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mercoledì 28 marzo 2012

Connla e la fanciulla fatata


Connla era figlio di Conn Cétchathach (“delle cento battaglie”), un leggendario re supremo irlandese, antenato dei Connachta, e, attraverso il suo discendente Niall Noígiallach, delle dinastie degli Uí Néill. Conn Cétchathach era a sua volta figlio di Fedlimid Rechtmar (“il legittimo” o “l’appassionato, il furioso”, chiamato anche Rechtaid, “il giudice,il legislatore”).
Conn Cétchathach prese il potere spodestando dal trono Mal, che aveva ucciso suo padre. Ottenne l'epiteto di Cétchathach per le sue guerre contro i Dál nAraidi (a volte latinizzato in Dalaradia, da non confondere con Dál Riata, latinizzato in Dalriada), un regno del popolo dei Cruithne (i leggendari Pitti), nel nord-est dell'Irlanda del I millennio, incentrato sulle coste settentrionali di Lough Neagh, nell'Antrim.
Il suo rivale per la sovranità dell'Irlanda fu il re del Munster, Éogan Mór, anche conosciuto come Mug Nuadat, che, dopo molte battaglie, fu definitivamente sconfitto e ucciso quando Conn guidò un attacco notturno in cui sbaragliò definitivamente il nemico.
Il figlio di Mug, Tibride Tirech, uccise Conn a Tara.
Quello dei Dál nAraidi fu il secondo regno dell'Ulster, i cui sovrani contesero per alcuni secoli ai Dál Fiatach il titolo di sovrani supremi. È possibile che il regno di Dál nAraidi sia invece stata una libera confederazione di piccoli reami, durata fino all'VIII secolo. Da questo momento in poi, i re dei Cruithne non ebbero più alcun controllo sulla monarchia suprema dell'Ulster

Connla dalla Fiera Capigliatura era figlio di Conn delle Cento Battaglie.
Un dì che stava al fianco di suo padre sulla cima di Usna, vide una giovane abbigliata in modo  insolito venire verso di lui.
“Da dove vieni, giovinetta?” domandò Connla.
“Provengo dalle Piane del Sempre Vivo – dichiarò lei, – in quel luogo non c’è né morte né peccato.
Laggiù noi ci prendiamo un’eterna vacanza, e non abbiamo necessità di alcuno, la nostra gioia è assoluta.
Il nostro piacere si distende senza contese o pene. E per il fatto che abbiamo dimora nelle tonde colline verdi, gli uomini ci chiamano la Gente della Collina”.
Tranne Connla, nessuno vedeva la fanciulla fatata.
“Con chi, dimmi, stai parlando ragazzo mio?” chiese Conn il re.
Allora la fanciulla rispose:
“Connla sta comunicando a una giovane e buona ragazza che non vedrà né la morte né la vecchiaia.
Io amo Connla, e sono comparsa a invitarlo perché venga nella Piana del Piacere, Moy Mell, dove continuamente regna Boadag, e da quando egli regna non c’è stata in quella terra malattia alcuna né pena. Oh, vieni con me Connla dalla fiera capigliatura rosso acceso come l’alba e con la tua fulva pelle. Una leggiadra corona ti attende per abbellire il tuo bel volto e il magnifico aspetto.
Vieni, e mai si dissolverà la tua bellezza, né la tua gioventù, fino al giorno ultimo e tremendo del Giudizio”.
Il re, avendo timore delle parole che la fanciulla pronunciava, e che egli avvertiva pur non potendo scorgerla, chiamò forte il suo druido, di nome Coran.
“Oh, Coran dei molti incantesimi – disse – e maestro di magia, imploro il tuo aiuto. Un compito mi grava, troppo grande malgrado tutta la mia esperienza e intelligenza, più grande di qualsiasi altro mi sia capitato da quando ho conquistato il regno.
Senza rivelarsi, una ragazza è venuta a noi, e col suo potere vuol brandirmi il mio caro, il mio bel figlio. Se non dai la tua assistenza, egli sarà privato al tuo re per mezzo delle scaltrezze e degli stregonerie di una donna.”
Allora Coran il druido avanzò e proferì le sue formule in direzione del posto in cui era stata udita la voce della fanciulla. E nessuno sentì più la sua voce, né Connla la vide più. Solo che, scomparendo davanti alla potente formula magica del druido, ella buttò una mela a Connla. Per un mese intero da quel giorno, Connla non prese nulla da mangiare o da bere se non quella mela.
Ma appena la mangiava, essa cresceva di nuovo e restava sempre intera. E nel frattempo crescevano nell'animo di lui una forte nostalgia e un desiderio intenso della giovinetta che aveva visto. Quando tuttavia venne l’ultimo giorno del mese, Connla, che si trovava al fianco del re suo padre sulla Piana di Arcomin, scorse di nuovo la ragazza giungere verso di lui, e di nuovo gli parlò.
“È veramente un luogo famoso questo su cui poggiamo i piedi di Connla, tra i fuggevoli mortali in attesa solo del giorno della morte.
Ma adesso, il popolo della vita, gli immortali, ti domandano e ti invitano a venire a Moy Mell, la Piana del Piacere, poiché hanno imparato a conoscerti, guardandoti nella tua casa fra i tuoi amati”.
Nel momento in cui il re Conn sentì la voce della ragazza, convocò i suoi uomini, e disse:
“Fate arrivare presto il mio druido Coran, poiché io vedo che essa oggi ha di nuovo il potere della parola”.
Ribadì allora la fanciulla:
“Oh, coraggioso Conn, guerriero delle cento battaglie, la facoltà del druido non è molto stimata, ha poca capacità in questa grande terra, popolata di tanti aventi più grande diritto. Nel momento in cui la Legge verrà, saprà far piazza pulita delle formule magiche del druido, che giungono dalle labbra del falso demone nero”.
E re Conn osservò che da quando c’era la ragazza suo figlio Connla non comunicava ad alcuno che si rivolgesse a lui. Così Conn delle cento battaglie gli proferì:
“Sei d'accordo su ciò che la donna proferisce, figlio mio?”
“Per me è cosa dura – replicò Connla, – amo la mia gente sopra ogni cosa, ciononostante, ciononostante s’impadronisce di me una brama per quella ragazza”.
Nell’udire queste parole, la fanciulla rispose:
“L’oceano è meno potente delle onde della tua brama. Vieni con me sulla mia imbarcazione, la splendente barca di cristallo che scivola silenziosa. In poco tempo siamo in grado di giungere al regno di Boadag. Osservo calare già il lucente sole, ma per quando lontana sia la meta, possiamo giungervi prima del buio. Vi è ancora un’altra terra meritevole del tuo viaggio, una terra felice per tutti quelli che la cercano. Solo mogli e fanciulle vi dimorano. Se tu vuoi, possiamo cercarla e vivere là noi due soli in spensieratezza”.
Come la ragazza ebbe finito di parlare, Connla dalla fiera capigliatura corse via da essi e saltò sulla luminosa imbarcazione di cristallo che scivola silenziosa. E quindi tutti, il re e la corte, la videro andar via sul mare risplendente verso il sole al tramonto.
Distante, sempre più distante, fino a quando l’occhio non riuscì più a vederla, e Connla e la fanciulla fatata presero la via del mare, e non furono mai più visti, né alcuno mai seppe dove andarono

venerdì 17 febbraio 2012

Tam Lin


(Scozia)

La bella Janet era la figlia di un conte delle Terre Basse che viveva in un grigio castello circondato da campi verdi. Un giorno, stanca di ricamare e di giocare a scacchi con le altre dame del castello, decise di andare a esplorare i boschi di Carterhaugh: indossò un mantello verde, raccolse i capelli biondi e partì.
Vagò attraverso quiete radure erbose piene di ombre, dove le rose selvagge crescevano rigogliose e le campanule dai verdi stami formavano un soffice tappeto. A un certo punto Janet allungò una mano per cogliere una rosa bianca da appuntare alla vita, ma appena staccò il fiore un giovane uomo le comparve davanti sul sentiero.
«Come osi tu cogliere le rose di Carterhaugh e vagare per questa foresta senza il mio consenso?» chiese a Janet. «Non intendevo fare alcun male»
rispose la ragazza «lo sono il guardiano di questi boschi e devo fare in modo che nessuno disturbi la loro quiete» le spiegò il giovane
Poi lentamente sorrise, come se lo facesse dopo molto tempo, e raccolse una rosa rossa che cresceva vicino alla rosa bianca. «Eppure ti darei tutte le rose di Carterhaugh tanto sei bella»
disse. Prendendo la rosa Janet gli chiese: «Chi sei tu che parli così dolcemente?». «Il mio nome è Tam Lin» replicò il giovane. «Ho sentito parlare di te!» gridò atterrita Janet. «Tu sei un cavaliere degli Elfi!» e spaventata allontanò da se la rosa. «Non devi temere, dolce Janet» disse Tam Lin «perché anche se tutti pensano che io sia un cavaliere degli Elfi, in realtà sono un essere umano proprio come te.» E mentre Janet meravigliata ascoltava, egli raccontò la sua storia.
«I miei genitori morirono quando ero un bambino e mio nonno, il conte di Roxburg, mi portò a vivere con se. Un giorno mentre stavamo cacciando nel bosco profondo, uno strano vento gelido proveniente dal nord cominciò a soffiare scuotendo ogni foglia.
Un profondo torpore mi avvolse e caddi da cavallo. Quando mi risvegliai mi trovai nel paese delle Fate; la regina degli Elfi mi aveva rapito mentre dormivo.» Poi tacque per un attimo, ripensando a quella verde terra incantata. «Da quel giorno sono prigioniero dell'incantesimo della regina degli Elfi. Durante il giorno sorveglio i boschi di Carterhaugh, e la notte torno nel bosco fatato. Oh Janet, ho una grande nostalgia della vita mortale; vorrei con tutto il cuore liberarmi dall'incantesimo che grava su di me!» Le sue parole suonavano così addolorate che Janet disse: «Non c'è alcun modo per liberarti?».
Tam Lin prese la mano di Janet fra le sue e disse: «Stanotte, Janet, è Halloween, e ogni anno, in questa notte, è possibile ricondurmi alla vita mortale. Nella notte di Halloween le creature fatate cavalcano oltre i confini del loro regno e io vado con loro».
«Dimmi cosa posso fare per aiutarti» disse Janet. «Con la forza del mio cuore ti ricondurrò fra gli uomini.»
Tam Lin disse: «A mezzanotte dovrai andare al crocevia e aspettare che passi la schiera fatata a cavallo. Resta ferma e lascia passare le prime due compagnie. lo sarò con la terza, monterò un cavallo bianco e avrò un cerchio d'oro sulla fronte. Appena mi vedi corri da me e abbracciami forte; qualunque cosa accada tu tienimi stretto e non lasciarmi, e in questo modo mi permetterai di tornare fra gli uomini».
Poco dopo la mezzanotte, Janet si diresse verso il crocevia e aspettò all'ombra di un cespuglio di biancospino. L'acqua dei fossi rifulgeva alla luce lunare, i cespugli spinosi proiettavano strane ombre sul terreno e i rami degli alberi si agitavano in modo inquietante sulla sua testa. A un tratto avvertì in lontananza un debole suono di campanelli e capì che i cavalli fatati si stavano avvicinando.
Tremando un poco si avvolse nel mantello e, sbirciando lungo la strada, vide il balenio argentato dei finimenti, poi la candida criniera del primo cavallo; e in un attimo comparì l'intera schiera fatata: i pallidi volti degli Elfi erano rivolti verso la luna, i loro strani riccioli erano scomposti dal vento.
Janet restò ferma mentre passava la prima compagnia, con la regina degli Elfi a cavallo di un nero destriero; ne si mosse quando passò la seconda, ma appena vide il bianco destriero di Tam Lin e il luccichio del cerchio d'oro sulla sua fronte uscì di corsa dai cespugli e afferrando la briglia lo trascinò a terra avvolgendolo nel suo abbraccio.
Subito si levò un grido: «Tam Lin va via!». Il cavallo della regina si impennò e tornò sui suoi passi; la regina posò i suoi bellissimi occhi su di loro, e con un sortilegio trasformò Tam Lin in una piccola lucertola che Janet continuò a stringere al petto. A quel punto avvertì qualcosa strisciare fra le dite e si accorse che la lucertola si era trasformata in un gelido, viscido serpente, che ella abbracciò mentre le avvolgeva le spire intorno al collo. Improvvisamente provò un intenso dolore alle mani: il serpente si era trasformato in una barra di ferro rovente. Lacrime di dolore scesero lungo le gote di Janet che tuttavia non abbandonò la presa e continuò a stringere a se Tam Lin.
Allora la regina degli Elfi capì di aver perso Tam Lin a causa del saldo amore di una donna mortale e gli restituì sembianze umane: Janet si ritrovò così fra le braccia un uomo nudo. Trionfante avvolse Tam Lin nel suo mantello verde e mentre la compagnia degli Elfi riprendeva il cammino e una sottile mano verde afferrava le briglie del cavallo di Tam Lin, si udì la voce della regina levarsi in un lamento amaro: «Ho perso il più bel cavaliere della mia compagnia, tornato al mondo dei mortali. Addio Tam Lin! Se avessi saputo che una donna ti avrebbe conquistato con la forza del suo amore ti avrei privato del tuo cuore di carne per sostituirlo con uno di pietra. Se avessi saputo che la bella Janet sarebbe venuta nel bosco di Carterhaugh, avrei sostituito i tuoi occhi grigi con degli occhi di legno».
Mentre la regina parlava la notte rischiarò e, alla debole luce dell'aurora, con uno strano grido, i cavalieri fatati rimontarono sui loro cavalli e scomparvero. Mentre il suono dei campanelli si faceva sempre più lontano, Tam Lin prese fra le sue una delle povere mani piagate di Janet e insieme tornarono al castello, dove viveva il padre di lei.

