domenica 6 gennaio 2013

Un dolce per Huldra



Nel folklore scandinavo, le huldre o uldre (norvegese, derivante dalla radice che indica "coperto" o "segreto") sono delle seducenti creature della foresta. Altri nomi includono lo svedese skogsrå o skogsfru (che significa "dama della foresta") e Tallemaja (Maria del pino). Un uldro è chiamato huldu, oppure in Norvegia huldrekall. Il nome suggerisce una analogia con la figura di völva Huld e dal tedesco Holda.
La parola huldra è una forma definita nel norvegese (l'"hulder") - la forma indefinita è ei hulder ("un hulder"). La forma indefinita plurale è huldrer (alcuni "hulder"), mentre la forma definita plurale è huldrene ("gli hulder"). Nel plurale sono anche comuni le forme collettive huldrefolk (indefinita) e huldrefolket (definita).
L'huldra possiede una bellezza spiazzante e, a volte, viene rappresentata nuda e con lunghi capelli; ella vista di spalle somiglia al tronco di un vecchio albero e possiede una coda animale. In Norvegia si tramanda che abbia la coda di una mucca e in Svezia la coda di mucca viene spesso sostituita da quella di volpe
In Norvegia l'huldra viene spesso descritta come la tipica lattaia con indosso gli abiti di una ragazza di fattoria, anche se molto più appariscente rispetto alla maggior parte delle ragazze.
L'huldra è una delle parecchie (custode, guardiana), come l'acquatica sjörå (o havsfru), successivamente identificata con la
sirena, e la bergsrå.
Maggiori informazioni possono essere trovate nella collezione norvegese di racconti folk di Peder Christian Asbjørnsen e Jørgen Moe.
Queste creature hanno spesso interazioni molto strette con gli esseri umani. Si dice che le Huldra siano solite attrarre gli uomini dei villaggi nel loro rifugio in mezzo alla foresta per accoppiarsi ripetutamente con loro. Se lo sventurato non fosse in grado di soddisfare sessualmente la sua partner fatata, quest'ultima finirebbe con l'ucciderlo, ma se riuscisse nell'ardua impresa allora la Huldra gli donerebbe parte del suo potere. Però, anche in questo caso, non sempre le cose si concludono felicemente per il malcapitato. Alcune volte, la Huldra soddisfatta può costringere il proprio focoso partner a sposarla! I casi di matrimoni con queste entità non sono rari nella tradizione popolare, e non sempre sono forzati. Alcune volte l'apparente bellezza di questi spiriti della Foresta è tale che qualche giovanotto si innamori davvero di una di loro e la porti all'altare. Una volta sposata con rito cristiano, la Huldra perderà la sua coda animale e diverrà bruttissima. Ma ormai il matrimonio è fatto, e guai a tradirla! La sua forza è immensa e la sua collera terribile! Hanno l'abitudine di rapire dalle culle i neonati umani per sostituirli con i loro piccoli deformi. Questa specie di changelings scandinavi è conosciuta come Huldrebarn, e spesso sono il frutto dei selvaggi accoppiamenti della madre con giovani umani. Alle volte, qualcuno che era sopravvissuto a quella pericolosa esperienza, poteva ritrovare il suo legittimo figlio scambiato proprio con il suo stesso "fratellastro" mezzosangue, concepito nella foresta con la Huldra.
Un'altra caratteristica che queste creature condividono con il Piccolo Popolo è una leggenda cristiana sulla loro origine. Anche in questo caso sembra che lo Huldrefolk (termine che indica l'intera popolazione di questi esseri) discenda dai figli di Eva non mostrati al cospetto di Dio perché sporchi e costretti a nascondersi per sempre.
Tolta la distorsione cristiana, le Huldre derivano sicuramente da un qualche tipo di entità primordiale, probabilmente legata alla fertilità. Le sue caratteristiche bovine danno sostegno a questa ipotesi, in quanto la figura della vacca era simbolo di fertilità e prosperità in moltissime culture antiche.
I molti punti di contatto con entità presenti in diverse tradizioni, portano anche a pensare ad una comune origine.
In Norvegia ancor oggi il giorno di Natale è usanza portare in regalo un dolce a Huldra.

Una leggenda narra che una volta, molto tempo fa, proprio il giorno di Natale un pescatore voleva portare un dolce allo spirito dell’acqua, che dimorava nel lago nei pressi di casa sua, ma trovò il lago completamente ghiacciato. Non volendo lasciare il dolce sul ghiaccio, andò a prendere un piccone e cercò di fare un buco nel ghiaccio, pensando così di fare un piacere a Huldra. Ma nonostante gli sforzi riuscì solo a fare un buchetto molto piccolo, troppo piccolo per farci passar attraverso il dolce.
Un po’ indeciso sul da farsi, appoggiò il dolce sulla superficie ghiacciata del lago, quando improvvisamente una piccola manina, candida come la neve, emerse dal buchino ed afferrò il dolce, che si rimpicciolì e poi sparì sotto il ghiaccio.
Da quel giorno la gente si abituò a portare alla Huldra dei dolcetti piccolissimi, in modo che potessero passare anche attraverso un buchetto molto piccolo, per far un piacere alla bella Huldra.
In Norvegia, quando si vuol fare un complimento ad una donna, si usa dire che ha le mani ‘sottili come quelle dello spirito dell’acqua’

Da:
http://www.albero-della-fiaba.it/fiabe-dal-mondo/fiabe-d-inverno-e-di-natale-p26.html


Il gattino con il gomitolo magico


Frau Holle, "Signora della neve", che scuote il suo bianco piumino lassù nel cielo e fa scendere la neve sulla terra, è anche la Signora degli animali, che ricompensa chi si prende cura di loro.

