbe accaduto questo. Lo dicevo sempre. Non volevano crederlo”. – Rimase in silenzio per breve tempo, guardando fisso nei lettini. Poi si scosse con decisione. – “Bene, bene. Debbo andar via. Tornare al mio comignolo. Avrà bisogno di una ripulita primaverile. Avrò daffare”.
Volò sul davanzale della finestra e si fermò, guardando indietro disopra la spalla.
“Mi sembrerà strano, tuttavia, senza di loro. Mi piaceva tanto parlare insieme. Mi piaceva. Sentirò la loro mancanza”. In fretta si passò l’ala sugli occhi.
“Piangi?” lo burlò Mary Poppins. Lo Stornello si drizzò. “Piango? No certo. Ho – eh… – un leggero raffreddore, preso nel mio viaggio di ritorno; è tutto qui. Sì, un leggero raffreddore. Nulla di serio”.
Si diresse sul davanzale della finestra, si lisciò le piume del petto con il becco, e poi – “Ciao” – disse disinvolto. E aprì le ali ed era scomparso.

Da: Mary Poppins di Pamela L. Travers