Da:
http://www.elfland.it/Tamlin.htm

sabato 21 gennaio 2012

La storia di Barbara e Giovanni


C’era un tempo in cui prato, bosco, e ruscello,
la terra, e ogni essere comune
a me sembravano
ornati da una luce celestiale,
la gloria e la freschezza di un sogno.
non è più com’era prima;
mi giro ovunque posso,

di giorno o di notte,
le cose che ho visto ora non posso più vederle.

L’arcobaleno viene e va,
e amabile è la rosa;
la luna con diletto
si guarda intorno quando i cieli erano spogli;
le acque nelle notti stellate
sono belle e serene;
l’alba è una nascita gloriosa;
ma eppure so, dove vado,
dove è passata una gloria dalla terra.

(Ode dell’Immortalità di William Wordsworth)

http://guide.supereva.it/bibliofilia/interventi/2010/03/lode-dellimmortalita

Su nelle stanze dei bambini Mary Poppins faceva asciugare gli abiti vicino al fuoco e la luce del sole entrava dalla finestra, scherzando sui muri bianchi, danzando sulle culle dove i pupi dormivano.
“Dico, muoviti! Mi stai proprio negli occhi” disse Giovannino a voce alta.
“Mi dispiace” – rispose la luce del sole. – “Ma non posso farvi niente. Devo assolutamente attraversare questa stanza. Gli ordini sono ordini. Debbo muovermi da Est a Ovest in un giorno e la mia strada passa per questa stanza. Mi dispiace! Chiudi gli occhi e non ti accorgerai di me”. La dorata freccia di sole si allungò attraverso la camera. Evidentemente si muoveva quanto più presto poteva per far cosa grata a Giovannino.
“Quanto sei morbido! Quanto sei dolce! Ti voglio bene”, disse Barbara, stendendo le braccine al suo calore scintillante.
“Brava bambina” – disse la luce del sole approvando e si mosse sulle sue guance e andò fra i suoi capelli simili a una leggera carezza. – “Ti piace sentirmi?” domandò come se amasse di essere lodata.
“De-liziooosa” – disse Barbara con un sospiro di felicità.
“Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere! Non ho mai veduto un posto dove si chiacchiera tanto. C’è sempre qualcuno che parla in questa stanza”, si udì una voce acuta presso la finestra.
Giovannino e Barbara alzarono gli occhi.
Era lo Stornello che viveva in cima al comignolo.
“Senti chi parla” – disse Mary Poppins, volgendosi in fretta. – “E tu allora? Tutto il giorno sì, e anche metà notte, sui tetti e sui pali telegrafici, cinguettando, gridando e schiamazzando. A furia di chiacchiere, faresti persino cadere le gambe alle sedie. Peggio di un passero. E questa è la verità”. Lo Stornello piegò la testa da una parte e la guardò dal davanzale della finestra.
“Bene – disse – ho i miei affari a cui badare. Consulti, discussioni, querele, contratti… E questo naturalmente rende necessario un certo quantitativo di… tranquilla conversazione”.
“Tranquilla!” esclamò Giovannino ridendo di cuore.
“Non stavo parlando a te giovinotto” – disse lo Stornello, saltando giù dal davanzale della finestra – “E non hai bisogno di parlare, in tutti i casi. Io ti ho inteso te per molte ore di seguito, sabato scorso. Santo Cielo, credevo che tu non la smettessi più, mi hai tenuto sveglio tutta la notte”.
“Quello non era parlare – disse Giovannino. – Ero… – fece una pausa. – Avevo un dolore, voglio dire”.
“Hum!” disse lo Stornello e saltò sulla sponda della culla di Barbara. Camminò sull’orlo finché venne a capo della culla. Poi disse con una smorfiosa vocetta:
“Bene, Barbara, niente per il vecchio amico oggi, eh?”. Barbara si tirò su aggrappandosi a una sbarra del lettino. “C’è l’altra metà del mio biscotto d’orzo” disse e glielo porse col suo pugnetto grasso e tondo. Lo Stornello ci si buttò sopra, lo prese dalla sua mano e rivolò sul davanzale della finestra. Cominciò a beccarlo golosamente.
“Grazie”, disse Mary Poppins intenzionalmente, ma lo Stornello era troppo occupato a mangiare per capire il rimprovero.
“Ho detto grazie!” disse Mary Poppins un po’ più forte.
Lo Stornello alzò gli occhi.
“Eh… cosa?” Ohi, andiamo, ragazza, andiamo. Non ho tempo per simili fronzoli e falpalà”. E inghiottì il resto del suo biscotto.
La stanza era molto quieta. Giovannino assopendosi nella luce del sole, mise in bocca le dita del piedino destro e le strofinò lì dove i denti cominciavano a spuntare.
“Perché ti tormenti a far così?” disse Barbara con una voce sommessa, divertita, che sembrava sempre piena di risa. “Non c’è nessuno che ti vede”.
“Lo so” – disse Giovannino, facendo come una suonatina coi piedini. – Voglio tenermi in esercizio, diverte tanto i grandi. Ti sei accorta che zia Flossie quasi diventava matta quando io lo facevo ieri? Che caro, che bravo, che meraviglia, che creatura! Non l’hai intesa dir tutto questo?”. E Giovannino allontanò da sé il piedino e scoppiò a ridere come se ripensasse alla zia Flossie.
“Le è piaciuto anche il mio scherzo – disse Barbara velocemente. – Mi son tirata via tutti e due i calzini, e lei ha detto che ero così cara che avrebbe voluto mangiarmi. Non è buffo? Quand’io dico che vorrei mangiare qualcosa, voglio dire veramente quello. Biscotti e ciambelle e i pomi del lettino e altro ancora. Ma i grandi non vogliono mai dire quel che dicono, mi sembra. Essa non poteva realmente desiderare di mangiarmi, non è vero?”.
“No. È solo la maniera sciocca che hanno di parlare – disse Giovannino. – Credo che io non capirò mai i grandi. Sembrano tutti così stupidi. E anche Giovanna e Michele sono stupidi qualche volta”.
“Uum”, – assentì Barbara, pensosamente, togliendosi i calzini e tornando a metterseli.
“Per esempio – proseguì Giovannino – non capiscono una sola cosa che noi diciamo. Ma peggio ancora, non capiscono ciò che dicono le altre cose. Ecco, soltanto lunedì scorso ho udito Giovanna osservare che avrebbe desiderato sapere che linguaggio parlava il Vento”.
“Lo so – disse Barbara. – È sorprendente. E Michele insiste sempre, non l’hai inteso?, che lo Stornello dice: pio, pio, pio. Non sembra capire che lo Stornello non dice niente affatto così! ma parla proprio lo stesso linguaggio nostro. Naturalmente uno non pretende che Papà e Mamma sappiano questo, essi non sanno nulla, sebbene siano così cari, ma tu avresti creduto che Giovanna e Michele capissero”.
“lo sapevano una volta” – disse Mary Poppins piegando una camicia da notte di Giovanna.
“Cosa?” – domandarono insieme Giovannino e Barbara con voce molto sorpresa. – Veramente vuoi dire che capivano lo Stornello e il Vento e…”.
“E quel che dicono gli alberi e il linguaggio del sole e delle stelle. Certo lo capivano. Una volta!” disse Mary Poppins.
“Ma… ma com’è che hanno dimenticato tutto?” disse Giovannino corrugando la fronte e cercando di comprendere.
“Ah” – disse lo Stornello, con l’aria di sapere, alzando gli occhi dalle briciole del biscotto. – Vi piacerebbe saperlo?...”.
“Perché sono diventati più grandi” – spiegò Mary Poppins. – “Barbara, mettiti subito i calzini per piacere”.
Questa è una stupida ragione” – disse Giovannino guardandola severamente.
“È quella vera, però” – Mary Poppins soggiunse legando solidamente i calzini di Barbara intorno alle caviglie.
“Ecco, è che Giovanna e Michele son stupidi” – continuò Giovannino. – Io so che non mi dimenticherò quando sarò più grande”.
“Neanch’io” – fece eco Barbara succhiandosi il ditino con soddisfazione.
“Sì, dimenticherete” disse Mary Poppins con aria sicura.
I gemelli si alzarono su e la guardarono.
“Hum!” – disse lo Stornello, con disprezzo. – “Guardateli! Credono di essere le meraviglie del mondo. Piccoli prodigi. Non credo! Certamente dimenticherete, come Giovanna e Michele”.
“Non dimenticheremo” – asserirono di nuovo i gemelli guardando lo Stornello come se volessero ucciderlo.
Lo Stornello se ne burlò.
“Io dico che dimenticherete – insistette. – Non è colpa vostra, certo – aggiunse più gentilmente. – Dimenticherete perché non potete far nulla in contrario. Non c’è stato mai un essere umano che abbia ricordato dopo l’età di un anno, negli anni più avanzati, eccetto naturalmente se…”. E girò la testa sulla spalla indicando Mary Poppins.
“Ma perché lei può ricordare e noi no?” disse Giovannino.
“A-a-a-h! Lei è differente. Lei è la Grande Eccezione. Non possiamo far come lei” disse lo Stornello, ridendo con ironia.
Giovannino e Barbara tacevano. Lo Stornello proseguì a spiegare:
“Sì, è qualcosa di speciale, vedete. Non per la sua bellezza. Uno dei miei pulcini appena nati è più bello di quel che non sia stata mai Mary”.
“Oh, impertinente” disse Mary Poppins arrabbiata, lanciandogli addosso e buttandogli contro il grembiule.
Ma lo Stornello saltò da una parte e volò sul davanzale della finestra fischiando maliziosamente, ben fuori di mira.
“Credevi di prendermi questa volta, vero?” la canzonò e scosse verso di lei le piume delle ali. Mary Poppins brontolò.
La luce del sole si mosse attraverso la stanza tirandosi dietro la sua scia dorata. Fuori si era alzato un vento leggero e frusciava dolcemente tra gli alberi di ciliegio nel Viale.
“Ascolta, ascolta, il vento sta parlando” – disse Giovannino chinando la testa da un lato. – “Tu dici per davvero che non saremo capaci di udir questo quando saremo più grandi, Mary Poppins?”.
“Lo udirete benissimo – disse Mary Poppins – ma non comprenderete”. – A queste parole Barbara cominciò a piangere sommessamente. E c’erano due lagrime anche negli occhi di Giovannino.
“Ma, non ci si può far nulla. Le cose vanno così” disse Mary Poppins in tono ragionevole.
“Guardali, guardali soltanto!” – li canzonò lo Stornello. – “Piangono da morire! Ma! Uno Stornello nell’uovo ha più cervello. Guardali”.
Infatti Giovannino e Barbara piangevano ora di cuore nei loro lettini, lunghi, profondi singhiozzi di grande infelicità.