Una fredda sera d’inverno - mancava poco al Natale - una povera vedova, uscì di casa per andare a fare legna e procurarsi così dei rami secchi per accendere la stufa. La donna era molto povera e tutto il peso del lavoro in casa gravava sulle sue spalle.
Faceva molto freddo quella sera, la terra, ricoperta da una lastra di gelo, scricchiolava sotto i suoi piedi e le bianche lenzuola di Frau Holle, adagiate come un velo su prati e boschi, scintillavano di migliaia di piccoli cristalli lucenti. Ma la donna non aveva tempo di ammirare quel magnifico spettacolo della natura!
La fascina di legna, che portava sulla schiena, in cima alla quale aveva legato un grosso mazzo di saggina, buono per fabbricare scope, si era fatta pesante. La donna camminava a fatica sotto quel grosso peso, trascinando i piedi. A forza di raccogliere legna, aveva ormai le punta delle dita rattrappite dal freddo. Cercò perciò di riscaldarsi soffiandoci sopra un po’ del suo fiato e fregandosi le mani sotto il grembiule. In quel momento sentì un debole miagolio e lungo il bordo della strada scorse un piccolo gattino, un bianco batuffolo, che giaceva sul ceppo di un albero. Il gattino sollevò la sua zampina color grigio argento, poi fece la gobba, si stiracchiò e incominciò a fare tante di quelle moine, che la donna, mossa a compassione, lo accarezzò e gli disse: - Vieni con me, povero gattino, tu stai gelando, e mi sembri malato! Anche se siamo poveri, a casa ci sarà ancora qualcosa per te! Così raccolse il piccolo animaletto miagolante, se lo avvolse nel grembiule e lo portò con cura fino a casa, nonostante il peso che le gravava sulle spalle.
A casa le corsero incontro i suoi due figlioletti. Il più piccolino, sollevandosi sulla punta dei piedi, ficcò il nasino nel grembiule della mamma, per curiosare. – Mammina – disse pieno di fame - dove hai messo il pane per i conigli? –
La povera donna con un nodo in gola accarezzò il piccolino sui capelli e disse tristemente: – Non ho pane per i conigli e nemmeno un po’ di carrube per te, ho solo tanta miseria, e vi porto ancora qualcun altro che è ancor più misero di noi ! –
Ma quando dal grembiule blu sgusciò fuori il piccolo micetto, candido come un fiocco di neve, i bambini si misero a saltare dalla gioia. Portarono il gattino malato nella stube, gli prepararono una cuccetta al caldo vicino alla stufa e divisero con lui il loro ultimo boccone. L’animaletto pian piano si riprese e guarì. Ogni mattina giocava con i bambini ed essi gli si affezionarono un mondo.
Quando si leccava e si puliva le zampette, allora sapevano che sarebbe venuto a salutarli; quando la zuppa scottava troppo per il suo musetto affamato, allora soffiavano sul cucchiaio e dicevano: – Oggi c’è qualcosa nelle lenticchie che al micio proprio non piace! – Insomma lo coccolavano e lo vezzeggiavano proprio!
E se uno di loro cadeva e si faceva male al ginocchio e correva piangendo dalla madre, bastava che lei gli cantasse:

Micino,micetto,
guarisci il mio bimbetto,
ché domani il sole arriverá,
e lui le capriole fará !


… che il bimbo già si sentiva meglio.
Il gattino amava molto rotolarsi nella cenere della stufa e da bianco che era diventava grigio come la nebbia. Poi scappava via, veloce come il vento facendosi rincorrere dai suoi due piccoli amici.
Così passarono le lunghe giornate invernali giocando a rincorrersi allegramente.
Quando arrivò la primavera, ed il fuoco nella stufa si spense del tutto, un mattino al loro risveglio i bambini non trovarono più il micetto, dal pelo candido come la neve ad aspettarli.
Il loro compagno di giochi era sparito, e per quanto lo cercassero dappertutto, non riuscirono a trovarlo.
Il mattino dopo la loro madre dovette andare di nuovo a fare legna nel bosco. E quando passò nel luogo in cui aveva trovato il gattino, quale fu la sua sorpresa, quando vide, proprio nello stesso punto, una figura alta di donna tutta vestita di bianco, che la salutava con un lembo del velo, che sembrava tessuto di aria.
Poi la signora bianca gettò nel grembiule della povera donna una palla bianca e disse: – Questo è per il gatto bianco! –
Accortasi che si trattava di un gomitolo di lana, la donna alzò la testa per ringraziare, ma la bianca apparizione era già scomparsa.
Arrivata a casa, la donna mise il regalo della donna bianca sul tavolo della cucina. E quale fu la sua sorpresa, quando il mattino dopo accanto al gomitolo trovò un bel paio di calze bianche, morbide, già belle pronte e confezionate! E nel gomitolo vi erano infilati dei ferri da calza: erano dei ferri magici, e pure il gomitolo era un gomitolo magico, perché non si esauriva mai.
Ed ogni notte mani invisibili confezionavano delle nuove calze, prima per i bambini, poi per la madre.
Alla fine in quella casa c’era una tale abbondanza di calze e calzini, che poterono anche venderne al mercato e con il ricavato riuscirono a comprare pane, carne e vestiti caldi.
Così finalmente le preoccupazioni della povera madre svanirono per sempre ed ella comprese che la donna bianca altri non era che Frau Holle, che aveva voluto ricompensarla per il bene fatto al gattino.