§§§§§§§§§

Poco tempo dopo i denti, con grande fastidio, spuntarono, come debbono fare tutti i denti, e i gemelli ebbero il loro primo compleanno.
Il giorno dopo la festa del loro compleanno, lo Stornello che era stato via in vacanza in una città vicina tornò al Numero 17, Viale dei Ciliegi.
“Ohilà, ohilà, ohilà, eccomi qui nuovamente”, – gridò pieno di gioia, atterrando con un piccolo dondolìo sul davanzale della finestra. – “Bene, come la va, ragazza?” domandò sfacciatamente a Mary Poppins, piegando la testina da una parte e guardandola con occhi allegri e maliziosi.
“La tua domanda non mi serve a nulla”, disse Mary Poppins, scuotendo la testa.
Lo Stornello rise. “La stessa vecchia Mary Poppins” – disse. – “Non sei cambiata affatto. Come stanno gli altri, i cuculi?” domandò e guardò attraverso il lettino di Barbara.
“Bene, Barberina – cominciò nella sua sommessa voce smorfiosa, - niente per il vecchio amico oggi?”.
“Ma-mma – ma-mma” disse Barbara ninnandosi dolcemente, mentre continuava a mangiare il suo biscotto d’orzo.
Lo Stornello, con un sussulto di sorpresa, saltellò più vicino. “Dicevo – ripeté più distintamente, – c’è niente per il vecchio amico, oggi, Barbara cara?”.
“Ma-mma, ma-mma”, mormorò Barbara guardando il soffitto, mentre inghiottiva l’ultima briciola dolce.
Lo Stornello la guardò fissamente.
“Ah”, disse all’improvviso e si volse e guardò interrogativamente Mary Poppins.
Gli occhi quieti di lei incontrarono quelli di lui in un lungo sguardo.
Poi rapido come una freccia, lo Stornello volò sul letto di Giovannino e si posò sulle sbarre. Giovannino teneva stretta fra le braccia una grossa pecora di lana.
“Come mi chiamo? Come mi chiamo? Come mi chiamo?” gridò lo Stornello con una acuta voce ansiosa.
“Pa-ppa, pa-ppa”, disse Giovannino, aprendo la bocca e mettendoci dentro la gamba della pecora di lana.
Lo Stornello scosse la testa e tornò via.
“Così è accaduto” disse quietamente a Mary Poppins. Ella assentì. Lo Stornello scrutò per un momento i gemelli con amarezza. Poi alzò le ali screziate:
“Oh, ma sapevo che sarebbe accaduto questo. Lo dicevo sempre. Non volevano crederlo”. – Rimase in silenzio per breve tempo, guardando fisso nei lettini. Poi si scosse con decisione. – “Bene, bene. Debbo andar via. Tornare al mio comignolo. Avrà bisogno di una ripulita primaverile. Avrò daffare”.
Volò sul davanzale della finestra e si fermò, guardando indietro disopra la spalla.
“Mi sembrerà strano, tuttavia, senza di loro. Mi piaceva tanto parlare insieme. Mi piaceva. Sentirò la loro mancanza”. In fretta si passò l’ala sugli occhi.
“Piangi?” lo burlò Mary Poppins. Lo Stornello si drizzò. “Piango? No certo. Ho – eh… – un leggero raffreddore, preso nel mio viaggio di ritorno; è tutto qui. Sì, un leggero raffreddore. Nulla di serio”.
Si diresse sul davanzale della finestra, si lisciò le piume del petto con il becco, e poi – “Ciao” – disse disinvolto. E aprì le ali ed era scomparso.

Da: Mary Poppins di Pamela L. Travers

domenica 12 giugno 2011

Cosa vuole una donna?


Fiaba tratta dal ciclo bretone:

Un giorno, il giovane re Artù fu catturato ed imprigionato dal sovrano di un regno vicino.

Mosso a compassione dalla gioia di vivere del giovane, piuttosto che ucciderlo, il sovrano gli offrì la libertà, a patto che rispondesse ad un quesito molto difficile: "Cosa vogliono veramente le donne?".
Artù avrebbe avuto a disposizione un anno, trascorso il quale, nel caso in cui non avesse trovato una risposta, sarebbe stato ucciso.
Un quesito simile avrebbe sicuramente lasciato perplesso anche il più saggio fra gli uomini e sembrò al giovane Artù una sfida impossibile, tuttavia, avendo come unica alternativa la morte, Artù accettò la proposta, e fece ritorno al suo regno. Ivi giunto, iniziò a interrogare chiunque: la principessa, le prostitute, i sacerdoti, i saggi, le damigelle di corte e via dicendo, ma nessuno seppe dargli una risposta soddisfacente. 
Ciò che la maggior parte della gente gli suggeriva era di consultare una vecchia strega, poiché solo lei avrebbe potuto fornire la risposta, ma a caro prezzo, dato che la strega era famosa in tutto il regno per gli esorbitanti compensi che chiedeva per i suoi consulti. 
Il tempo passò... e giunse l'ultimo giorno dell'anno prestabilito, così che Artù non ebbe altra scelta che andare a parlare con la vecchia strega, che accettò di rispondere alla domanda, solo a patto di ottenere la mano di Gawain, il più nobile dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nonché migliore amico di Artù!
Il giovane Artù provò orrore a quella prospettiva... la strega aveva una gobba ad uncino, era orrenda, aveva un solo dente, puzzava di acqua di fogna e spesso faceva anche dei rumori osceni! 
Non aveva mai incontrato una creatura tanto ripugnante. Perciò si rifiutò di accettare di pagare quel prezzo e condannare l'amico a sobbarcarsi un fardello simile! 
Gawain, venuto al corrente della proposta, volle parlare ad Artù dicendogli che nessun sacrificio era troppo grande per salvare la vita del suo re e la tavola rotonda, e che quindi avrebbe accettato di sposare la strega di buon grado.
Il loro matrimonio fu pertanto proclamato, e la strega finalmente rispose alla domanda: ciò che una donna vuole veramente è essere padrona della propria vita.
Tutti concordarono sul fatto che dalla bocca della strega era uscita senz'altro una grande verità e che sicuramente la vita di Artù sarebbe stata risparmiata. 
Infatti il sovrano del regno vicino risparmiò la vita ad Artù, e gli garantì piena libertà. 
Ma che matrimonio avrebbero avuto Gawain e la strega? Artù si sentiva lacerato fra sollievo ed angoscia, mentre Gawain si comportava come sempre, gentile e cortese. 
La strega al contrario esibì le peggiori maniere... mangiava con le mani, ruttava e petava, mettendo tutti a disagio. 
La prima notte di nozze era vicina, e Gawain si preparava a trascorrere una nottata orribile, ma alla fine prese il coraggio a due mani, ed entrò nella camera da letto e ...che razza di vista lo attendeva! 
Dinnanzi a lui, discinta sul talamo nuziale, giaceva semplicemente la più bella donna che avesse mai visto! Gawain rimase allibito, e non appena ritrovò l'uso della parola (il ché accadde dopo diversi minuti), chiese alla strega cosa le fosse accaduto. 
La strega rispose che era stato talmente galante con lei quando si trovava nella sua forma repellente che aveva deciso di mostrarglisi nel suo altro aspetto, e che per la metà del tempo sarebbe rimasta così, mentre per l'altra metà sarebbe tornata la vecchiaccia orribile di prima. 
A questo punto la strega chiese a Gawain quale dei due aspetti avrebbe voluto che ella assumesse di giorno, e quale di notte.
Che scelta crudele! Gawain iniziò a pensare all'alternativa che gli si prospettava: una donna meravigliosa al suo fianco durante il giorno, quando era con i suoi amici, ed una stregaccia orripilante la notte? O forse la compagnia della stregaccia di giorno e una fanciulla incantevole di notte con cui dividere i momenti di intimità? Voi cosa avreste fatto? 
La scelta di Gawain è distante solo un paio di righe... ma non leggete, finché non avrete fatto la vostra scelta!
Il nobile Gawain disse alla strega che avrebbe lasciato a lei la possibilità di decidere per se stessa.
Sentendo ciò, la strega gli sorrise, e gli annunciò che sarebbe rimasta bellissima per tutto il tempo, proprio perché Gawain l'aveva rispettata, e l'aveva lasciata essere padrona di se stessa!

Il motivo della “sposa ripugnante” o “dama ripugnante”, di nome Ragnell, si trova in The Wedding of Sir Gawain and Dame Ragnell, risalente al periodo che va dal XIV al XV secolo d.C. ed è strettamente collegata al tema della Cerca. Inizia con Artù, che durante una battuta di caccia si imbatte in un cervo bianco Affascinato dalla sua bellezza, egli lo insegue a lungo e quando finalmente riesce a raggiungerlo, lo uccide. In quell’istante, però, un cavaliere dalla sfarzosa armatura gli appare dinnanzi e, rivolgendosi a lui in maniera aggressiva, lo rimprovera aspramente per aver concesso a Gawain alcune terre che invece erano di sua proprietà. Il misterioso uomo, che dice di chiamarsi Gromer Somer Jour, minaccia di morte il re per questo oltraggio, ma poco prima di mozzargli la testa decide di offrirgli la possibilità di riscattarsi: d’ora in poi si svolge tutta la vicenda raccontata sopra.
Sono moltissimi gli animali della Cerca che compaiono nella mitologia celtica, nella Materia Bretone e nelle vicende del Graal.