Liberamente tratta da K. Paetow.

Da:
http://www.albero-della-fiaba.it/fiabe-dal-mondo/fiabe-d-inverno-e-di-natale-p26.html



Una Felice Epifania



In una piccola casetta sulla cima di un monte viveva una famiglia talmente povera che non aveva nemmeno un pezzo di carbone con cui riscaldarsi. I due piccoli bimbi dovevano fare ogni giorno molte ore di cammino per scambiare il latte della loro capretta con un pezzo di pane. Il vecchio padre, dal canto suo, trascorreva tutto il giorno nella buia foresta ai piedi del monte per trovare bacche, funghi selvatici e qualche pezzo di legna da bruciare nel camino. Nonostante tutto ciò la vita nella casetta trascorreva felice. Ogni giorno i fratellini aiutavano la madre nelle faccende di casa e non mancavano di andare a trovare Al, il vecchio saggio che abitava al limitare della foresta. Il saggio aveva girato il mondo e conosceva mille storie che i due fratellini ascoltavano sempre incantati. Un giorno Al raccontò la storia della Fata Epifania, detta anche Befana. ”Dovete sapere” disse schiarendosi la voce, “che nella notte del 5 gennaio, la Fata entra dai camini per lasciare doni ai bimbi buoni”. “Ma come fa ad entrare?” chiese il fratello maggiore. “Basta che Epifania schiocchi le dita e diventa piccolissima” raccontò il vecchio Al. “Come fa a sapere chi è stato buono?” domandò la sorellina. “La Fata tutto vede e tutto sa!”
Un giorno il padre si ammalò. L'inverno quell'anno era talmente rigido che la poca legna accanto al camino era già finita. Una fitta neve cadeva e la casetta era avvolta dal gelo. Erano i primi giorni di gennaio, quando i due fratellini ripensarono al racconto di Al. “Ti ricordi di Epifania, che porta i doni ai bimbi buoni e sacchi di carbone a quelli cattivi?” disse una mattina il fratello maggiore. I due bimbi si guardarono e capirono subito cosa fare. Non aiutarono più la madre in casa, incominciarono a lamentarsi perché non c'era cibo e non trascorreva un momento in cui non litigassero. I poveri genitori non sapevano più; cosa fare.
Era la vigilia dell'Epifania e, prima di andare a letto, i fratellini appesero 2 vecchie calze sul camino. “Domani avremo carbone per scaldarci. Siamo stati davvero cattivi”. L'indomani si alzarono di buon ora, ma come ci rimasero quando videro che le calze erano colme di dolci. “Com'è possibile?” si domandarono stupiti. “Al ha detto che la Fata Epifania tutto vede e tutto sa. Dovevamo trovare carbone”. E infatti era proprio così. Il camino era talmente pieno di carbone che ne ebbero a sufficienza per un anno intero. Epifania aveva infatti capito le intenzioni dei due fratellini.

Il meglio di Splinder: http://angolodellefatine.iobloggo.com/



sabato 5 gennaio 2013

Frau Holle


Una vedova aveva due figlie. Una era bella e laboriosa, l'altra brutta e pigra. Ma la donna aveva molto più affetto per quella brutta e pigra perché era figlia sua, mentre l'altra era costretta a sbrigare tutte le faccende di casa come una serva, una cenerentola. Tutti i giorni la povera ragazza, seduta accanto al pozzo che c'era sulla via maestra, doveva filare, filare e filare fino a che le dita cominciavano a sanguinarle.
Un giorno successe che il fuso si era tutto imbrattato di sangue e la ragazza si spenzolò nel pozzo per sciacquarlo, ma il fuso le sfuggì di mano e cadde giù. La ragazza si mise a piangere, corse dalla matrigna e le raccontò la disgrazia che le era successa. Ma la donna la rimproverò aspramente e, senza muoversi a pietà, le disse: "Hai fatto cadere il fuso nel pozzo? Bene, e allora ritiralo fuori!". Così, la ragazza tornò al pozzo senza sapere cosa fare; angosciata com'era, non seppe trovare di meglio, per recuperare il fuso, che saltare lei stessa dentro al pozzo. Perse i sensi, e quando si ridestò e tornò in sé, si ritrovò in un bel prato dove il sole splendeva su mille e mille fiori colorati. Prese a camminare e arrivò a un forno pieno di pane; il pane gridava: "Oh, tirami fuori, tirami fuori, se no brucio. È un bel pezzo che son cotto!". La ragazza si avvicinò e con la pala tirò fuori, uno per uno, tutti i pani. Poi riprese il cammino e arrivò vicino a un albero carico di mele; l'albero gridò: "Oh, scuotimi, scuotimi, noialtre mele siamo bell'e mature!" La ragazza scosse l'albero così che le mele caddero a pioggia, e continuò a scuoterlo finche' sulla pianta non rimase un solo frutto. Dopo aver raccolto tutte le mele in un bel mucchio, proseguì per la strada. Alla fine arrivò in vista di una casetta alla quale stava affacciata una vecchia. La ragazza si spaventò perché la donna aveva dei dentoni da non si dire, ma, mentre faceva l'atto di scappar via, la vecchia le rivolse la parola: "Perché hai paura, bambina mia! Resta da me, se farai tutte le faccende di casa a puntino, ti troverai bene! Devi solo stare attenta a rifarmi il letto per bene e a sprimacciarlo a dovere, perché le piume volino via e cada così la neve sulla terra. "Io sono Frau Holle".
Data la gentilezza con cui la vecchia le aveva parlato, la ragazza riprese coraggio, accettò la proposta e si mise al servizio della donna. Svolse tutti i lavori con piena soddisfazione della vecchia e il letto lo sprimacciava sempre con tale energia che le piume volavano all'intorno come fiocchi di neve. In cambio, stava bene in quella casa, mai una parola cattiva, e tutti i giorni in tavola non mancava né il lesso né l'arrosto. Era già un bel pezzo che la ragazza stava da Frau Holle, quando, a un certo punto, cominciò a sentirsi triste. All'inizio non sapeva neppure lei cosa le mancava, ma alla fine si rese conto di avere nostalgia di casa. Benché qui, da Frau Holle, stesse mille volte meglio che a casa sua, sentiva però nostalgia di tornarci. Ne parlò con la vecchia: "Mi è venuta nostalgia di casa, e anche se laggiù non sto bene come qui, non posso restare ancora; devo tornare dai miei". Frau Holle rispose: "Mi fa piacere che tu desideri tornare a casa, e poiché mi hai servito così fedelmente, ti voglio portare lassù io stessa". La prese per mano e la condusse davanti a un grande portone. Questo si aprì, e, appena la ragazza fu sotto la volta, cadde giù una scrosciante pioggia d'oro, e tutto quell'oro, che era davvero tanto, le restò attaccato addosso. "È giusto che tu lo abbia, perché sei stata laboriosa", disse Frau Holle, riconsegnandole anche il fuso che le era caduto nel pozzo. In quel mentre il portone si richiuse e la ragazza si trovò lassù nel mondo, non distante dalla casa della madre. E quando arrivò nel cortile, il galletto che era appollaiato sul pozzo cominciò a cantare:
"Chicchirichì!
La nostra fanciulla tutta d'oro, eccola qui!"