Molte storie iniziano con una caccia ad una creatura magnifica e fatata. Il famoso cervo bianco è una di queste che esiste solo per il sacro scopo di essere cercata ed inseguita ma che solo la persona giusta potrà raggiungere. La sua funzione è quella di condurre l’eroe nell'Altromondo. Come suo alleato lo può far accedere ai luoghi e alle dimensioni dell'essere che ha bisogno di visitare in cerca della sua guarigione. Nel racconto originale Ragnell rivela che la cosa che la donna desidera di più è la Sovranità, il riconoscimento completo della sua sacra ed innata libertà, quindi il significato del racconto va oltre l’aspirazione legittima della donna a non essere sottomessa dall’uomo, ma ci viene detto che la donna è il simbolo della terra stessa che ci ospita, che va rispettata e non posseduta. Secondo le antiche leggende un re avrebbe dovuto sposare simbolicamente la Terra sulla quale avrebbe regnato, impersonata da una donna alla quale egli doveva unirsi, e avrebbe dovuto riconoscerle la Sovranità e il pieno rispetto. Se però questi fossero venuti a mancare il re avrebbe fallito il suo compito e la Terra si sarebbe tramutata in Landa Desolata, sterile, improduttiva ed inospitale. Allo stesso modo egli non sarebbe più stato in grado di riconoscere i volti della Sovranità e li avrebbe disprezzati. La terra stuprata, ferita, ripudiata e insultata assume così l’aspetto orrendo di Ragnell. Gawain era un cavaliere dal cuore puro e dall’anima luminosa, perciò era in grado di guardare oltre l’esteriorità ed accettare sia la luce che il buio, guarendo sia la donna che la terra tramite l’amore che portava dentro di sé. Grazie a Gawain, che ha accettato il proprio limite e ha riconosciuto pienamente il potere femminile, la Terra Desolata rifiorisce.
Accettare entrambi gli aspetti della Sovranità permette di regnare con giustizia come Re Sacri. Prima di godere dello splendore della Terra fertile e donatrice di frutti, bisogna prima apprezzare ed amare le creature e i luoghi che appaiono ripugnanti e selvaggi. Solo coloro che rispondono alla misteriosa domanda, che altri non è se non la richiesta più naturale e ovvia che la Terra potrebbe fare, sanno scalfire la superficie per conoscere l’oro che essa cela, comprendendo la vera natura delle cose, la loro perfetta armonia fatta di opposti e la bellezza in ogni sua forma.
La storia narrata rappresenta molto bene anche il passaggio dalla stagione invernale e sterile che ha il volto della Vecchia alla stagione primaverile che ha il volto della Fanciulla e che sono i volti della stessa Dea, Una e Triplice: Fanciulla, Madre, Anziana.

E come tu mi vedesti ripugnante, bestiale, orribile dapprima, e bella dopo, così è la Regalità; perché di rado la si conquista senza scontri e conflitti, ma alla fine essa è bella e attraente per tutti.”

Le avventure dei figli di Eochaid Mugmedon
, in Saghe e Leggende dell’antica Irlanda, di G. Agrati e M. L. Magini.

Riflessioni ispirate da:
http://www.ynis-afallach-tuath.com/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=57

mercoledì 6 aprile 2011

L'ortica nelle fiabe - I cigni selvatici di Hans Christian Andersen (seconda parte)