Entrò in casa e, dato che era tutta coperta d'oro, ebbe una buona accoglienza dalla madre e dalla sorella. La ragazza raccontò tutto quello che le era capitato, e quando la madre sentì come le era arrivata tutta quella ricchezza, s'intese di procurare la stessa fortuna alla figlia brutta e pigra. Quest'ultima dovette mettersi accanto al pozzo a filare, e, per sporcare di sangue il fuso, si punse la mano infilandola fra i rovi. Poi gettò il fuso nell'acqua e ci saltò dentro anche lei. Come l'altra arrivò su un bel prato e imboccò il medesimo sentiero. Quando fu in prossimità del forno, ecco il pane che grida: "Oh, tirami fuori, tirami fuori, se no brucio! È un bel pezzo che son cotto". Ma la pigra rispose: "Sì, avessi voglia di sporcarmi!" e tirò avanti. Subito dopo arrivò vicino al melo, che gridò: "Oh, scuotimi, scuotimi, noialtre mele siamo bell'e mature!". Ma lei rispose: "Ma che sei matto, me ne avesse a cascare una in capo!". E tirò dritto. Quando fu davanti alla casa di Frau Holle, non ebbe paura perché sapeva già dei dentoni, e subito si mise al suo servizio. Il primo giorno, facendo forza su se stessa, fu laboriosa ed eseguì tutto quello che Frau Holle le diceva di fare. Il secondo giorno, però, cominciò a bighellonare, e il terzo ancora di più e finì che la mattina non voleva neppure alzarsi. Non rifaceva neanche a dovere il letto di Frau Holle e non lo sprimacciava in modo che le piume volassero via. Tutto ciò non piacque alla vecchia che la licenziò. La pigra ne fu contenta perché pensava che adesso sarebbe stato il momento della pioggia d'oro. Frau Holle condusse anche lei al portone, ma, quando fu sotto la volta, al posto dell'oro, le si riversò addosso un paiolo di pece. "È in ricompensa dei tuoi servigi", disse Frau Holle, e chiuse il portone. La pigra arrivò a casa, ma era coperta di pece, e il galletto sul pozzo, appena la vide, si mise a gridare:
Chicchirichì,
la nostra fanciulla tutta sudicia, eccola qui!"

E la pece le restò attaccata addosso e non volle andarsene finché visse

Da:
http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/grimm/holle.htm



E le Mamme Natale?



Si è spesso cercato - lo hanno fatto soprattutto gli scrittori - di attribuire a Babbo Natale una compagna. William Joyce in À ce soir, Père Noël ha messo in scena una «coppia Natale» regale che vive al Polo Nord e che accoglie in casa tre bambini perdutisi nella loro dimora. In I balocchi di Babbo Natale, Marie-José Sacré e Évelyne Passegand inventano una Mamma Natale bisbetica che tiene occupato il suo sposo facendogli fabbricare giocattoli. In Svizzera, Babbo Natale è spesso accompagnato dalla sua sposa che, curiosamente, è santa Lucia. In realtà - e da molto tempo (vedi l’antico nome germanico del solstizio d’inverno: «notte delle madri» o «della madre») - alcuni personaggi femminili sono stati associati a questo periodo di Jul/Natale. Anzi: quando queste entità femminili esistevano, hanno spesso preceduto i loro omologhi maschili (vedi Babbo Gelo, accanto all’arcaica Babouchka o Befana italiana, che non fu mai soppiantata, come distributrice di regali, da san Nicola o da Gesù Bambino). Si possono distinguere tre principali categorie di «Mamme Natale» che potranno ritrovarsi anche in uno stesso personaggio: le dispensatrici (di regali, di bambini), le condottiere della caccia selvaggia e le filatrici. Le prime due categorie svolgono funzioni assimilabili a quelle maschili. Al contrario, la terza è specificamente femminile e corrisponde a un’attività arcaica, quella delle donne che tessono la grande tela del destino (destino dei mondi, degli esseri...) e che, di conseguenza, si pongono come ordinatrici o regolatrici del mondo (funzione essenziale). In un certo senso, sono senz’altro manifestazioni di un personaggio sciamanico antichissimo, la vecchia madre delle ossa, che recuperava le ossa degli sciamani smembrati (simbolicamente, in una cornice iniziatica allegorica) dopo la loro iniziazione, e ricostituiva la struttura psicofisica dell’impetrante. Poteva affidare questo lavoro ai nani, sottoterra. Le Norne, queste dee filatrici germaniche, avevano un telaio costituito - si diceva - di ossa. Si noterà che la maggior parte di questi personaggi femminili sono bipolari, poiché presentano aspetti al tempo stesso terrificanti e benefici. Inoltre, anche alcuni tratti del loro aspetto fisico sono spesso mostruosi. In effetti, hanno conservato le caratteristiche precise, bipolari, del loro antico statuto di divinità pagane, non assimilate dal cristianesimo, mentre i loro corrispettivi maschili dividevano gli aspetti antinomia tra due esseri diversi. Le due «Mamme Natale» più rappresentative sono germaniche e si chiamano Holda e Perchta. A volte si confondono, ma la prima appartiene soprattutto al Nord e al Centro della Germania e si manifesta la notte di Natale, mentre la seconda opera soprattutto nel Sud della Germania all’Epifania. Entrambe riuniscono le tre funzioni: distributrice, condottiera della caccia selvaggia e filatrice. L’una e l’altra hanno un aspetto spaventoso, pur mostrandosi buone nei confronti dei bambini. Nella Germania centrale, dunque, la personificazione femminile di Natale era chiamata Holda o Holt. Per metà strega, per metà fata, è una signora vecchissima (a volte, la si vede con tratti giovani) dai capelli bianchi e dai denti grandissimi. Vive in una grotta dove passa le sue giornate a filare e a fare le pulizie. La lascia soltanto una volta all’anno, a Natale, per portare felicità e prosperità alle famiglie. Malgrado la sua fisionomia un po’ inquietante, i bambini tedeschi l’aspettano la sera di Natale, perché viene a distribuire i regali. La ritroviamo nei fratelli Grimm con il nome di Frau Holle. Quando Frau Holle rifa’ il letto - si legge in Le fate dei Grimm - le piume del guanciale cadono sulla terra sotto forma di fiocchi di neve. In Norvegia, è Huldra o Hulda. Questi nomi sono stati legittimamente accostati a quello della dea nordica dei morti, Hel, benché Holle sia piuttosto una dea dell’agricoltura in queste regioni. Ma nell’antica tradizione germanica vi è un legame tra Morte e Fecondità. D’altronde, si è fatto di Holle, come di Odino-Wotan, una cacciatrice, una condottiera della caccia selvaggia, o almeno un membro della schiera di Wotan nella forma di «Dama Bianca». Si dice in particolare che conduca il corteo dei bambini morti in età neonatale. È il caso della Huldra norvegese Ed è probabilmente Frau Gode o Wode (esplicitamente, Wode è un nome di Wotan), una cacciatrice di Mecklembourg, che cavalca un cavallo bianco (come il dio) accompagnata da una muta di mastini e di altre bestie selvagge. Logicamente è stata assimilata, in particolare dai predicatori cristiani, a Diana cacciatrice che in Omero appare con il nome di Agrotera, cioè «quella delle bestie selvagge». Quest’antica dea greco-romana era intimamente associata al cervo. A proposito di Diana, si può d’altronde segnalare una curiosità che esalta l’antichità della tradizione britannica legata al cervo. Si dice che la cattedrale di Saint-Paul sia costruita su un antico tempio di Diana. Nel 1830, durante i lavori, fu infatti scoperto un altare di pietra dedicato alla dea e, più tardi, una statuetta di bronzo. Ora, Saint-Paul è stata per molto tempo - almeno fino al XVI secolo - la cornice di una cerimonia singolare, il blowing of the stag, l’«abbattimento del cervo», che si svolgeva due volte all’anno, per la festa della Conversione e la festa della Commemorazione di san Paolo. In ogni occasione si abbatteva un cervide: una cerva per la prima festa e un maschio per la seconda. La testa della bestia sacrificata veniva quindi poggiata su un palo. Una processione usciva dalla cattedrale e i suonatori soffiavano nelle trombe nelle quattro direzioni. Questa cerimonia risale probabilmente ai tempi precristiani. Ma ritorniamo a Holda nella veste di dea dell’agricoltura. In Francia, è Abundia (Habonde, in Jean de Meung) o Satia, e in Italia è Richella: questi tre nomi significano «Abbondanza», vocabolo idoneo a una dea dell’agricoltura. Nell’Inghilterra anglosassone sarà riconosciuta nei tratti di una dea misteriosa chiamata Sataera o Saeter. Quest’ultima ha dato il suo nome al sabato: Saturday, giorno di Saeter. Notiamo che questa divinità era considerata - logicamente, come Holle - una dea dell’agricoltura. Potrebbe essere dunque la controparte femminile di Saturno, lui stesso dio della Semina e delle Messi e Signore del Sabato. Nel XIII secolo, Guillaume d’Auvergne raccontava già che le «Signore della Notte», guidate da Domina Abundia o Satia, si libravano nell’aria e invadevano le cantine dove mangiavano e bevevano, ma in cambio portavano la prosperità alla casa. Così, malgrado la sua appartenenza alla caccia selvaggia e alcuni tratti tenebrosi, Holda è davvero una dea protettrice, una dea-fata che veglia particolarmente sui bambini piccoli e le donne. In alcune regioni, d’altronde, è nota semplicemente come regina delle fate. E a volte, ma di rado, la si è vista accompagnare san Nicola. Nel Sud della Germania, invece, è dunque una Dama Perchta (Berchta, Bertha, Berta o Eisenberta) che passa con la caccia selvaggia durante Jul e anche lei è stata dunque assimilata a Diana. Nella notte dell’Epifania, lascia la sua schiera per scendere sulla terra e distribuire regali. Nonostante questa funzione, i suoi tratti più terrificanti restano intatti. Ha la fama di uccidere e sventrare con facilità bambini e adulti. Si dice che abbia un «naso di ferro», che la fa assomigliare a un uccello predatore (vedi il poeta tirolese Hans Vinte, verso il 1410). Per proteggersi, furono escogitati metodi diversi: far dormire i bambini sotto la culla, durante quella notte; appendere ferri da cavallo alla porta delle coppie senza figli; lasciare sulla tavola e sul tetto i resti del pasto della famiglia; e, soprattutto, fare sfilate di maschere e travestimenti. Nel Tirolo, un grande carnevale organizzato durante lo Jul, e precisamente nel giorno dei SS. Innocenti, il 28 dicembre, lo Schemenlaufen («corsa delle maschere»), era originariamente una festa in onore di Perchta (Perchtlaufenl, «corsa di Perchta» o Perchtafest).

Malgrado gli aspetti cupi e l’appartenenza all’inquietante Caccia spettrale, è paradossalmente soprannominata «la brillante» o «la luminosa». E, in fondo, la sua venuta era una garanzia di fertilità futura. Inoltre, proteggeva le colture e guidava le anime dei bambini non battezzati (in altri termini, morti in età prematura).Condivideva dunque questa funzione con Holda ma Perchta, detta «la Filatrice», è prima di tutto, come indica il suo soprannome, la grande dea filatrice dei Germani, la Frigg/Frigga delle regioni più settentrionali (Frigg - la sposa di Odino, l’archetipo della Madre - il cui attributo principale era la rocca). Questo simbolismo la rimanda alle Nome (le tre filatrici nordiche del Destino, corrispondenti alle Moire o Parche della tradizione greco-romana) e in particolare alla più antica tra esse, Urd. Si dice che quest’ultima metta alla prova le filatrici, che ricompensi le meritevoli e imbrogli la canapa o il lino delle negligenti, soprattutto se osano filare durante lo Jul, tempo in cui quest’attività era vietata. Durante questo periodo, la filatura era appannaggio delle sole Norne che filavano i destini - il Wyrd -dell’anno successivo. In Francia, il suo equivalente era Berta la filatrice, presunta figlia del duca di Alemannia, che appare anch’essa con i tratti di una cacciatrice regale.
Pur ricompensando con facilità, Perchta se ne va in giro con un bastone, che ricorda forse la sua rocca, per punire i bambini disobbedienti. È nota anche come protettrice delle donne senza bambini e divinità della fertilità vegetale. Un personaggio del folklore francese, la zia Arie, ricorda molto Perchta. Come quest’ultima e come Holda, è per metà fata, per metà strega. Spesso gigantesca, si dice che abbia denti di ferro, come Holda, e zampe d’oca. Nella notte tra il 24 e il 25dicembre, giunge con il suo asino che porta due gerle e una campanella. Entra dal buco della serratura, il camino o la finestra, porta dolci ai bambini buoni e colpisce con la verga i bambini disobbedienti. Anche lei vive in una caverna e, come Perchta, la zia Arie fila laboriosamente durante tutto l’anno e mette alla prova le filatrici. Imbroglia il filo delle cattive filatrici e ricompensa le migliori. Si racconta che può perfino trasformarsi in serpente: in questa occasione, distribuisce borse piene d’oro e in cambio le viene offerto pane e latte o un ramo di vischio. Altre personificazioni femminili di Natale, che accompagnano o meno san Nicola, sono probabilmente altre forme di Holda o di Perchta tra cui Budelfrau, Butzenbercht (allusione esplicita a Berchta) e Klausenweiblein (moglie di Nicola). Se si considera il nome germanico-anglosassone della festa del solstizio d’inverno, la Modranicht («notte delle madri, o della madre») e che questo nome, proposto da Beda, sia autentico, è probabilissimo che una grande dea filatrice - e prima fra tutte Frigg - o un gruppo come le Norne, sia stato celebrato in quell’occasione. Dal punto di vista simbolico, sembra logico tessere in questo periodo di solstizio - l’anno in formato ridotto - il Wyrd (destino) dei mesi futuri. Il ricordo di queste madri germaniche sembra essersi conservato in alcuni luoghi: così, le fate di Natale, le buone Signore dei cantoni svizzeri di Neuchâtel e di Berna e le dame bianche dei Pirenei visigoti ci sono probabilmente allusioni alle antiche «madri» germaniche. Tutte, secondo Van Gennep, distribuivano regali e in cambio si offriva loro un pasto.
Un altro personaggio femminile tipico di questo periodo è la Signora di Natale (la Madre?) che arriva il 24 dicembre, incoronata di candele o di rose, vestita di bianco come santa Lucia, con lunghi capelli biondi. I personaggi mascherati che la rappresentano durante le processioni indossano una parrucca di canapa e si infarinano il viso per accentuare il biancore, in contrasto con il viso ricoperto di fuliggine del Santa Claus di Moore o degli orchi/Castigamatti. Ha una campanella d’argento nella mano destra e un cesto di caramelle nella sinistra. Fin dall’autunno, presso i Sorbi, una tribù slava della Germania orientale, arriva la Besherkind o
Kindlein.
È un uomo travestito da donna (a volte semplicemente una donna) velata di bianco. Il suo vestito è ricoperto di nastri. Una ragazza la guida. In mano, la Besherkind tiene un fascio di rami di betulla per punire i disobbedienti, ma ricompensa d’altro canto i meritevoli con noccioline, mele o dolci.
Quanto a santa Barbara, festeggiata il 1° dicembre, e associata alla rinascita e alla fertilità, accompagna talvolta san Nicola nei suoi giri di distribuzione di regali il 6dicembre. Più a Sud, ricordiamo che gli antichi Romani tributavano un culto alla dea Fortuna dei Saturnali, per la quale si lasciava un posto a tavola, e alla dea Strenia delle Calende che ha dato il suo nome alle strenne. Ma in Italia, il personaggio più importante del periodo di Natale/Capodanno è la Befana. Ancora oggi, svolge lafunzione di Mamma Natale a Roma (mentre in altre regioni d’Italia, è Babbo Natale o più in generale Gesù Bambino). È presentata come una strega vecchia e gentile tutta vestita di nero, con grandi denti (decisamente una caratteristica comune a moltissime di queste donne Natale). Per l’esattezza, la Befana è la personificazione dell’Epifania (6 gennaio). Durante questa notte, tra il 5 e il 6, viaggia su una scopa sciamanica per distribuire i suoi regali attraverso i camini. In Toscana, le questue dei bambini si chiamavano Befanate. La leggenda vuole che la Befana sia stata scacciata dall’Europa del Nord da san Nicola, che la prese per una strega cattiva: «Un tempo la Befana / la Befana se ne andava /A cavallo sulla scopa / E il vento / Il vento del Nord ululava» diceva la canzone intonata dai bambini toscani durante la questua. La leggenda cristiana racconta che un giorno, raccogliendo la legna, la Befana si sarebbe imbattuta nei Re Magi che cercavano il Bambino Gesù e si sarebbe rifiutata di seguirli. La Befana avrebbe poi cambiato idea e avrebbe deciso di raggiungerli ma si sarebbe persa e sarebbe atterrata (ricordiamoci che viaggia sulla sua scopa magica) in Italia. La Befana sente la mancanza del Bambino Gesù che non riesce a trovare e, per compensare, distribuisce regali a tutti gli altri bambini. La Babouchka russa, una vecchia nonna che porta i regali, ha un destino molto simile alla Befana. Anche lei si sarebbe rifiutata di accompagnare i Re Magi o li avrebbe indirizzati verso una direzione sbagliata. Secondo un’altra tradizione, non avrebbe accettato di ospitare la santa famiglia cristiana (Gesù e i suoi genitori) durante la fuga in Egitto. Comunque sia, deve riparare a una delle sue colpe distribuendo regali ai bambini. Il folklore francese ha conservato il ricordo di inquietanti personaggi femminili di Natale. Nel Giura, Chauchevieille (Chauchepaille o Trotte-vieille) terrorizzava coloro che non andavano alla messa di mezzanotte. Nel Vallese svizzero, ricompensava i bravi bambini. Quanto alle Trotte-vieilles della Haute-Saône, anche queste «fate dall’aspetto di donna ma munite di corna» (Van Gennep) facevano regali ai bambini meritevoli, punendo invece quelli cattivi. Si cercava di rendersele amiche offrendo loro una minestra calda e la loro venuta era una «gioia per la casa»
Da: La vera storia di Babbo Natale di Arnaud d’Apremont


Babbo Natale – il Signore del Disordine medievale


Le Feste dei folli del Medioevo, continuazione diretta dei Saturnali, rappresentano una sorta di trait d’union tra i due. Questa dimensione di Signore del Disordine ci farà affrontare Babbo Natale in quanto Signore dei Paradossi. Babbo Natale è una creatura della Notte (momento del suo passaggio nel cielo) e del Freddo (Inverno), ma egli è Gioia. È l’eroe dell’Infanzia eterna, ed è vecchio. È stato forse un tempo il terrificante Gargan, che ha ispirato gli orchi delle nostre favole, ed è diventato il simpatico vecchietto di Natale. E potremmo continuare all’infinito citando tutti i paradossi del personaggio. Abate della Sregolatezza, Abate della Festa, Abate del Malgoverno, Abbas Stultorum, Re dei folli, Principe dei Quattro soldi: è inutile soffermarsi a lungo su questi personaggi «merlineschi» della dismisura, del paradosso, dell’ambiguità e della follia, eroi delle feste dei folli medievali (discendenti dirette degli antichi Saturnali romani), di cui gli inglesi hanno conservato un vivo ricordo dietro il nome di Lord of Misrule.
Gli storici delle religioni e i folkloristi sono d’accordo nel fare di questo «Signore del Disordine» l’antenato di Babbo Natale. Tra la «solidarietà accresciuta e l’antagonismo esacerbato» delle feste di Natale, già rilevati da Lévi-Strauss, l’Abate della Festa, il Signore del Disordine, gioca un ruolo di mediazione, comandando gli eccessi in nome delle autorità regolari, ma al tempo stesso, e per conto di queste stesse autorità, contenendoli in limiti... ragionevoli. Il colmo per un personaggio della sregolatezza! Allo stesso modo, Babbo Natale canalizza l’attesa e la speranza dei bambini. È responsabile della scelta e della quantità di regali e assolve così i genitori che non hanno esattamente soddisfatto - o non hanno potuto soddisfare - i desideri dei loro bambini. Ma è al tempo stesso l’immagine del Natale, un tempo di allegria dove tutto è permesso ai bambini, grazie alla mediazione di Babbo Natale... entro limiti ragionevoli.

Da: La vera storia di Babbo Natale di Arnaud d’Apremont


Babbo Natale – il druido-sciamano Merlino


Con Merlino, affrontiamo il carattere sacerdotale del personaggio di Natale e la sua dimensione di spirito della Natura. Si trascura spesso l’associazione di Babbo Natale con il malizioso Merlino, archetipo del saggio. Tuttavia, è facile immaginare il mago con l’aspetto del vecchio di Natale. In un certo senso, Merlino è Babbo Natale, che ha lasciato gli abiti invernali per indossare il verde della primavera, anzi, le corna come Herne, in alcuni autori. Questa immagine di uomo selvaggio è particolarmente chiara in alcuni cronisti come Goffredo di Monmouth. Nella sua Storia dei re di Britannia descrive un Merlino folle, che mangia bacche e erba nella foresta, come un animale selvaggio... o Herne. E come Herne, Merlino è spesso associato al cervo. Nella Vita di Merlino, dello stesso Monmouth, si legge un episodio curioso. Merlino scopre un giorno che la moglie, Guendalina, sta per sposare un altro uomo. Il mago riunisce allora un branco di cervi e si reca alle nozze in groppa a un cervo. Arrivato sul posto, strappa i palchi del suo cervo, li getta sul promesso sposo e lo uccide fracassandogli la testa. Quindi riparte verso la foresta sul cervo mutilato ma cade attraversando un fiume e viene catturato. Nel suo Quest for Merlin, Nikolai Tolstoj sostiene che Merlino non mutila il suo cervo (la traduzione deriverebbe da un’interpretazione scorretta) ma si impadronisce dei palchi che aveva in testa. Dunque, Merlino, Herne e Cernunnos incarnerebbero un unico personaggio: il Signore degli Animali e, più precisamente, degli animali selvaggi della foresta. Ma è anche il Signore selvaggio della Natura, il Signore delle Fate e dei Folletti (gli stessi folletti che saranno gli assistenti di Babbo Natale). È, ancora lui, Robin Good-Fellow o Puck (piccolo elfo dai piedi di capro, come Pan e Fauno), incarnazione dello spirito della Natura. Nel Nord scandinavo sarà chiamato Kornbocke (uno spirito del grano con le corna e i piedi di capro), Putz in Germania, Pwca (Pooka) nel Galles, Puki in Islanda.
Come Merlino, Puck è malizioso ma aiuta tutti coloro che lo riconoscono e lo amano. Al contrario, perseguita coloro che ingannano i loro amanti («un sogno per alcuni, un incubo per altri», così si presentava Merlino nell’Excalibur di JohnBoorman). Questo spirito dei boschi si incarna anche nel Jack (Jack in the Green) del folklore inglese, che, arrampicandosi in cima al fagiolo, riflesso dell’albero del mondo, passerà nel mondo dei giganti, come l’uomo della tradizione nordica va da Midgard (il mondo degli umani) a Jötunheim (il mondo dei giganti) arrampicandosi sull’Yggdrasill. È il Green man, così diffuso nella scultura inglese, soprattutto nelle chiese, curiosamente, che i francesi chiamano il fronzuto, tête de feuilles (testa di foglie) (cfr. Villard de Honnecourt), masque-feuille (maschera-foglia; in tedesco Blattmaske; le più antiche rappresentazioni del Green man si trovano a Neumagen,vicino a Treves, e risalgono all’epoca romana).
Merlino ha qualcosa di tutti questi personaggi e di conseguenza diventa lo sciamano per eccellenza, perché è tutt’uno con l’essenza naturale. Ora, che cos’è Babbo Natale se non questo spirito della Natura che rinasce in primavera? Egli porta la gioia nel cuore delle Tenebre e annuncia la rinascita. È l’incarnazione stessa della Tradizione, il «vecchio» che trasmette i suoi doni, il suo insegnamento, il suo messaggio di Speranza, di Vita e di Amore ai bambini per i tempi futuri. Babbo Natale ha qualcosa di dionisiaco ma anche di apollineo, come una magnifica sintesi del genio antico e del suo istinto vitale. Dioniso, che nasceva il 6 gennaio, dio del Vino e della Vegetazione, era celebrato con grandi feste, antenate dei Baccanali e dei Saturnali romani che annunciano, a loro volta, il Natale. Pan, personaggio dionisiaco per eccellenza e spirito della Natura, ha probabilmente dato il suo nome alla parola «panoplia» che, prima ancora di designare il travestimento, cosa che non è senza rapporto con il nostro argomento, designava delle cerimonie religiose complesse.

Da: La vera storia di Babbo Natale di Arnaud d’Apremont