Erano già lontani dalla riva quando Elisa si svegliò; credette di sognare ancora, tanto era strano venire trasportata sul mare, così in alto nel cielo. Al suo fianco si trovavano un ramoscello di belle bacche mature e un mazzetto di radici saporite; li aveva raccolti il più giovane dei fratelli, e lei gli sorrise riconoscente, poiché era proprio lui, l'aveva riconosciuto, che le volava sul capo per farle ombra con le ali.
Erano così in alto che la prima nave che videro sotto di loro sembrò un gabbiano bianco che galleggiasse sull'acqua.
Alle loro spalle sopraggiunse una nube grande quanto una montagna, dove Elisa vide proiettarsi la sua ombra e quella degli undici cigni; erano ombre gigantesche, in una visione meravigliosa, come non ne aveva viste mai, ma il sole continuava a salire nel cielo e la nuvola rimase indietro: l'immagine delle ombre piano piano svanì.
Volarono per tutto il giorno come frecce nell'aria, sebbene fossero meno veloci del solito perché dovevano portare la sorella. Il tempo peggiorava e la sera si avvicinava; preoccupata, Elisa guardava il sole che calava: ancora non si riusciva a scorgere lo scoglio. Le sembrò che i cigni battessero con più rapidità le ali. Oh, era colpa sua se non arrivavano in tempo. Una volta tramontato il sole, sarebbero diventati uomini, sarebbero precipitati nel mare e affogati. Allora rivolse dal profondo del suo cuore una preghiera al Signore, ma ancora lo scoglio non si vedeva. Le nuvole nere si avvicinavano, violente raffiche di vento annunciavano una tempesta, le nuvole ormai formavano insieme un'onda nera e minacciosa che avanzava inesorabilmente; i lampi rischiaravano il cielo senza posa.
Il sole era ormai all'orizzonte. Il cuore di Elisa fremeva; all'improvviso i cigni si abbassarono così rapidamente che lei credette di cadere, poi si rialzarono nuovamente. Il sole era già scomparso per metà, solo in quel momento lei scorse sotto di sé quel piccolo scoglio: non sembrava più grande di una foca che sporge la testa fuori dell'acqua. Il sole calava rapidamente, ora era grande solo come una stella. Il suo piede toccò la dura roccia, proprio mentre il sole soffocava l'ultima scintilla della sua carta incendiata. Elisa vide intorno a sé i fratelli che si tenevano per mano, non c'era altro spazio oltre a quello occupato da lei e da loro.
Il mare si frangeva contro lo scoglio e li spruzzava come se stesse piovendo; il cielo sembrava infuocato e i tuoni rimbombavano in continuità. Ma i fratelli si tenevano stretti e intonarono un salmo, con cui ritrovarono il coraggio.
All'alba l'aria era di nuovo calma e limpida, e non appena comparve il sole, i cigni e Elisa ripresero il volo. Il mare era ancora grosso, e guardando dall'alto, la spuma bianca sul mare verde scuro sembrava costituita da milioni di cigni che nuotavano nell'acqua.
Quando il sole fu più alto Elisa vide davanti a sé una montagna quasi sospesa nell'aria; tra le rocce luccicavano i ghiacciai e nel mezzo si innalzava un castello lungo miglia e miglia, cinto da arditi colonnati sovrapposti; boschi di palme e fiori meravigliosi, grandi come ruote di mulini, circondavano ondeggiando il castello.
Elisa chiese se quello era il paese dove dovevano arrivare, ma i cigni scossero il capo: quello che si vedeva era il bellissimo ma sempre mutevole castello di nuvole della Fata Morgana, e nessun uomo vi poteva entrare. Elisa lo osservò con attenzione; le montagne, i boschi e il castello stesso crollarono in un attimo e apparvero venti chiese superbe, tutte uguali tra loro, con alti campanili e finestre appuntite. Le sembrò di sentire la musica di un organo, ma in realtà sentiva il mare. Ora era molto vicina alle chiese e queste si trasformarono in una flotta di navi che navigavano sotto di lei. Guardò più attentamente e vide solo la nebbia del mare sospinta dal vento. Era dunque vero! stava assistendo a una continua trasformazione; ma infine avvistò la vera terra che dovevano raggiungere. Si innalzavano splendide montagne azzurre, con boschi di cedro, città e castelli. Molto tempo prima che il sole tramontasse, Elisa si trovò seduta su una roccia davanti a una grande grotta nascosta da verdi piante rampicanti sottili come tende ricamate.
“Chissà cosa sognerai questa notte!” esclamò il più giovane dei fratelli mostrando a Elisa la sua camera da letto.
“Vorrei poter sognare come fare a salvarvi!” rispose la fanciulla, e quel pensiero la occupò completamente; nel suo intimo pregò Dio di aiutarla, anche nel sonno continuò a pregare, poi le sembrò di volare fino al castello di nuvole della Fata Morgana e vide la fata venirle incontro, bella e scintillante, e tuttavia assomigliava proprio alla vecchietta che le aveva dato le bacche nel bosco e le aveva raccontato dei cigni con la corona d'oro.
“I tuoi fratelli possono essere salvati!” esclamò la fata “ma tu sarai abbastanza coraggiosa e perseverante? È vero che il mare è più lieve delle tue belle mani e pure smussa le pietre più dure, ma non sente il dolore che le tue dita dovranno patire, non ha cuore, non soffre la paura e il supplizio che tu dovrai sopportare. Vedi questa ortica che ho in mano? di queste ne crescono tante vicino alla grotta dove dormi. Ma ricordati, solo queste piante e quella che cresce tra le tombe del cimitero possono essere usate, tu dovrai raccoglierle, anche se ti bruceranno la pelle e te la copriranno di bolle, poi dovrai pestarle con i piedi per ottenerne la fibra: con questa dovrai tessere undici tuniche e gettarle sugli undici cigni selvatici; solo così l'incantesimo verrà rotto. Ma ricorda, dal momento in cui comincerai questo lavoro fino a quando non sarà finito, e possono passare anni, non dovrai più parlare; la prima parola pronunciata trapasserebbe come un pugnale il cuore dei tuoi fratelli. Dalla tua lingua dipende la loro vita. Ricorda tutto quel che ti ho detto!”
Intanto sfiorò con l'ortica la mano di Elisa, e a quella sensazione di fuoco acceso Elisa si svegliò. Era già giorno e vicino al suo giaciglio c'era un'ortica, proprio come quella vista nel sogno. Allora s'inginocchiò, ringraziò il Signore e uscì dalla grotta per cominciare il suo lavoro.
Con le sue manine delicate colse quelle orribili ortiche che sembravano infuocate; grosse bolle le si formarono sulle mani e sulle braccia, ma lei soffriva volentieri se questo poteva salvare i suoi cari fratelli. Pestò ogni pianta di ortica con i piedini nudi e ne ricavò la verde fibra.
Quando il sole tramontò giunsero i fratelli che si spaventarono nel vederla così silenziosa; all'inizio credettero fosse un nuovo incantesimo della matrigna cattiva, ma quando videro le sue mani, capirono quel che lei stava facendo per la loro salvezza, e il più giovane dei fratelli pianse; dove cadevano le sue lacrime scompariva il dolore e sparivano le bolle brucianti.
Elisa trascorse tutta la notte al lavoro, perché non poteva trovare pace prima di aver salvato i cari fratelli; passò tutto il giorno dopo da sola, dato che i cigni s'erano allontanati, ma il tempo volò. Una tunica era già finita e ora iniziava la seconda.
Improvvisamente risuonarono i corni da caccia tra le montagne e lei si spaventò. Il suono si avvicinava, Elisa sentiva i cani abbaiare; terrorizzata, si rifugiò nella grotta, legò in un fascio le ortiche che già aveva raccolto e pestato e vi sedette sopra.
In quel momento comparve dalla macchia un grosso cane, seguito da un altro e da un altro ancora. Abbaiavano forte, tornavano indietro e comparivano di nuovo. Dopo pochi minuti tutti i cacciatori stavano all'ingresso della grotta e tra loro il più bello era il re del paese, che si avvicinò a Elisa: non aveva mai visto una ragazza più bella.
“Come sei arrivata qui, bella fanciulla?” le chiese. Elisa scosse la testa: non poteva parlare, ne andava di mezzo la salvezza e la vita dei suoi fratelli, e nascose le sue mani sotto il grembiule, perché il re non vedesse quanto soffriva.
“Vieni con me!” le disse “qui non puoi certo restare! Se sei buona quanto sei bella, ti rivestirò con seta e velluto, ti metterò una corona d'oro sul capo e tu abiterai nel più ricco dei miei castelli” e così dicendo la sollevò sul suo cavallo; lei piangeva e si torceva le mani, ma il re disse: “Io voglio la tua felicità! un giorno mi ringrazierai per questo!” e così ripartì verso i monti tenendola davanti a sé sul cavallo, seguito dai cacciatori.
Quando tramontò il sole apparve la splendida capitale, ricca di chiese e cupole. Il re condusse la fanciulla al castello, dove grandi fontane zampillavano negli alti saloni di marmo, dove le pareti e i soffitti erano splendidamente affrescati, ma Elisa non vedeva nulla e piangeva sconsolata. Senza opporsi, lasciò che le dame di corte la rivestissero di abiti regali, le intrecciassero perle nei capelli e le infilassero morbidi guanti sulle dita bruciate.
Così vestita, appariva di una bellezza insuperabile; tutta la corte le si inchinò con una riverenza molto profonda e il re la chiamò sua sposa, sebbene l'arcivescovo scuotesse il capo commentando che la bella fanciulla del bosco in realtà era certo una strega che aveva accecato gli occhi di tutti e sedotto il cuore del re.
Il re non lo ascoltò, fece suonare la musica, fece preparare le pietanze più prelibate e fece danzare intorno a lei le fanciulle più graziose. Elisa venne condotta attraverso giardini profumati e in saloni meravigliosi, ma sulle sue labbra non comparve mai un sorriso, e neppure nei suoi occhi; c'era posto solo per il dolore, per sempre!
Poi il re aprì una cameretta che si trovava vicino alla camera da letto di Elisa; era tappezzata di preziosi tendaggi verdi che la facevano assomigliare alla grotta in cui era stata; sul pavimento c'era il fascio di fibre che aveva ricavato dalle ortiche e dal soffitto pendeva la tunica già terminata. Tutto questo era stato raccolto da un cacciatore per pura curiosità.
“Qui puoi ripensare alla tua vecchia dimora” le disse il re. “Questa è l'attività che ti teneva occupata allora; adesso, in tanto lusso, ti divertirai a ripensare a quei tempi!”
Non appena Elisa vide quegli oggetti, che le stavano tanto a cuore, si mise a sorridere e il sangue le ravvivò le guance; pensò alla salvezza dei fratelli e baciò la mano del re, che la abbracciò con forza e fece suonare tutte le campane per annunciare il matrimonio. La bella fanciulla muta del bosco diventava la regina del paese!
L'arcivescovo sussurrò parole cattive all'orecchio del re, ma queste non gli raggiunsero il cuore. Il matrimonio venne celebrato; l'arcivescovo in persona dovette cingere con la corona il capo di Elisa e di proposito gliela calzò troppo sulla fronte perché le facesse male; ma su di lei gravava una pena ben più pesante, il dolore per i suoi fratelli, e non sentì affatto la sofferenza fisica. La sua bocca restò muta, una sola parola avrebbe infatti ucciso i fratelli, ma nei suoi occhi c'era un profondo amore per il buon re, che faceva di tutto per renderla felice.
Ogni giorno egli le voleva più bene; oh, se solo avesse potuto confidarsi con lui, dirgli la sua pena! ma doveva rimanere muta, muta doveva compiere il suo lavoro. Per questo ogni notte si allontanava da lui e si recava nella cameretta che somigliava alla grotta, e lì tesseva una tunica dopo l'altra, stava cominciando la settima, quando restò senza fibra.
Sapeva che nel cimitero crescevano le ortiche che lei doveva usare, ma doveva coglierle lei stessa; come poteva recarsi fin là?
"Il dolore alle dita non è nulla in confronto al tormento del mio cuore!" pensava. "Devo tentare! Il buon Dio non mi abbandonerà!" Col cuore tremante, come stesse per compiere una cattiva azione, uscì in una notte di luna, in giardino, attraversò i grandi viali, passò per le strade deserte fino al cimitero. Vide sedute su una delle tombe più grandi un gruppo di lamie, streghe cattive che si strappavano i vestiti come volessero fare il bagno e poi scavavano con le lunghe dita magre nelle tombe più fresche, tirandone fuori i corpi e mangiandone la carne. Elisa dovette passare accanto a loro, che le lanciarono sguardi cattivi; ma lei recitò le sue preghiere, raccolse l'ortica infuocata e la portò al castello.
Un solo uomo l'aveva vista, l'arcivescovo, che stava sveglio quando gli altri dormivano. Aveva dunque avuto ragione a sospettare della regina: era una strega che aveva sedotto il re e tutto il popolo.
In confessione riferì al re quanto aveva visto e quel che sospettava; mentre egli pronunciava quelle cattiverie le immagini intagliate dei santi scossero la testa, come per dire: "Non è vero! Elisa è innocente!" ma l'arcivescovo interpretò il fatto in un altro modo, sostenne che i santi testimoniavano contro di lei e scuotevano la testa per i suoi peccati. Due lacrime solcarono le guance del re, che tornò a casa col cuore pieno di dubbi: la notte fìngeva di dormire, ma i suoi occhi non riuscivano a trovare quiete: si accorse così che Elisa si alzava ogni notte e, seguendola, la vide scomparire nella cameretta.
Un giorno dopo l'altro il suo sguardo si faceva più scuro; Elisa, vedendolo, ne soffriva, sebbene non ne comprendesse la ragione, e soffriva tanto anche per i fratelli!
Sul velluto e sulle porpore principesche cadevano le sue lacrime salate e lì restavano come diamanti splendenti; tutte coloro che vedevano una tale magnificenza desideravano diventare regina. Elisa aveva quasi terminato il suo lavoro; le mancava ancora una sola tunica, ma era rimasta senza fibre e senza ortiche.
Un'ultima volta doveva andare al cimitero a raccogliere qualche manciata di ortiche. Ripensò con terrore alla passeggiata solitaria e alle terribili lamie, ma la sua volontà era ferma, così come la sua fiducia nel Signore.
Elisa dunque andò e il re e l'arcivescovo la seguirono, la videro sparire dietro l'inferriata del cimitero e quando si avvicinarono, videro la lamie sedute sulle tombe, proprio come le aveva viste Elisa, e il re si voltò dall'altra parte, perché pensò che tra di loro ci fosse anche Elisa, la cui testa, anche quella notte aveva riposato sul suo petto!
“Il popolo giudicherà” dichiarò, e il popolo decise che fosse arsa tra le fiamme.
Dalle splendide sale del palazzo Elisa venne condotta in un carcere buio e umido, dove il vento sibilava tra le sbarre della finestra. Invece di seta e velluto le diedero i fasci di ortica che aveva raccolto, lì avrebbe potuto appoggiare il capo. E le tuniche ruvide e brucianti che aveva tessuto dovevano essere il suo materasso e le sue coperte. Non potevano darle niente di più caro! Lei ricominciò a lavorare e pregò il Signore. Dalla strada i monelli le rivolgevano ingiurie; non un'anima la confortava con una buona parola.
Verso sera un'ala di cigno sfiorò l'inferriata: era il più giovane dei fratelli che aveva ritrovato la sorellina; lei singhiozzò forte per la gioia, sebbene sapesse che quella sarebbe stata probabilmente l'ultima notte per lei; ma ormai il lavoro era quasi terminato e i suoi fratelli erano lì.
Giunse l'arcivescovo, per trascorrere con lei le ultime ore come aveva promesso al re, ma lei scosse la testa, e coi gesti e con gli occhi lo pregò di andarsene; quella notte doveva terminare il suo lavoro, altrimenti tutto sarebbe stato inutile, i dolori, le lacrime e le notti insonni. L'arcivescovo se ne andò pronunciando nuove cattiverie su di lei, ma la povera Elisa sapeva di essere innocente e continuò a lavorare.
I topolini correvano sul pavimento portando ai suoi piedi i fili di ortica per aiutarla, il merlo si appollaiò sull'inferriata e cantò per tutta la notte meglio che potè, perché lei non si scoraggiasse.
Non era ancora l'alba, mancava un'ora al sorgere del sole quando gli undici fratelli che si trovavano all'ingresso del castello chiesero di essere condotti dal re; ma “non è possibile!” fu risposto “è ancora piena notte, il re dorme e non può essere svegliato”. Loro supplicarono, minacciarono, giunse la sentinella; persino il re uscì e chiese che cosa stava succedendo. Ma in quel momento il sole sorse e i fratelli non si videro più: sul castello volavano undici cigni bianchi.
Tutto il popolo affluiva alla porta della città per vedere bruciare la strega. Un misero cavallo tirava il carretto su cui Elisa era seduta; l'avevano vestita con una tela di sacco ruvida, i lunghi e bei capelli cadevano sciolti intorno al viso grazioso, le guance erano pallide come la morte, le labbra si muovevano piano mentre le dita intrecciavano la verde fibra: persino andando verso la morte non aveva smesso il suo lavoro, le dieci tuniche giacevano ai suoi piedi, e lei stava terminando l'undicesima. Il volgo la ingiuriava.
“Guardate la strega! come borbotta! non ha il libro dei salmi con sé, no, è circondata dai suoi luridi sortilegi. Strappateglieli in mille pezzi!”
E tutti si spinsero verso di lei e le volevano strappare il lavoro; allora giunsero undici cigni bianchi in volo e circondarono il carretto sbattendo le grandi ali, così allontanarono la folla spaventata.
“È un segno del cielo! È sicuramente innocente!” sussurravano in molti, ma nessuno osò dirlo a voce alta.
Il boia la afferrò per una mano, allora lei gettò in fretta le undici tuniche sui cigni e subito apparvero undici bellissimi principi. Il più giovane aveva però ancora un'ala di cigno al posto del braccio, perché Elisa non aveva ancora potuto tessere una manica all'ultima tunica.
“Adesso posso parlare!” esclamò. “Sono innocente!”
E il popolo, che aveva visto l'accaduto, si inchinò davanti a lei come davanti a una santa, ma lei cadde svenuta tra le braccia dei fratelli, dopo tutta quella tensione, quell'angoscia, quel dolore.
“Sì, è innocente!” disse il fratello maggiore e raccontò tutto quel che era successo. Mentre lui parlava si sparse nell'aria un profumo come di migliaia di rose: ogni piccolo legno del rogo aveva messo radici e fioriva; ora era un cespuglio alto e profumato, di rose rosse, e in cima c'era un fiore bianco e luminoso come una stella, il re lo colse e lo mise sul seno di Elisa e lei subito si risvegliò col cuore pieno di pace e di felicità.
Tutte le campane delle chiese suonarono da sole e gli uccelli sopraggiunsero a stormi in direzione del castello; si formò un corteo nuziale così lungo che nessun re mai aveva visto l'eguale

venerdì 11 febbraio 2011

I compiti di Vassilissa – Seconda parte

Il sesto compito: selezionare e separare
A Vassilissa si chiede di separare quattro sostanze: il frumento buono dal cattivo, i semi di papavero dalla sporcizia. La bambola intuitiva completa la selezione. Talvolta questo processo selettivo avviene a un livello così profondo che arriva appena alla consapevolezza, finché un bel giorno…
È uno dei più bei fraseggi della storia. Il frumento buono, quello toccato dalla ruggine, i semi di papavero e l’immondizia sono tutti resti di un’antica farmacopea. Sono usati come balsami, unguenti, infusioni e impiastri per trattenere altre medicine sul corpo, e come metafore sono anche medicine per la mente; alcune nutrono, altre danno il riposo, alcune provocano languore e altre stimolano. Sono sfaccettature dei cicli della Vita/Morte/Vita. La Baba Jaga non soltanto chiede a Vassilissa si separare questo da quello, di sapere la differenza tra cose dello stesso genere – come tra il vero amore e il falso amore, o la capacità di nutrire la vita con la vita danneggiata – ma le chiede anche di distinguere una medicina dall’altra.

Il settimo compito: domande sui misteri
Vassilissa fa domande sui cavalieri che ha incontrato mentre cercava la capanna della Baba Yaga: l’uomo bianco sul cavallo bianco, l’uomo rosso sul cavallo rosso, l’uomo nero sul cavallo nero. La Baba Yaga, come Demetra, è un’antica dea madre-di-cavalli, associata con il potere e la fecondità della giumenta. La capanna della Baba Jaga è una stalla per i vari cavalli e cavalieri colorati. Le varie coppie sollevano il sole, gli fanno percorrere il cielo e riportano l’oscurità della notte. Ma non finisce qui.
I cavalieri nero, rosso e bianco sono simboli degli antichi colori che connotano la nascita, la vita e la morte. Rappresentano anche antiche idee sulla discesa, la morte e la rinascita – il nero per dissolvere gli antichi valori, il rosso per il sacrificio di illusioni preziose, e il bianco per la nuova luce, la nuova conoscenza che viene dall’aver sperimentato i primi due.
In epoca medievale si usavano i termini nigredo, nero; rubedo, rosso; albedo, bianco. Descrivono un’alchimia che segue il circuito della Donna Selvaggia, l’opera della Madre Vita/Morte/Vita. Senza i simboli dell’aurora, della luce che si diffonde, e della misteriosa oscurità, non sarebbe quella che è. Senza la speranza che ci nasce nel cuore, senza la luce, non importa se del sole o di una candela, capace di guidarci nel cammino, senza la notte in cui tutto trova lenimento, da cui tutto può nascere, neanche noi potremmo trarre beneficio dalla nostra natura selvaggia.
Nel racconto i colori sono estremamente preziosi, perché tutti hanno la loro natura di morte e la loro natura di vita. Il nero è il colore del fango, del fertile, della materia fondamentale in cui le idee vengono seminate. Ma il nero è anche il colore della morte, l’oscuramento della luce. E il nero ha ancora un altro aspetto: è anche il colore associato al mondo tra i mondi su cui sta La Loba – perché il nero è il colore della discesa. Il nero è la promessa che presto conoscerete qualcosa che vi era ignoto.
Il rosso è il colore del sacrificio, della collera, del delitto, dell’essere uccisi. Il rosso è anche il colore della vita vibrante, dell’emozione dinamica, dell’eccitazione, dell’eros e del desiderio. È il colore considerato una medicina per il malessere psichico, un colore che eccita l’appetito. In tutto il mondo esiste un personaggio noto come la madre rossa. Non è altrettanto nota come madre nera o madonna, ma è colei che osserva “le cose che vengono”. A essa in particolare si rivolgono coloro che stanno per partorire, perché chiunque lasci o arrivi in questo mondo deve attraversare il suo fiume rosso. Il rosso è la promessa di una prossima nascita.
Molti frammenti e favole derivano dalle antiche “dee rosse”, che sono divinità che governano l’intero spettro della trasformazione femminile – tutti eventi “rossi” – dalla sessualità alla nascita all’erotismo, e originariamente parte dell’archetipo delle tre sorelle (nascita, morte e rinascita), nonché dai miti sul sole che sorge e muore diffusi in tutto il mondo.
Il bianco è il colore del nuovo, del puro, dell’intatto. È anche il colore dell’anima libera dal corpo, dello spirito non più ingombrato dal fisico. È il colore del nutrimento essenziale, del latte materno. Per contro, è anche il colore dei morti, delle cose che hanno perduto il roseo flusso della vitalità. Con il bianco c’è per un momento la tabula rasa, la pagina bianca. Il bianco è la promessa di sufficiente nutrimento perché le cose ricomincino.
Come tutte le donne sanno, il nero rappresenta il materiale perduto dell’utero che non è gravido. Il rosso simboleggia sia la ritenzione del sangue nell’utero durante la gravidanza sia la macchia di sangue che annuncia l’inizio del travaglio e dunque l’arrivo di una nuova vita. Il bianco è il latte materno che fluisce per nutrire il nuovo arrivato. Questo è considerato un ciclo completo di trasformazione intensa. Questo è considerato un ciclo completo di trasformazione intensa. L’alchimia potrebbe essere un successivo tentativo di creare un recipiente simile all’utero, e un’intera gamma di simboli e azioni che si avvicinano ai cicli del mestruo, della gravidanza e dell’allattamento.
Anche Vassilissa e la sua bambola sono vestite di rosso, bianco e nero: esse sono gli anlagen alchemici. Insieme fanno sì che Vassilissa sia in erba la Madre Vita/Morte/Vita. Ci sono due epifanie nella storia. La vita di Vassilissa è rivivificata dalla bambola e dall’incontro con la Baba Jaga, e quindi attraverso tutti i compiti che esegue. Ci sono anche due decessi nella storia: muoiono l’originaria madre troppo buona e la famiglia acquisita. Pure ci rendiamo facilmente conto che sono decessi utili, che permettono alla ragazza una vita più piena.
Vassilissa fa domande sui cavalieri ma non sulle mani.
Cercare di comprendere il mistero dei servitori che appaiono e scompaiono sotto forma di mani è come cercare di comprendere in assoluto il nucleo del numinoso. Avvertendola di non porre la domanda, la bambola e la Baba Jaga mettono Vassilissa in guardia dal richiamare troppa numinosità dal mondo sotterraneo tutta in una volta; e questo è giusto, perché, pur visitandolo, non possiamo lasciarci intrappolare laggiù.

L’ottavo compito: stare a quattro zampe
Alla Baba Jaga ripugna la benedizione della mamma morta e dà a Vassilissa la luce – un teschio infuocato su un bastone – e le dice di andarsene.
Sebbene Baba Jaga possa soffiare l’alito della vita su un topolino con infinita tenerezza, la dolcezza e la luce non la riguardano a lungo. Lascia tutto ciò alla psiche personale. In questo senso, si potrebbe dire che sa stare abbastanza bene nel suo territorio, il mondo sotterraneo della psiche. Il territorio della madre troppo buona è quello in superficie. Se la dolcezza può stare nel selvaggio, il selvaggio non può restare troppo a lungo nella dolcezza.
Il teschio con la luce è un simbolo ancestrale, le ossa erano considerate agenti per richiamare gli spiriti, e i teschi erano la parte più importante.
Si credeva che la sapienza speciale e atemporale dei vecchi continuasse a vivere nelle loro ossa dopo la morte. Il teschio è considerato la volta che ospita un resto potente dell’anima del defunto… che, su richiesta, può richiamarne l’intero spirito, il tempo di consultarlo. È facile immaginare che l’Io-anima viva proprio nella cattedrale ossea della fronte, con gli occhi come finestre, la bocca per porta e le orecchie come imposte.
Quando Baba Yaga dà a Vassilissa un teschio acceso, le offre un’icona, da donna vecchia, “un sapiente ancestrale” da portare con sé per la vita. La inizia a un’eredità matrilineare di sapienza, che si mantiene integra e fiorente nelle caverne e nei canyon della psiche.
Si allontana dunque nella buia foresta con il teschio sul bastone. È l’ascesa dall’iniziazione dell’intuito profondo. L’intuito è stato incastonato in Vassilissa come una preziosa pietra al centro della corona. La donna che è arrivata a questo punto è evidentemente riuscita a staccarsi dalla protezione della sua madre interiore troppo buona, ha imparato ad aspettarsi dal mondo esterno avversità che saprà affrontare in modo potente e non complice. È diventata consapevole della sua matrigna e delle sorellastre inibitorie, e della distruzione che vorrebbero procurarle.

Il nono compito: riplasmare l’Ombra
Vassilissa è sulla via di casa con il teschio, ha la tentazione di gettarlo via, ma quello la rassicura. E a casa osserva le sorellastre e la matrigna e le riduce in cenere. Vassilissa vivrà a lungo felice e contenta.
Una luce accesa proviene dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, e dalla bocca del teschio. È la rappresentazione di tutti i processi psichici connessi alla discriminazione, al culto più antico e alla memoria. Il teschio è un’ulteriore rappresentazione dell’intuito – non fa del male alla Baba Jaga o a Vassilissa – e ha una sua capacità di discriminazione. Può udire, vedere, odorare e gustare coi suoi sensi ardenti, possiede il suo Io.
Per un attimo ha paura del potere che porta, e pensa di gettar via il teschio. Con questo potere formidabile ai suoi ordini, non stupisce che il suo io pensi che forse sarebbe meglio, più facile e più sicuro scardinare quella luce ardente, perché è tanta, e grazie a lei Vassilissa è diventata così grande. Ma una voce soprannaturale proveniente dal teschio le dice di star calma e di andare avanti. Lei è in grado di farlo.
Mentre va per la foresta, indubbiamente pensa anche alla famiglia acquisita che l’ha mandata a morire, e, se lei ha buon cuore, il teschio non è altrettanto buono: deve vedere perfettamente. Così, quando ha voglia di buttarlo via, sappiamo che pensa al dolore causato dal conoscere alcune cose su se stessi e gli altri, sulla natura del mondo.
Lasciar morire le cose è il tema della fine del racconto. Vassilissa ha imparato bene. Si agita quando il teschio fa bruciare le maligne? Neanche per idea. Muoia dunque, quel che deve morire.
Come prendere una simile decisione? Si sa. La Que Sabé sa. Interrogatevi dentro per avere il suo consiglio. È la Madre delle Età. Nulla la sorprende. Ha visto tutto. Per le donne in genere lasciar morire non va contro la loro natura ma solamente contro la loro educazione. La cosa può essere capovolta. Noi tutte sappiamo in los ovarios quando è il tempo della vita, quando è il tempo della morte. Magari cerchiamo di ingannare noi stesse per vari motivi, ma sappiamo.
Alla luce del teschio fiammeggiante, sappiamo.

Da Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

sabato 5 febbraio 2011

I compiti di Vassilissa - Prima parte


Le storie di Vassilissa e di Persefone hanno molti punti in comune. Persefone è una dea-fanciulla che rappresenta la giovane che ignora chi sia ed è ancora inconsapevole dei propri desideri o delle proprie forze ma che diviene, in seguito alla sua esperienza e maturazione, Regina degli Inferi (e quindi profondamente consapevole delle proprie motivazioni inconsce).
La fiaba di Vassilissa è una storia di iniziazione femminile che per giungere a compimento necessita l’esecuzione di determinati compiti.

Il primo compito: consentire all’Ottima Madre di morire
Nel racconto, il processo di iniziazione comincia quando la cara e buona madre muore. Nella nostra esistenza di figlie, c’è sempre un momento in cui la buona madre della psiche, quella che ci ha servito nel modo giusto in periodi precedenti, si trasforma in una madre troppo buona, che in virtù dei valori protettivi comincia ad impedirci di rispondere a nuove sfide, e quindi di raggiungere un più profondo sviluppo.
C’è una madre selvaggia che ci aspetta, per insegnarci. Ma nel contempo il secondo compito è di tenerci strette alla bambola mentre ne apprendiamo gli usi.

Il secondo compito: abbandonare l’Ombra Primitiva
La matrigna e le sorellastre rappresentano gli elementi non sviluppati ma provocatoriamente meschini della psiche. Sono elementi oscuri, aspetti significativi di sé considerati indesiderabili dall’io, o non utili, e pertanto relegati nell’oscurità. Il materiale oscuro può essere molto positivo, perché spesso anche i doni di una donna vengono sospinti nell’oscurità. Ma anche il materiale oscuro e negativo può essere utile, perché quando erutta e finalmente vediamo quegli aspetti e le relative fonti, diventiamo più forti e più sagge.
In questa fase dell’iniziazione, la donna è molestata dalle grette richieste della psiche che la esorta a compiacere qualunque desiderio altrui. La compiacenza produce una comprensione traumatizzante che deve essere registrata da qualsiasi donna. Ovvero, essere se stesse significa essere esiliate da molti altri, e compiacere le richieste altrui fa sì che ci si senta esiliate da se stesse. È una tensione tormentosa e difficile da sopportare, ma la scelta è chiara.
Vassilissa esegue ogni giorno i lavori domestici senza lamentarsi. Sottomettersi senza lamentarsi è apparentemente eroico, ma in realtà provoca una pressione sempre maggiore e un conflitto sempre più grave tra due nature antitetiche, una troppo buona e l’altra troppo esigente. Come il conflitto tra l’eccessivo adattamento e l’essere se stessi, questa pressione va verso uno sbocco positivo. La donna divisa tra le due si trova sulla buona strada, ma deve andare ancora avanti.
Nella storia le donne spremono tanto la forza psichica che per le loro macchinazioni il fuoco si estingue. A questo punto la donna comincia a perdere i suoi supporti psichici. Si sente fredda, sola, e il suo unico desiderio è tornare alla luce. È esattamente la scossa necessaria per continuare nella presa di possesso del suo potere. Si potrebbe dire che Vassilissa va dalla Grande Strega Selvaggia perché ha bisogno di un bello spavento. Dobbiamo abbandonare il coro di detrattori e tuffarci nei boschi. Non è possibile stare ed andare.
Vassilissa, come noi, ha bisogno di una luce che la guidi, che le indichi quanto va bene e che cosa no. Non può svilupparsi restando tra chi fa di lei il cavastivali di tutti. Le donne che cercano di rendere invisibili i loro sentimenti più profondi si smorzano. La luce si spegne. È una forma dolorosa di animazione sospesa.
Per converso, e forse in modo un po’ perverso, il fuoco che si estingue aiuta Vassilissa a sfuggire alla sottomissione. La fa morire a un vecchio modo di vita ed entra rabbrividendo in una vita nuova, basata su un più antico e saggio genere di conoscenza interiore.

Il terzo compito: la Navigazione nell’Oscurità
La bambola di Vassilissa viene dalle provviste dell’Antica Madre Selvaggia. Le bambole sono uno dei tesori simbolici della natura istintuale. Nel caso di Vassilissa, la bambola rappresenta la vidacita, la piccola forza istintuale vitale che è fiera e insieme tollerante. Qualunque sia la confusione in cui ci troviamo, vive una vita nascosta dentro di noi.
Per secoli l’umanità ha sentito che dalle bambole emanano santità e manà – una prescienza terrificante e irresistibile che agisce sulle persone cambiandole spiritualmente. Mana è una parola melanesiana che Jung trasse dagli studi antropologici condotti all’inizio del ventesimo secolo. È la qualità magica che circonda ed emana da certe persone, da talismani ed elementi naturali come il mare e la montagna, gli alberi, le piante, le rocce, i luoghi e gli eventi. Per esempio, la radice di mandragola è apprezzata per la sua somiglianza al corpo umano, con braccia e gambe e un nodo per testa, e la si ritiene ricca di potere spirituale. Si ritiene che alle bambole venga infusa la vita dai loro creatori. Sono usate nei riti, nei rituali, nel wodoo, negli incantesimi d’amore. Sono talismani che ricordano all’altro il proprio potere.
La bambola è il simbolico homunculus. Gli homuncoli sono delle creaturine, come gli elfi e i folletti. È il simbolo di quanto sta sepolto di numinoso negli esseri umani. È un piccolo e risplendente facsimile dell’io originale. Superficialmente è soltanto una bambola, ma inversamente è un pezzettino d’anima che porta tutta la conoscenza del più grande anima-io. Nella bambola c’è la voce, in piccolo, della vecchia La Que Sabé, Colei che sa.
È legata ai simboli del folletto, dello gnomo, della fata e del nano. Nelle favole rappresenta una profonda pulsazione di saggezza nella cultura della psiche. È la creatura che continua nel lavoro interiore, instancabile, lavora anche quando dormiamo, specialmente quando dormiamo, quando non siamo del tutto consapevoli di quanto mettiamo in atto.
In tal modo la bambola rappresenta lo spirito interiore di noi donne; la voce della ragione intima, della conoscenza e della consapevolezza intime. È come l’uccellino che sussurra all’orecchio dell’eroina, le rivela il nemico nascosto e che fare per salvarsi. È la saggezza dell’homunculus, l’esserino che sta dentro. È il protettore mai visibile e sempre disponibile.
Non c’è maggiore benedizione che una madre possa dare alla figlia di un senso affidabile della veracità del proprio intuito.
Il nutrimento della bambola è un ciclo essenziale della Donna Selvaggia, la custode dei tesori nascosti. Vassilissa nutre la bambola in due modi, prima con un po’ di cibo, un po’ di vita per questa nuova avventura psichica, e poi trovando la strada per raggiungere l’Antica Madre Selvaggia, la Baba Jaga, dando ascolto alla bambola… a ogni biforcazione la bambola indica la strada “di casa”.
La relazione tra la bambola e Vassilissa simboleggia una forma di magia empatica tra la donna e il suo intuito. Questa è la cosa da passare di donna in donna, questo felice legame e nutrimento dell’intuito. Come Vassilissa, rafforziamo il nostro legame con la nostra natura intuitiva ascoltandoci dentro a ogni svolta della strada.

Il quarto compito: affrontare la Strega  Selvaggia
La Baba Jaga vive in una casa che poggia su zampe di gallina, che quando vuole volteggia. La casa della Baba Jaga fa parte del mondo animale, e Vassilissa ha bisogno di questo elemento della sua personalità. Questa casa con le zampe di gallina cammina, piroetta persino, è viva e piena di entusiasmo e di gioia. Questo è il fondamento principale della psiche della Donna Selvaggia, una gioiosa forza vitale, dove le case danzano, gli oggetti inanimati come il mortaio volano come uccelli, dove la vecchia può fare magie e nulla è come appare, ma per lo più meglio di come pareva all’inizio.
Il dono della bambola intuitiva fatto dalla madre amabile originaria è incompleto senza l’assegnazione dei compiti e il controllo dei medesimi da parte della Vecchia Selvaggia. La Baba Jaga è il midollo della Donna Selvaggia, e lo sappiamo perché conosce il passato. Dice quando arriva Vassilissa; “Certo, conosco te e i tuoi”. Inoltre, come nelle altre incarnazioni come Madre del Giorno e Madre della Notte, dea della Vita/Morte/Vita, la vecchia Baba Jaga è la custode degli esseri del cielo e della terra: Giorno, Sole Nascente, Notte. Li chiama “il mio Giorno, la mia Notte”.
La Baba Jaga incute paura perché è insieme il potere di annientamento e il potere della forza vitale. Osservare la sua faccia significa vedere la vagina dentata, occhi di sangue, il neonato perfetto e le ali degli angeli, tutto insieme.
Vassilissa rimane e accetta la divinità della madre Selvaggia, con verruche e tutto il resto. Una delle sfaccettature più interessanti della Baba Jaga è che minaccia, ma che è giusta. Non fa del male a Vassilissa finché questa si merita il suo rispetto. Il rispetto per il grande potere è una lezione cruciale. Una donna deve riuscire a stare di fronte al potere perché alla fine una parte di quel potere diventerà suo. Affronta la Baba Jaga non mostrandosi ossequiosa o vanagloriosa o piena di millanteria, non fugge né si nasconde. Si presenta con tutta sincerità così com’è.

Il quinto compito: servire il Non Razionale
In questa parte del racconto Vassilissa chiede alla Baba Jaga il fuoco: le sarà dato se in cambio eseguirà alcuni lavori domestici.
Il bucato è un simbolo favoloso. Ancora oggi, in alcuni villaggi, per lavare gli indumenti si scende al fiume, e là avvengono le abluzioni rituali che si fanno dall’inizio dei tempi per rinnovare il tessuto.
È un simbolo bellissimo della purificazione della psiche nel suo complesso.
Nella mitologia la tela viene vissuta dalle madri della Vita/Morte/Vita. Tre sono le Parche: Clotho, Lachesis e Atropos , e c’è Na’ashié’ii Asdzáá, la Donna Ragno, che donò ai navajo l’arte della tessitura. Queste madri della Vita/Morte/Vita insegnano alle donne la sensibilità a quanto deve morire o deve vivere, a quanto deve essere cardato e a quanto deve essere tessuto. Nel racconto la Baba Jaga incarica Vassilissa del bucato per riportare all’aperto, alla consapevolezza, queste tessiture della Dea della Vita/Morte/Vita, lavandole, rinnovandole.
Lavare qualcosa è un rito di purificazione senza tempo. Non significa soltanto purificare ma anche, come nel battesimo, immergere, inzuppare, permeare con un numen spirituale e col mistero. Nel racconto il bucato è il primo compito. Significa ridare elasticità a quanto si è allentato. Gli indumenti sono come noi, mille volte indossati, finché idee e valori non si allentano per il passare del tempo. Il rinnovamento, la rivivificazione, avvengono nell’acqua, nella riscoperta di quanto consideriamo vero, di quanto riteniamo sacro.
Nel simbolismo archetipo, gli indumenti rappresentano la persona, la prima visione che gli altri hanno di noi. La persona è una sorta di camuffamento che agli altri fa vedere solo quanto vogliamo lasciare vedere di noi, e niente di più. Ma esiste un significato più antico per la parola persona, e si ritrova in tutti i riti dell’America Centrale. La persona non è semplicemente una maschera dietro la quale nascondersi: è piuttosto una presenza che riesce a eclissare la personalità mondana. In questo senso, persona o maschera è un segno di rango, virtù, carattere e autorità. La persona è il significato esterno, l’esibizione della padronanza.
È facile immaginare che i segni del potere e dell’autorità della Baba Jaga – gli indumenti – siano a immagine e somiglianza del suo modo di essere: forti, durevoli. Lavarli è quindi una metafora attraverso la quale impariamo a prendere atto e ad assumere questa combinazione di qualità, e anche a selezionare, accomodare, rinnovare tali qualità mediante la purificatio, il lavacro delle fibre dell’essere.
Vassilissa ha poi il compito di scopare la capanna e il cortile.
Ramazzare significa non soltanto cominciare a dar valore alla vita non superficiale ma anche occuparsi del suo ordine. Nello spazio sgombro la natura selvaggia delle donne fiorisce meglio. Ramazzare la capanna e il cortile della Baba Jaga, significa mantenere sgombre e in ordine anche le idee insolite, non comuni, mistiche, fantastiche.
Accendere il fuoco per cucinare per la Baba Jaga: la donna deve voler bruciare di passione, di parole, di idee, di desiderio per qualunque cosa ami veramente. È in realtà questa passione che permette di cucinare, e a essere cucinate sono le idee sostanziose. Per cucinare per la Baba Jaga, dunque, bisognerà accertarsi che la propria vita creativa abbia sotto un bel fuoco.
Vassilissa apprende inoltre che la Madre Selvaggia ha bisogno di molto nutrimento per fare il suo lavoro. La Baba Jaga non può seguire una dieta che consiste in una foglia di lattuga e in un caffè nero. Se si desidera stare vicine alla Madre Selvaggia, bisogna comprenderne l’appetito per talune cose. Per avere una relazione con l’antico femminino bisogna cucinare molto.

Da: Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

giovedì 3 febbraio 2011

Vassilissa


Questo racconto comincia come tutte le 
storie antiche: “C’era una volta, e una volta non c’era…”. La frase paradossale intende avvertire l‘anima di chi ascolta che questa storia si svolge in un mondo tra i mondi in cui nulla è come sembra sulle prime.
C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sacrestia della chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio affinché la guidasse nell’aldilà.
La madre morente chiamò a sé Vassilissa e la piccola dagli stivaletti rossi e il grembiulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.
“Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio”, sussurrò la mamma, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato di tanti colori.
“Sono le mie ultime parole, bambina mia”, disse la mamma. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare, e sarai assistita. Tieni la bambola sempre con te. Non parlarne a nessuno, e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa di mia madre e la mia benedizione.” E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra: la mamma era morta.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì, e sposò una vedova che aveva due figlie. Sebbene la matrigna e le sue figlie avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro ai loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava.
Certo, quando le tre donne erano da sole con Vassilissa la tormentavano,la costringevano a servirle, la mandavano a tagliare la legna affinché la sua bella pelle si sciupasse. La odiavano perché c’era in lei una dolcezza ultraterrena. Era anche molto bella, e il suo seno era fiorente, mentre il loro inconsistente. Si rendeva utile senza mai un lamento, mentre la matrigna e le sorellastre erano come topi che di notte rovistavano tra i rifiuti.
Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono più. “Facciamo in modo… che il fuoco si estingua, e poi mandiamo Vassilissa nella foresta dalla Baba Jaga, la strega, a chiedere il fuco per la terra. E quando sarà da Baba Jaga, la vecchia la ucciderà e se la mangerà.” Squittirono come esseri che vivono nell’oscurità.
Così quella sera, quando Vassilissa tornò dopo aver raccolto la legna, la casa era tutta al bio. Preoccupata, domandò alla matrigna: “Che cos’è successo? Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?”
Disse la matrigna: “Stupida ragazza! Ovviamente non abbiamo fuoco. E io non posso andare nei boschi perché sono vecchia. Le mie figlie non possono perché hanno paura. Quindi sei l’unica a poter andare a cercare la Baba Jaga a chiederle un carbone per accendere il fuoco”.
Innocentemente Vassilissa replicò: “Benissimo, lo farò”, e subito si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sempre più fitta, e i ramoscelli che le scricchiolavano sotto ai piedi la riempivano di paura. Infilò la mano nella profonda tasca del grembiule, dove nascondeva la bambola che la mamma morente le aveva dato. Accarezzò la bambola e disse: “Solo a toccarla, già mi sento meglio”.
E a ogni biforcazione, Vassilissa infilava la mano nella tasca e consultava la bambola. “Devo andare a sinistra o a destra?” La bambola indicava “Sì”, “No”, o “Da questa parte”, o “Da quella parte”. E diede alla bambola un po’ del suo pane mentre camminava e seguì quanto sentiva provenire dalla bambola.
Improvvisamente, un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina cammina, Vassilissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero arrivò al trotto su un cavallo nero, e penetrò nella baracca della Baba Jaga. Subito si fece notte. Lo steccato di ossa e teschi attorno alla baracca prese ad ardere di un fuoco interno, e la radura nella foresta fu dunque illuminata da una luce fantastica.
La Baba Jaga era una creatura veramente spaventosa. Viaggiava non su un carro o in una carrozza ma in un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di persone morte da gran tempo.
E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle per il suo commercio con i rospi. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.
Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, e camminava da sola e talvolta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chiavistello della porta d’ingresso era un grugno dai denti appuntiti.
Vassilissa consultò la bambola: “È questa la casa che cerchiamo? “ e la bambola rispose a modo suo: “Sì, questa è la casa che cerchi”. E d’improvviso la Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassilissa urlandole: “Che cosa vuoi?”
La fanciulla tremava. “Nonna, sono venuta per il fuoco. La mia casa è fredda… i miei moriranno… ho bisogno di fuoco.”
E la Baba Jaga di rimando: “Oh, sìiiiii, ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile… hai lasciato spegnere il fuoco. Non è una bella cosa da farsi. E per giunta, che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?”
Vassilissa consultò la bambola e si affrettò a rispondere: “Perché chiedo”.
La Baba Jaga disse soddisfatta: “Sei fortunata. È la risposta giusta”.
E Vassilissa si sentì fortunatissima per aver dato la risposta giusta.
Baba Jaga la minacciò: “Non potrò darti il fuoco finché non avrai fatto del lavoro per me. Se adempirai a questi compiti per me, avrai il fuoco. Se no…” E Vassilissia vide gli occhi della Baba Jaga trasformarsi improvvisamente in braci ardenti. “Se no, cara bambina, morirai.”
La Baba Jaga entrò rumorosamente nella catapecchia e si sdraiò sul letto e ordinò a Vassilissa di portarle quel che stava cuocendo nel forno. Nel forno c’era cibo sufficiente per dieci persone, e la Baba Jaga lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa.
“Lavami i vestiti, scopa il cortile e la casa, preparami da mangiare, e separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Tornerò a controllare quel che hai fatto più tardi. Se non avrai finito, sarai tu il mio banchetto.” E la Baba Jaga volò via sul mortaio, con il naso come timoniere e i capelli come vela. E cadde di nuovo la notte.
Non appena la Baba Jaga se ne fu andata, Vassilissa si rivolse alla bambola: “Che devo fare? Riuscirò a fare tutto in tempo?”. La bambola la rassicurò che ci sarebbe riuscita, le disse di mangiare qualcosa e di andare a dormire. Vassilissa rifocillò anche la bambola, e si addormentò.
Al mattino, la bambola aveva fatto tutto, e non restava che da preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte contenta, e in parte no, perché non trovava niente da ridire, la Baba Jaga sibilò. “Sei una ragazza molto fortunata”. Chiamò poi i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a raschiare e pestare il frumento. La pula volava per casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito, la Baba Jaga si sedette a mangiare. Mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti.
La Baba Jaga indicò un gran mucchio di sporcizia in cortile. “In quel mucchio di sporcizia ci sono molti semi di papavero, milioni di semi. E per domattina voglio una pila di semi di papavero e una pila di sporcizia, ben separati. Hai capito bene?”
Vassilissa si sentì quasi svenire. “Oh, come potrò fare?” Infilò la mano in tasca e la bambola sussurrò: “Non preoccuparti, ci penserò io”. Quella notte, la Baba Jaga dormì come un ghiro, e Vassilissa cercò… di raccogliere… i semi di papavero… tra la sporcizia. Dopo un po’ la bambola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”.
Di nuovo la bambola si occupò di tutto, e quando la vecchia tornò a casa era stato tutto fatto. Con tono sarcastico la Baba Jaga osservò: “Bene, bene. Fortuna per te che sei riuscita a fare
queste cose”. Chiamò i suoi fedeli servitori affinché spremessero l’olio dai semi di papavero, e di nuovo apparvero tre paia di mani, ed eseguirono l’ordine.
Mentre la Baba Jaga si insudiciava le labbra con il grasso dello stufato, Vassilissa le stava accanto. “Allora, che cos’hai da guardare?” grugnì.
“Posso farti qualche domanda, nonna?”
“Domanda pure”, ordinò la Baba Jaga, “ma ricordati che troppo saprai, presto invecchierai.”
Vassilissa chiese dell’uomo vestito di bianco sul cavallo bianco.
“Ah”, rispose la Baba Jaga intenerita, “quello è il mio Giorno.”
“E l’uomo rosso sul cavallo rosso?’”
“Oh, quello è il mio Sole Nascente.”
“E l’uomo nero sul cavallo nero?”
“Ah, sì, quello è il terzo, ed è la mia Notte.”
“Capisco”, disse Vassilissa.
“Vieni, vieni qui. Vuoi farmi forse altre domande?” le disse con tono suadente.
Vassilissa stava per chiederle di quelle paia di mani che apparivano e scomparivano, ma la bambola prese a saltarle nella tasca, e allora disse: “No, Nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai”.
“Ah”, disse la Baba Jaga rizzando il capo come un uccello. “Sei più saggia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”
“Grazie alla benedizione di mia mamma”, disse sorridendo Vassilissa.
“Benedizione?!” urlò la Baba Jaga. “Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizioni qui attorno! Meglio che tu te ne vada, figliola.” E la spinse fuori.
“Ecco qua, ragazzina. Ecco!” E la Baba Jaga prese un teschio dagli occhi ardenti dal recinto e lo infilò su un bastone. “Ecco! Prendi questo teschio sul bastone e portatelo a casa. Ecco il tuo fuoco. Non aggiungere una sola parola. Vattene.”
Vassilissa prese a ringraziare, ma la bambola nella tasca si mise a saltare su e giù, e Vassilissa comprese di dover prendere il fuoco e andare. Corse a casa, seguendo il percorso che la bambola le indicava. Era notte, e Vassilissa attraversò la foresta con il teschio sul bastone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del teschio. D’improvviso provò paura per quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò, la invitò a calmarsi e a proseguire per raggiungere la casa della matrigna e delle sorellastre.
Mentre Vassilissa si avvicinava sempre più alla sua casa, la matrigna e le sorellastre guardarono dalla finestra e videro una strana luce danzante nei boschi. Sempre più si avvicinava. Non riuscivano a immaginare di che si trattasse. Erano convinte che la lunga assenza di Vassilissa significasse che era ormai morta, e le sue ossa ormai disperse.
Intanto Vassilissa si avvicinava sempre di più. E quando la matrigna e le sorellastre la riconobbero, le corsero incontro dicendole che erano rimaste senza fuoco dal giorno in cui se n’era andata, e sebbene avessero più volte cercato di accenderlo, non aveva mai attaccato.
Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo, perché era sopravvissuta al periglioso viaggio e aveva riportato il fuoco nella sua casa. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e il mattino dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.

Da: Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés