venerdì 7 gennaio 2011

Il Glögg, la bevanda di Babbo Natale

L’inverno è decisamente la mia stagione preferita, non sopporto più l’estate, vorrei che non arrivasse mai. È una stagione davvero magica, che riserva sempre qualche sorpresa.

Ad esempio, dopo una passeggiata nel freddo o nella neve ci si può immergere nel… Glögg! Eh sì, si può proprio fare un bagno nel vino caldo speziato svedese.

Quindi buttiamoci nella vasca piena d’acqua bella calda e laviamoci con il bagnoschiuma della Lush, che ci ridarà i Bollenti Spiriti (come dicono giustamente loro), ingredienti: arancia e limone, vino rosso, brandy, cannella e chiodi di garofano (gulp!!!!).
Si sono ispirati proprio al famoso vin brulé del Grande Nord.


E mentre si fa il bagno e ci si ritempra perché non bere nel frattempo anche un bicchiere di… Glögg? Uno solo, sennò ci si ubriaca troppo e si affoga, ihihihihihih!




Ho trovato la ricetta su http://www.spaghettitaliani.com/

Questa è la versione della signora Guglielmina Larsson:

Ingredienti

1 bottiglia di vino rosso½ tazza di vodka

10 grammi di cannella in stecca
10 grammi di chiodi di garofano
300 grammi di zucchero
½ cucchiaino di zucchero vanigliato
mandorle spezzettate
uvette


Facoltativo
2 grammi di semi di cardamomo

Esecuzione
Lasciate le spezie in infusione nel vino a freddo per 24 ore.
Preparate i bicchieri con le mandorle e le uvette sul fondo.
Filtrate, aggiungete gli altri ingredienti e fate bollire per qualche minuto.




La dea delle foreste. Il nucleo totemico della Befana



Nelle tradizioni popolari dell’Europa legate alla figura della Befana, come pure a figure simili o comparabili, si possono individuare chiaramente dei tratti zoomorfi, che si devono far risalire alle configurazioni più antiche dal punto di vista della stratificazione secolare intorno al personaggio.
Spesso nelle pitture vascolari dell’area mediterranea la figura della dea si fonde con le raffigurazioni di uccelli quali l’airone rosso o la cicogna, animali carichi di energia fecondante e portatori di bambini. Le cicogne erano tenute in grande considerazione dai Tessali, tanto che chiunque osasse uccidere una cicogna veniva condannato all’esilio. Le tribù slave e germaniche attribuivano al picchio e alla cicogna il trasporto della fiamma celeste. La cicogna, che di solito appariva all’avvicinarsi della tempesta e della bufera, veniva ritenuta un simbolo di questi fenomeni naturali. Il colore rossiccio delle sue zampe dava il pretesto per metterla in relazione con le forze del fuoco e della luce del sole. In Germania si credeva che la casa su cui la cicogna nidificava fosse immune dal fulmine. Nessuno osava uccidere una cicogna, e nemmeno distruggerne il nido. Il cigno e la cicogna, oltre ad accompagnare i defunti nell’aldilà, sono portatori delle anime dei neonati mandati da Holda per iniziare la sua vita terrena. La cicogna in autunno vola nel suo Engelland, il regno celeste, smette il suo abito pennuto ed assume aspetto umano. In primavera ritorna trasformata di nuovo in uccello, e nidifica sul tetto della casa accanto alle persone amiche. In Russia essa era accolta come un caro ospite e le si offrivano semi di lino e di canapa.
Questi esempi ci suggeriscono tre considerazioni: la prima è che l’aspetto esteriore dell’animale ha influito sull’immaginazione umana, favorendo l’assimilazione di questo volatile con il fuoco e il fulmine.  Un secondo motivo, non meno importante, è rappresentato dal legame della cicogna con la dea delle foreste, Holda, protettrice dei defunti e dei neonati, portatrice di doni e benefattrice, una figura analoga alla Befana e ben nota nel folklore della Germania settentrionale. Questo fatto presuppone un rapporto di identificazione tra la cicogna e la dea germanica, da ricondurre all’idea arcaica di un’assimilazione con gli avi defunti, rafforzata dal particolare comportamento delle cicogne, che sono solite far ritorno ogni anno al loro nido sul tetto della medesima casa.
Il mito germanico allude alla compresenza nello stesso essere di una doppia natura: ora umana, ora animale; inoltre esso fornisce una spiegazione per comprendere il carattere sacro della cicogna. L’azione del volo e l’aspetto aviforme fanno parte delle rappresentazioni teriomorfe degli spiriti, i quali giungono alle loro dimore passando tra i tetti e i camini. La globalità delle fantasie sulla cicogna è quindi da ascrivere a questo processo di comparazione. In una fiaba zigana la cicogna ricompensa con un dono fatato il pescatore e sua figlia che la ospitano e le danno del cibo. In questo caso la cicogna si comporta come un’antenata mitica donatrice. Ritroviamo i tratti ornitomorfi nelle figure del periodo natalizio le cui caratteristiche e funzioni corrispondono a quelle della Befana. La Perchta austriaca, ad esempio, appare talvolta munita di becco e zampe di gallina, la Brezaia rumena, maschera natalizia femminile, è impersonata da un uomo che indossa un lungo mantello ed è cosparso di cenci multicolori. La testa è coperta da una maschera zoomorfa: di capro, lupo, gallo, cicogna o pavone. Il becco o la mascella dell’animale viene fatto muovere dall’uomo al ritmo di un violino. A questa maschera rumena corrisponde in Ucraina la Bereza, condotta attraverso i villaggi dai koledari (giovani che visitano le case alla vigilia di Natale), e a Bürgenland la Lutschere.
Nelle tradizioni di aree particolarmente conservative la Befana stessa si presenta sotto il sembiante di volatile, come ad esempio in Sicilia, dove la sera del 24 dicembre in alcune città e villaggi esce la Vecchia di Natali, un fantoccio accompagnato da monelli che suonano corni di bue, picchiano padelle e casseruole, fischiano e fanno un chiasso infernale, mentre gridano La Vecchia di Natali. Questa figura condotta dai ragazzi, chiamata anche Strina o Befana, si trasforma a volte in animale per lasciare regali ai bambini. A Cefalù la Strina si cambia in formica, mentre a Corleone essa scende dalle montagne che circondano il paese, e sotto forma di uccello o di altri animali entra nelle case a riempire le calze dei bambini. Questo essere misterioso è invisibile, e non vuole che i bambini la vedano, per questo si avvolge in un lenzuolo ed incede al suono di una campana di vacche.
È interessante, al fine di rilevare lo strato zoomorfo più arcaico caratterizzante la figura che chiameremo per riassumere “La Vecchia di Natale”, comparare le usanze e i miti siciliani con l’immagine di una maschera della Germania meridionale, nella quale il personaggio omologo appare rivestita di una pelle di mucca. La Wilde Bertha, detta anche Eisenbertha, ha un viso terribile, capelli arruffati ed un lungo naso. Regge in mano una scopa ed ha le spalle coperte da una pelle di mucca. In questo caso Bertha reca in mano la scopa come suo emblema, e non se ne serve ancora per volare. Dunque la figura rappresenta la fase più antica del personaggio, quella di signora degli animali. Sulle spalle essa indossa una pelle di mucca, evidentemente una spoglia primitiva, che troverà sviluppo nel sacco ricolmo di doni, ma anche attributo animale, e quindi una prova importante dell’originaria natura ferina di Bertha.
Analogamente la Juno Caprotina, l’antica dea di Lanuvio, ha le spalle ricoperte da una pelle di capra, animale col quale la dea è spesso identificata; mentre la Juno Sospita da Fidenae ha la testa sormontata da un copricapo boomorfo, pur mantenendo sembianze femminili, straordinariamente simili alle dee del lontano oriente, le sorridenti dee di Bali, o le più note dell’India vedica. Particolarmente interessanti a questo proposito le figure di antefisse riportate alla luce nell’area di Antemnae e Fidenae.
Tutte queste divinità rispecchiano la primordiale natura zoomorfa della dea, e la sua capacità di assumere aspetto animale, o di conservarne alcuni tratti, anche quando essa si presenta sotto la forma umana. In quanto signora della foresta, Bertha poteva ben rivestire la forma dell’animale sacro nel quale si immedesimavano le dee mediterranee, come pure le divinità germaniche e slave. In Russia e in Germania sono note leggende sulle streghe dotate di coda di mucca. Attributi boomorfi posseggono anche le Trotte-vieilles, fate che appaiono in Svizzera nel periodo di Capodanno con aspetto di donna, ma munite di corna di mucca, sulle quali esse sollevano i bambini cattivi, per poi posarli nel rigagnolo davanti alla porta. Sotto le più svariate denominazioni ritroviamo quindi un’omogeneità sostanziale che caratterizza la figura della “Vecchia di Natale” nella sua multiforme apparenza. Non a caso i tratti boomorfi sono una caratteristica molto diffusa nelle rappresentazioni mitologiche di tutta l’area indo-mediterranea, ricorrendo in abbondanza nei miti, nelle leggende ed anche nelle opere letterarie di un’ampia area geografica, che abbraccia tutta l’Europa, dalla Spagna agli Urali, e soprattutto l’Asia Minore, dove il mito trova la sua più ampia diffusione a Creta, con la civiltà minoica, fino agli altipiani dell’India e della Persia.
La presenza di figure boomorfe nel ciclo delle feste invernali è attestata, oltre che dalle numerose testimonianze rilevate presso vari popoli, dalla caratteristica usanza siciliana di cuocere il giorno dell’Epifania dei buoi di pasta per i bambini. L’uso è noto anche nelle campagne polacche, lusaziane e russe, dove durante le feste natalizie si distribuiscono ai koledari, che visitano le case, dei pani a forma di mucche e montoni. È proprio questa antica usanza ad aver determinato il nome di korovaj dato in Russia al pane natalizio e nuziale, dal russo: Korova; antico slavo Krava, “mucca”. In alcuni luoghi questi pani prendono il nome di korovki, “vaccarelle”, oppure kozuli “, caprette. L’analogia con le usanze dell’Italia meridionale è ancora più evidente se osserviamo che nel Salento si chiama vaccaredda una pagnotta di pane per gli amici, ed in Calabria vaccarella una schiacciata di pane per i bambini. Si tratta evidentemente di rappresentazioni teriomorfe degli avi. Tuttavia, dato che questi dolci vengono preparati il giorno della festa dedicata alla Befana, non sarebbe forse azzardato supporre un’identificazione tra la figura della Befana e i pani di forma boomorfa. Questa assimilazione si può configurare come reminiscenza di un arcaico sembiante zoomoorfo della Befana stessa, del suo nesso con la figura della mitica mucca, una volta terrestre, e in seguito divenuta astrale e cosmica, assimilata alla luna, alle streghe e alle grandi divinità femminili del mondo mediterraneo.
Da: L’incanto e l’arcano: per una antropologia della Befana, di Claudia Manciocco e Luigi Manciocco

giovedì 6 gennaio 2011

Gli accompagnatori tenebrosi di San Nicola


San Nicola era spesso accompagnato da un aiutante tenebroso.

Ma perché ci fu bisogno di inventare un accompagnatore nero per san Nicola? Il santo non poteva semplicemente ereditare le funzioni dei personaggi antichi che sostituiva? Certo che no! Anticamente - e coerentemente con l’etica bipolare tradizionale - le divinità riunivano funzioni ambivalenti, benefiche e terrificanti. Il cristianesimo dualista separò le funzioni: era impossibile immaginare aspetti negativi di Gesù e dei suoi discepoli, i santi. Così si videro ben presto i personaggi benefattori (Gesù, i santi o le sante e perfino i Re Magi) accompagnati da personaggi orribili, che recuperavano le antiche funzioni spaventose. Era inoltre auspicabile, secondo una mentalità “pedagogica”, che alcuni personaggi incarnassero una minaccia per spaventare i bambini birbanti (“se non mangi la minestra, l’orco verrà a prenderti”). Ancora una volta, se un tempo un’entità pagana poteva facilmente incarnare funzioni positive e negative, era inconcepibile fare di un santo, e a maggior ragione di Gesù,un riparatore di torti. Molti di questi accompagnatori sono stati di fatto creati e resi popolari dai pedagoghi a partire da personaggi interamente storici.
Castigamatti (Père Fouettard), ad esempio, il cui nome evoca la frusta, attributo fondamentale dell’accompagnatore, non sarebbe altro che la personificazione derisoria di Carlo V.
Nel 1553, durante l’assedio di Metz, in Francia, una caricatura dell’imperatore spagnolo, vestito di stracci e armato di frusta, fu portata in giro per tutta la città ed esposta ai lazzi, per iniziativa della corporazione dei conciatori.
Metz e la Lorena furono liberate, poco prima del 6 dicembre, e per ricordare e stigmatizzare la resistenza allo Spagnolo, si pensò di inserire la caricatura di Carlo V nel corteo di san Nicola, di cui sarebbe stato il servitore. La tradizione poi si perpetuò.
Secondo Van Gennep furono effettivamente i pedagoghi scolastici e non un’iniziativa popolare a inventare Castigamatti, e per la precisione, i gesuiti o i frati delle scuole cristiane. Aggiunge inoltre che si ritrova un equivalente del Castigamatti, con il viso e le mani anneriti dalla fuliggine, in Svizzera (Berna e Friburgo, regione cattolica), dove, ancora una volta, sarebbe stato introdotto da pedagoghi religiosi.
Allo stesso modo, nei paesi germanici era noto l’accompagnatore Hans Trapp, un personaggio dal viso annerito. Il suo nome deriverebbe da Jean (Hans) di Dratt (oTratt), morto nel 1503, maresciallo alla corte del conte palatino Filippo, che si era reso tristemente celebre per le esazioni inflitte alla popolazione civile. A proposito di questo Hans Trapp, un’usanza danese ancora osservata nel XIX secolo e riportata dal mitologo Axel Olrik, voleva che durante il periodo di Yule si disponessero i coltelli di casa con la lama ben affilata verso l’alto “per proteggere adeguatamente contro la Caccia Selvaggia” condotta da “Kònig Hans e il suo seguito” intenzionati a rubare lo Julschwein (maiale di Natale). Questo “König Hans” è probabilmente una manifestazione del condottiero tradizionale della Caccia, cioè Odino-Wotan. E se si tratta anche di Hans Trapp, ciò prova che al di là della storicizzazione del nome di Dratt, il personaggio è molto più antico.
Alcuni orchi sono dei semimostri, come il Krampuss svizzero, mezzo mostro, mezzo stregone. Gli accompagnatori sono scuri (di pelle nera o coperti di fuliggine o di pellicce), terrificanti, spesso pelosi, a volte cornuti (come in Russia e nei paesi slavi, dove l’accompagnatore del santo è nero, cornuto, con grandi orecchie rosse e appuntite) e rumorosi (durante la Caccia Selvaggia brandiscono generalmente delle catene o addirittura, secondo alcuni, sbattono le mascelle).
Spaventano i bambini con la frusta o le verghe, ma a volte la punizione si spinge oltre: minacciano i monelli di condurli lontano, anzi di divorarli, come nelle vecchie fiabe sugli orchi. Così Zwarte Piet (Pietro il Nero), l’accompagnatore del Sinter Klaus olandese, è un moro in abiti spagnoli che minaccia di portare in Spagna dentro al suo sacco i bambini disobbedienti. Questo personaggio ci riporta, come abbiamo visto, all’antico rancore olandese contro l’occupante spagnolo.
D’altronde, si nota che uno dei soprannomi dell’accompagnatore nei paesi germanici è Leutfresser, “cannibale”, forse un’allusione alla leggenda di san Nicola e dei tre bambini consegnati al macellaio. Ma non dimentichiamo che tutti questi personaggi fanno parte della famiglia degli orchi. Il termine francese “croque-mitaine” viene sicuramente da “croquer" (mangiare, sgranocchiare), ma la seconda parola pone maggiori problemi. L’ipotesi “mitaine”, cioè “guanto”, non avrebbe molto significato. I folkloristi hanno proposto di far derivare mitaine dall’olandese met jien, tedesco mädchen, “ragazza”. Il “croque-mitaine” sarebbe dunque un divoratore di fanciulle, ipotesi sinistra, certo, ma più verosimile. In inglese, l’equivalente di “croque-mitaine” è bugaboo, formato da bug, “goblin” e l’interiezione infantile boo, cosa che sembra subito meno spaventosa... anche se i goblin sono creature nelle quali è meglio non imbattersi da soli di notte (vedi soprattutto i romanzi di Tolkien).
D’altronde, non bisogna vedere inizialmente le verghe come uno strumento di castigo. Nelle rappresentazioni più antiche, questi fasci di verghe assomigliano a scope. Nelle tradizioni antiche, la scopa era un attributo delle divinità della fecondità (come le verghe, naturalmente) e perfino il simbolo del paganesimo nel Medioevo.
Per designare le coppie che si erano sposate secondo le antiche usanze e non in chiesa, si parlava di “matrimonio sulla scopa”. La scopa era un simbolo di fecondità, di fortuna e del tuono (il fulmine era spesso messo in relazione con la fertilità). Si conoscono molte rappresentazioni degli spiriti della natura (come Robin Hood o Robin Gai-Luron/Good Fellow) con una scopa. L’allusione agli spiriti della natura (Green Man, Jack in the Green, Robin...) non è qui gratuita poiché in molti luoghi, e in particolare nei paesi anglosassoni, sono stati spesso presentati come accompagnatori del santo, anzi come distributori di regali (fecondità).
Comunque sia, malgrado la distinzione tra il santo e il suo accompagnatore, l’iconografia mostra che in diverse regioni remote san Nicola, il distributore di regali, si confondeva totalmente - almeno nel suo aspetto esteriore - con il suo
accompagnatore. Prendeva allora l’aspetto di Pietro il Nero e poteva farsi chiamare semplicemente Nicola o Klaus. È qui evidente tutta l’ambiguità della relazione santo/accompagnatore.
Per continuare sulla via di questa ambiguità, soffermiamoci sul caso di uno di questi accompagnatori: Knecht Ruprecht, il tenebroso, il servitore nero dei paesi germanici. Ricordiamolo: è a lui che il bavarese Thomas Nast penserà quando cercherà di illustrare... il Santa Claus di Clement Moore. Difficile trovare un paradosso maggiore! L’accompagnatore diventa (ridiventa?) Babbo Natale al posto del vescovo di Mira. Orbene, secondo Dontenville, Knecht Ruprecht verrebbe dalle “profondità della mitologia germanica precristiana” e si identificherebbe con Wotan. Più precisamente, Ruprecht o Rumpanz sarebbe il dio originario soppiantato da san Nicola. Ancora più curiosamente, l’etimologia di questo personaggio tenebroso sarebbe, secondo Jakob Grimm (uno dei fratelli Grimm, gli autori delle celebri favole), “Brillante per la gloria”, il che lo identificherebbe, sempre secondo il mitologo, con Odino.
La tradizione associata a questo Ruprecht o Rupert è esplicita. Si dice che il garzone di fattoria Rupert è celebre per la sua “luminosità” (l’antico alto-tedesco hruodperaht, in questo senso, evocherà Berchta, “la luminosa”).
Rupert guida anche un corteo di tre personaggi femminili sull’isola di Usedom. La prima porta una bacchetta e un sacco di ceneri. La seconda cavalca un cavallo bianco. La terza monta un Klapperbock, letteralmente un “capro che sbatte” o un “cervo che sbatte” (perché bock può designare qualunque maschio selvaggio con le corna), lo stesso che sarà chiamato Jul bock in Danimarca. Questo Klapperbock è in effetti quello che gli inglesi chiameranno un hobby-horse o uno snap-horse (snap,”sbattere”) e i francesi un “cheval-bâton”, un’asta sulla quale è tesa una pelle di cervo recante all’estremità una testa di legno. Una corda è attaccata alla mascella inferiore e attraversa la mascella superiore cosicché tirandola, il cavaliere può far “sbattere” le mascelle. Sono note numerose tradizioni simili in Gran Bretagna, in particolare Snap the Dragon, che cadono piuttosto intorno al 23 aprile, festa di San Giorgio.
In ogni caso, con il piccolo corteo di Rupert abbiamo una rumorosa Caccia Selvaggia in formato ridotto con Rupert/Odino come condottiero, le ceneri al posto delle anime, il cavallo bianco al posto di Sleipnir - non dimentichiamo che il nome del cavallo di san Nicola è Slupinis – il
Klapperbock per il rumore e la bestia cornuta, simbolo di fecondità e di potenza.
La coppia san Nicola/accompagnatore tenebroso restituisce l’opposizione dualista cristiana bianco/nero, luce/tenebre, bene/male, Dio (san Nicola)/diavolo. In altri termini, si assiste qui alla demonizzazione da parte del cristianesimo dei tratti meno recuperabili delle antiche divinità pagane, anche se osservatori recenti, a cominciare da Van Gennep, facendo riferimento ancora una volta all’ipotesi pedagogica, ritengono che questi personaggi siano dipinti a tinte fosche soltanto per spaventare i bambini attraverso la paura tradizionale e irrazionale per gli spazzacamini e i
 carbonai.
Generazioni di bambini sono stati spaventati con la minaccia di essere portati via da questi lavoratori dal viso scuro e con un grande sacco.
E tutto ritorna: la rinascita moderna di Babbo Natale ha fatto scomparire quasi ovunque gli accompagnatori, più esattamente e senza dubbio alcuno, san Nicola. Gli accompagnatori, figli del paganesimo antico e delle religioni della Natura, hanno semplicemente ripreso la loro funzione originaria diventando Babbo Natale
.

Gli accompagnatori tenebrosi
Quasi tutti compaiono soltanto nei paesi germanici e nelle Alpi del Nord. Molti di questi nomi sono diventati sinonimi del diavolo:
Uomo Nero (e le sue traduzioni: Schwarz Mann, Black Man, Swarthy...); Aiutante Nero o Tenebroso; Ashenklas o Ashen Klas (Klaus di fuliggine); Aschenmann (uomo di fuliggine); Knecht Ruprecht (Ruprecht il servitore); Rupert; Rimpanz; Klaubau o Klaubauf (peloso, nero e cornuto, in Tirolo); Hans Trapp; Klaves (o Klawes); Klas Buer; Klaai; Klaasoom; Leutfresser  (letteralmente “cannibale”. Allusione alla leggenda di san Nicola e dei tre bambini consegnati al macellaio?); Bullerklas - Budelfrau (versione femminile); Buzebercht (l’antica dea Berchta); Mamma Berchta o Perchta; Frau/Dame Gaude; Frau/Dame Harke; Frau/Dame Holda; Ru Klas (Klaus il Bruto); Klapperback o Klapperbock; Bartle o Bartel; Cerne; Cernunnos; Heks; Herne; Vecchia Home (femminilizzazione di Herne?); Hobb; Kaije; Duyvel (il “diavolo” in olandese); Beelzebub (!); Eckhart (servitore incatenato di Wotan); Castigamatti; Grampuss (o Krampuss in Svizzera); Joseph (un’allusione all’eminenza grigia dì Richelieu, il padre Joseph?); Nickel Pelz Nickel (Nick con le pellicce, in Baviera); Pietje Pek; Pickesel (Alsazia,es el, “asino”); Niklo; Old/Vecchio Nick; Pelzmaerte o Pelzmarte; Perchta; Pietro il Nero (e le sue traduzioni: Zwarte Piet in Olanda, Schwarze Peter in Germania, Black Pete ecc., e perfino... Saint Peter [san Pietro]); Il Moro (Vallonia); Robin; Robin Hood; Robin Good-fellow/Gai Luron; Schmutzli (lo Sporco, dialetto svizzero); Silvestro (demonizzazione dello spirito dei boschi, come i Robin citati sopra); Sunderoom Warlock (stregone).

Da: La vera storia di Babbo Natale di Arnaud D’Apremont

mercoledì 5 gennaio 2011

Nevina e Fiordaprile di Guido Gozzano


Una fiaba delicata come i fiocchi di neve e tenera come i fiori di campo:
Quando il sughero pesava
e la pietra era leggera
come il ricciolo dell'ava
c'era, allora, c'era... c'era...

... una principessa chiamata Nevina che viveva sola col padre Gennaio.

Lassù, nel candore perpetuo, abbagliante, inaccessibile agli uomini, il Re Gennaio preparava la neve con una chimica nota a lui solo; Nevina la modellava su piccole forme tolte dagli astri e dagli edelweiss, poi, quando la cornucopia era piena, la vuotava secondo il comando del padre ai quattro punti dell'orizzonte. E la neve si diffondeva sul mondo.
Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non sono più: le sue chiome erano appena bionde, d'un biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue mani avevano il candore della neve non ancora caduta, l'occhio era cerulo come l'azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste.
Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata e il padre Gennaio sospendeva l'opera per dormire nell'immensa barba fluente, Nevina s'appoggiava ai balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e fissava l'orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che avevano tentato invano di confortarla; nei brividi dell'agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare, i fiori, i palmizi, la primavera senza fine. E Nevina da quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire. Passò cauta sulla barba fluente di Gennaio, lasciò il ghiaccio e la neve eterna, prese la via della valle, si trovò fra gli abeti. Gli gnomi che la vedevano passare diafana, fosforescente nelle tenebre della foresta, interrompevano le danze, sostavano cavalcioni sui rami, fissandola con occhi curiosi e ridarelli.
- Nevina!
- Nevina! Dove vai?
- Nevina, danza con noi!
- Nevina, non ci lasciare!
E gli Spiritelli benigni le facevano ressa intorno, tentavano di arrestarle il passo abbracciandole con tutta forza la caviglia, cercavano di imprigionarle i piedi leggeri entro rami d'edera e di felce morta.
Nevina sorrideva, sorda ai richiami affettuosi, toglieva dalla cornucopia d'argento una falda di neve, la diffondeva intorno, liberandosi dei piccoli compagni di gioco. E proseguiva il cammino diafana, silenziosa, leggera come le dee che non sono più.
Giunse a valle, fu sulla grande strada.
L'aria si mitigava. Un senso d'affanno opprimeva il cuore di Nevina; per respirare toglieva dalla cornucopia una falda di neve, la diffondeva intorno, ritrovava le forze e il respiro nell'aria fatta gelida subitamente.
Proseguì rapida, percorse gran tratto di strada. Ad un crocevia sostò in estasi, con gli occhi abbagliati. Le si apriva dinnanzi uno spazio ignoto, una distesa azzurra e senza fine, come un altro cielo tolto alla volta celeste, disteso in terra, trattenuto, agitato ai lembi da mani invisibili. Nevina proseguì sbigottita. La terra intorno mutava. Anemoni, garofani, mimose, violette, reseda, narcisi, giacinti, giunchiglie, gelsomini, tuberose, fin dove l'occhio giungeva, dal colle al mare, mal frenati dai muri e dalle siepi dei giardini, i fiori straripavano come un fiume di petali dove emergevano le case e gli alberi.
Gli ulivi distendevano il loro velo d'argento, i palmizi svettavano diritti, eccelsi come dardi scagliati nell'azzurro.
Nevina volgeva gli occhi estasiati sulle cose mai viste, dimenticava di diffondere la neve; poi l'affanno la riprendeva, toglieva una falda, si formava intorno una zona di fiocchi candidi e d'aria gelida che le ridava il respiro. E i fiori, gli ulivi, le palme guardavano pur essi con meraviglia la giovinetta diafana che trasvolava in un turbine niveo e rabbrividivano al suo passaggio.
Un giovane bellissimo, dal giustacuore verde e violetto, apparve innanzi a Nevina, fissandola con occhi inquieti, vietandole il passo:
- Chi sei?
- Nevina sono. Figlia di Gennaio.
- Ma non sai, dunque, che questo non è il regno di tuo padre? Io sono Fiordaprile, e non t'è lecito avanzare sulle mie terre. Ritorna al tuo ghiacciaio, pel bene tuo e pel mio!
Nevina fissava il principe con occhi tanto supplici e dolci che Fiordaprile si sentì commosso.
- Fiordaprile, lasciami avanzare! Mi fermerò poco. Voglio toccare quella neve azzurra, verde, rossa, violetta che chiamate fiori, voglio immergere le mie dita in quel cielo capovolto che è il mare!
Fiordaprile la guardò sorridendo; assentì col capo:
- Andiamo, dunque. Ti farò vedere tutto il mio regno.
Proseguirono insieme, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, estasiati e felici. Ma via via che Nevina avanzava, una zona bigia offuscava l'azzurro del cielo, un turbine di fiocchi candidi copriva i giardini meravigliosi. Passarono in un villaggio festante; contadini e contadine danzavano sotto i mandorli in fiore. Nevina volle che Fiordaprile la facesse danzare: entrarono in ballo; ma la brigata si disperse con un brivido, i suoni cessarono, l'aria si fece di gelo; e dal cielo fatto bigio cominciarono a scendere, con la neve odorosa dei mandorli, i petali gelidi della neve, la vera neve che Nevina diffondeva al suo passaggio. I due dovettero fuggire tra le querele irose della brigata. Giunti poco lungi, volsero il capo e videro il paese di nuovo festante sotto il cielo rifatto sereno...
- Nevina, ti voglio sposare!
- I tuoi sudditi non vorranno una regina che diffonde il gelo.
- Non importa. La mia volontà sarà fatta.
Avanzarono ancora, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, immemori e felici... Ma ad un tratto Nevina s 'arrestò coprendosi di un pallore più diafano.
- Fiordaprile! Fiordaprile! ... Non ho più neve!
E tentava con le dita - invano - il fondo della cornucopia.
- Fiordaprile! ... Mi sento morire! .. . Portami al confine... Fiordaprile!... Non reggo più!...
Nevina si piegava, veniva meno. Fiordaprile tentò di sorreggerla, la prese fra le braccia, la portò di peso, correndo verso la valle.
- Nevina! Nevina!
Nevina non rispondeva. Si faceva diafana più ancora. Il suo volto prendeva la trasparenza iridata della bolla che sta per dileguare.
- Nevina! Rispondi!
Fiordaprile la coprì col mantello di seta per difenderla dal sole ardente, proseguì correndo, arrivò nella valle, per affidarla al vento di tramontana.
Ma quando sollevò il mantello Nevina non c'era più. Fiordaprile si guardò intorno smarrito, pallido, tremante. Dov'era? L'aveva perduta per via? Alzò le mani al volto, in atto disperato; poi il suo sguardo s'illuminò. Vide Nevina dall'altra parte della valle che salutava con la mano protesa in un addio sorridente.
Un suo vecchio precettore, il vento di tramontana, la sospingeva pei sentieri nevosi, verso il ghiaccio eterno, verso il regno inaccessibile del padre Gennaio.


martedì 4 gennaio 2011

The Night Before Christmas





(Il poema scritto nel 1822 da Clement Clarke Moore, vero atto di nascita del Babbo Natale moderno)

Twas the night before Christmas, when all through the house
Not a creature was stirring, not even a mouse.
The stockings were hung by the chimney with care,
In hopes that St. Nicholas soon would be there.
The children were nestled all snug in their bed,
While visions of sugarplums danced in their heads,
And mamma in her ‘kerchief, and I in my cap,
Had just settled our brains for a long winter’s nap...
When out on the lawn there arose such a clatter,

I sprang from the bed to see what was the matter.
Away to the window I flew like a flash,
Tore open the shutters and threw up the sash.
The moon on the breast of the new-fallen snow
Gave the lustre of midday to objects below,
When, what to my wondering eyes should appear,
But a miniature sleigh, and eight tiny reindeer,
With a little old driver, so lively and quick,
I knew in a moment it must be St. Nick.

More rapid than eagles his coursers they carne,
And he whistled, and shouted, and called them by name:
“Now, Dasher! now, Dancer! now Prancer and Vixen!
On, Comet! on Cupid! on, Donder and Blitzen!
To the top of the porch! to the top of the wall!
Now dash away! dash away! dash away all!”
As dry leaves that before the wild hurricane fly,
When they meet with an obstacle, mount to the sky,
So up to the house-top the coursers they flew,
With the sleigh full of toys, and St. Nicholas too.
And then, in a twinkling, I heard on the roof
The prancing and pawing of each little hoof.
As I drew in my head, and was turning around,
Down the chimney St. Nicholas carne with a bound.
He was dressed all in fur, from his head to his foot,
And his clothes were all tarnished with ashes and soot.
A bundle of toys he had flung on his back,
And he looked like a peddler just opening his pack.
His eyes - how they twinkled - his dimples how merry!
His cheeks were like roses, his nose like a cherry!
His droll little mouth was drawn up like a bow,
And the beard of his chin was as white as the snow.
The stump of a pipe he held tight in his teeth,
And the smoke it encircled his head like a wreath
He had a broad face and a little round belly

That shook, when he laughed, like a bowl full of jelly.
He was chubby and plump, a right jolly old elf,
And I laughed when I saw him, in spite of myself.
A wink of his eye and a twist of his head
Soon gave me to know I had nothing to dread.
He spoke not a word, but went straight to his work,
And filled all the stockings; then turned with a jerk,
And laying his finger aside of his nose,
And giving a nod, up the chimney he rose.
He sprang to his sleigh, to his teams gave a whistle,
And away they all flew like the down of a thistle.
But I heard him exclaim, ere he drove out of sight,
“Happy Christmas to all, and to all a goodnight!”

La vigilia di Natale
Era la vigilia di Natale, non il minimo rumore
in casa non si muove nulla, neppure un topolino.
I calzini sono stati appesi con cura davanti al camino
aspettando san Nicola che presto passerà di là.
 Nel loro letto i bambini si sono rannicchiati
sognando leccornie, pieni di meraviglia.
La mamma ed io in camicia da notte e in pigiama
ci eravamo appena addormentati.
Quando all’improvviso fuori sul prato ci fu un tal baccano
che saltai dal letto per andare a vedere.
Come un lampo mi precipitai ad aprire imposte e finestre.
Tutti gli oggetti davanti a me, avvolti dalla neve fresca

brillavano come in pieno giorno sotto la luce della luna.
Mentre i miei occhi si riempivano di meraviglia
apparve una piccolissima slitta trainata da otto renne minuscole.
Dalla vivacità e l’agilità del vecchietto alle redini
capii subito che era san Nicola.
Fischiava, gridava, chiamava per nome
il suo tiro fantastico che volava più veloce delle aquile:
“Va’ Freccia! Va’ Ballerina! Su, Saltarello! Donnola!
Forza, Cometa! Forza, Cupido! Dai, Donato! Dai, Fulmine!
Saltate sulla tettoia, saltate in cima al balcone!
Scaliamo p
iù in fretta, più in fretta!”
Come le foglie secche che prima del selvaggio uragano volano,
e quando incontrano un ostacolo salgono al cielo,
così con un unico slancio, renne, slitta carica di giocattoli e san Nicola
si ritrovarono in cima al tetto.
Sentii allora in un lampo gli zoccoletti che scalpitavano e caracollavano
sul tetto che risuonava tutt’intorno al camino.
Mi girai sbalordito
e vidi san Nicola uscire saltellante dal camino.
Era tutto vestito di pelliccia, dalla testa ai piedi
e i suoi abiti erano macchiati di cenere e fuliggine.
Con il fagotto di giocattoli in spalla
aveva l’aria di uno straccivendolo pronto ad andare al mercato.
I suoi occhi, come brillavano! I suoi zigomi come erano allegri!
le sue gote erano come rose, il suo naso come una ciliegia!
La sua buffa boccuccia era simile ad un arco
ed era circondata da barba bianca, più bianca della neve!
Teneva una piccola pipa simile a un mozzicone stretta tra i denti
e il fumo lo cingeva di un’aureola.
Aveva un viso largo, una pancetta rotonda
che tremava come la gelatina quando si metteva a ridere.
Era ben paffuto e pienotto, proprio un vecchio elfo allegro
e scoppiai involontariamente a ridere quando lo scorsi.
E un occhiolino, un cenno della testa
mi fecero subito capire che non avevo nulla da temere.
Non proferì neppure una parola ma subito si mise al lavoro
svuotando il sacco per riempire tutti i calzini.
E quando ebbe finito mi fece un cenno di saluto
e ritornò su per il camino.
Saltando sulla sua slitta fece un fischio al suo tiro
e se ne volarono lontano come un cardo che scivola.
Ma lo sentii gridare prima di perderlo di vista
“Buonanotte, buonanotte a tutti e buon Natale!”.
(Tradotto liberamente da me)


Da: La vera storia di Babbo Natale di Arnaud D’Apremont

lunedì 3 gennaio 2011

San Nicola


San Nicola - il cui nome significa “il vincitore del popolo” o la “vittoria del popolo” - nasce nel III°secolo (si dice nel 270) in Licia (Asia minore, l’attuale Turchia) in una famiglia agiata. I suoi esegeti (in particolare il suo primo biografo, Giovanni Crisostomo, colui che si adoperò per introdurre in Oriente la festa di Natale in qualità di natività del Cristo) elaborarono la sua biografia in modo da conferirgli un’ipotetica dimensione divina. Sarebbe nato, dunque, da genitori sterili. Appena uscito dal ventre materno, si sarebbe alzato in piedi e si sarebbe messo a pregare per due o tre ore. Immediatamente, suo zio, vescovo di Mira (Asia Minore), avrebbe riconosciuto in lui un essere eccezionale e avrebbe paragonato Nicola a un “nuovo sole” (Natale) che si alza sulla terra. Subito infiammato dalla carità, si sarebbe rifiutato di nutrirsi dal seno sinistro della madre, quello del cuore, per riservarlo ai bambini senza balia.
Alla morte dei genitori, distribuisce i loro beni e diventa vescovo di Mira. Sarebbe stato imprigionato e torturato per ordine dell’imperatore Diocleziano, prima di essere liberato da Costantino. Il giovane vescovo avrebbe svolto un ruolo importante durante il primo concilio di Nicea nel 325, prima di morire nel 342 (non il 6 dicembre, probabilmente). Gli sono attribuite diverse opere contro l’eresia ariana ma sono andate tutte perdute.
Già in vita, questo “essere eccezionale” sarebbe stato oggetto di un vero e proprio culto, ma senza alcun rapporto con i bambini. A riprova di questa popolarità, fu ben presto canonizzato dopo la morte, benché, fatto rarissimo all’epoca, non fosse martire. Anzi, per un certo periodo di tempo si celebrerà perfino la data della sua nascita, il 26 giugno (solstizio d’estate), privilegio riservato a sole tre altre persone: il Cristo, sua madre Maria e Giovanni Battista. Si attribuirono inoltre a Nicola dei miracoli propri del Cristo: a una zoppa rese l’uso delle gambe dicendo: “In nome del Cristo, alzati e cammina”. A Sion, in Licia, moltiplicherà un pane per nutrire gli 83 operai di un monastero. Senza parlare, naturalmente, dei bambini resuscitati...
Progressivamente, si assistette a uno spostamento delle caratteristiche del dio Apollo, al quale un culto importantissimo era tributato a Patara, città vicina a Mira, su Nicola. L’antica festa del dio divenne quella di san Nicola. Dietro questo Nicola dai tratti apollineo-cristici, che cosa resta dell’eventuale personaggio storico? Paradosso: in vita, il Nicola “storico” si sarebbe levato con forza proprio contro il culto dei santi “pagani” facendo distruggere, per esempio, a Mira, il tempio e un albero consacrati a Diana (l’iconografia ortodossa, in particolare, lo rappresenta spesso in presenza di idoli rovesciati).
Di questo santo popolare si è fatto il patrono dei bambini, degli scolari, dei prigionieri, dei ladri, dei marinai, delle prostitute, ma anche dei fiorai. Per giustificare questi patrocini più o meno strani, gli si attribuirono diverse gesta eroiche. Si conosce la storia dei tre bambini rapiti, uccisi da un macellaio e resuscitati da san Nicola, storia resa perenne da filastrocche popolari (“C’erano tre bambini che se ne andavano a spigolare nei campi...”).
Patrono dei marinai? Apparso in sogno a dei navigatori dispersi, avrebbe salvato più di una barca dal naufragio e dallo smarrimento. Protettore delle prostitute? Offrendo una dote a tre ragazze che stavano per essere vendute dal padre a un prosseneta, avrebbe permesso alle tre sfortunate di sfuggire al loro destino di cortigiane. Patrono dei prigionieri? Gli si attribuisce anche la salvezza di tre ufficiali romani cristiani ingiustamente condannati. Patrono dei prigionieri? Gli si attribuisce anche la salvezza di tre ufficiali romani cristiani ingiustamente condannati. Il santo sarebbe apparso all’imperatore in sogno ottenendone la grazia.
Si noti la ripetizione del numero tre (prigionieri, bambini, prostitute) e la ricorrenza dei sogni per mezzo dei quali il santo interviene (si ricordi il sogno del marinaio olandese arenatosi sulla spiaggia della futura New York). Così, lo si è voluto anche protettore delle messi per aver più volte salvato dalla carestia le popolazioni dell’Asia minore. Anche qui, è attraverso la sua apparizione in sogno che avrebbe potuto sviare dalla loro strada delle navi cariche di grano.
Comunque sia, sembra evidente che questo san Nicola orientale non ha molto a che vedere con il nostro Babbo Natale nordico e il suo aspetto da vecchio druido dalla barba bianca, anzi da dio delle foreste, che arriva dal circolo polare con le sue renne e la sua slitta.
Ma prima di tutto, come è arrivato in Occidente questo san Nicola orientale e come ha fatto a diffondersi fino a questo punto nei paesi germanofoni?
Nel maggio del 1087, temendo che i Turchi musulmani, che avevano appena conquistato l’Asia minore, profanassero le spoglie del santo, dei mercanti trasportano le sue reliquie a Bari, in Puglia. L’antico patrono della città era Mercurio e il suo ricordo è ancora vivo. Non lontano da Bari si trova il Gargano, un luogo che era allora consacrato a san Michele (è lì che l’arcangelo sarebbe apparso per la prima volta nel VI secolo) ma che anticamente, come indica il suo nome, era dedicato a un misterioso dio Gorgan (Gargan o Gorgon). Si parla di questa divinità come di un dio preceltico che avrebbe potuto essere assimilato a Mercurio nel Sud (anticamente, il Gargano sarebbe stato un Monte Mercurio), a Wotan nel Nord o a Lug o Belenos nell’Ovest. A ogni modo, gli scrittori latini e greci Strabone, Tolomeo e Lucano attestano che un tempio pagano si trovava sul Garganus Mons dove, qualche tempo dopo, fu tributato un culto a Mitra (la qual cosa ci riporta all’origine della festa di Natale) e dove un toro sacro dedicato a questo dio era custodito in una grotta iniziatica del monte.
Se Gorgan è poco conosciuto, la toponomastica restituisce la sua popolarità. Molti siti dedicati a San Michele erano precedentemente dedicati a lui, a cominciare dal monte San Michele che sarebbe stato chiamato ancora nel XIII secolo monte Gargan. E lo stesso Rabelais lo ha immortalato nel suo Gargantua.
Evidentemente, alla fine dell’XI secolo il ricordo di Gorgan e di Mercurio era ancora vivo e per mettere fine alle sue “derive pagane” si trasportarono le reliquie di san Nicola sul monte Gorgan (la consacrazione a san Michele non era forse sufficiente a cristianizzare il luogo o forse, in quest’epoca antica, era evidente per le popolazioni che l’arcangelo dissimulava male gli antichi dèi luminosi che aveva sostituito) e il santo divenne così il patrono di Bari. Si tratta allora del san Nicola che ispirò il nostro Babbo Natale? Precisiamo semplicemente due cose: l’Italia non ha mai veramente tributato un culto a san Nicola e nella penisola quest’ultimo non ha mai distribuito regali. Tuttavia, abbiamo qui proprio il san Nicola che diventerà così popolare al Nord. In realtà, il processo si è sviluppato in due tempi.
In primo luogo, i vichinghi, che si spinsero con le loro incursioni nel Mediterraneo (fino in Sicilia, dove l’influenza normanna si è fatta sentire a lungo), scoprirono in Puglia il personaggio di San Nicola. Costui aveva già cominciato a confondersi con il Gorgan d’origine che ricordava agli scandinavi appena convertiti il dio Odino-Wotan delle loro foreste. Soprattutto, il Nicola/Gorgan apparve loro come il personaggio ideale per fornire garanzie di “buona fede” ai missionari evangelizzatori (in un’epoca in cui costoro li sospettavano di restare fedeli agli antichi dèi e con la spada portavano la fede in Cristo nel cuore e nella testa della gente) pur continuando a venerare, dietro il “santo”, la figura della vecchia divinità. Inoltre, per questi temibili navigatori, Nicola era il patrono dei marinai. Nel 1066, quando la flotta d’invasione del duca di Normandia, Guglielmo, fu sorpresa da una violenta tempesta in prossimità delle coste inglesi, si dice che il Conquistatore invocò la protezione di san Nicola... protezione che, come si sa, si rivelò efficace. San Nicola aveva incominciato la sua marcia verso il Nord. La seconda fase della sua avanzata avrà per cornice la Lorena.
Un cavaliere loreno, Aubert di Varangéville, sarebbe stato fatto prigioniero dai turchi durante la crociata. Dopo aver pregato San Nicola, in qualità di protettore dei prigionieri, il santo sarebbe venuto a trovarlo in sogno e lo avrebbe liberato trasportandolo fin sul sagrato della cattedrale di Nancy. Indipendentemente dal carattere miracoloso dell’evento, resta il fatto che il signore fu veramente liberato e attribuì questo avvenimento al santo. A ringraziamento della sua liberazione, portò con sé - di fatto, rubò - delle reliquie di Nicola (nella fattispecie una falange) e le depose nel 1087 nella chiesa (che diventerà basilica, poi cattedrale nel XV secolo) di Port, piccolo villaggio a 15 km a sudest da Nancy e a un tiro di schioppo da Varangéville. Fin dal primo momento, queste reliquie compiranno miracoli, a partire proprio dal signore di Varangéville, che ritrovò la vista che aveva perduto. Nel 1093, il vescovo di Toul consacra una nuova chiesa in onore del santo. Sotto il suo patrocinio, Port diventerà la cornice della più grande fiera d’Europa, indice della popolarità del santo, il cui culto si è rapidamente diffuso in tutti i territori germanici. Senza dubbio, questa notorietà fu resa possibile dal fatto che il santo si sostituì a un culto più antico.
Molte tradizioni associate al santo hanno un carattere “pagano” innegabile. Ad esempio, le ragazze da marito devono fare il pellegrinaggio di san Nicola e camminare sulla “buona pietra”, una lastra della chiesa da scoprire, per sposare l’uomo dei loro sogni. Meglio ancora, nelle Hautes-Alpes, ancora nel XVIII secolo, le ragazze in cerca di marito andavano in pellegrinaggio, curiosamente all’inizio di giugno, in una piccola cappella consacrata al santo. All’interno del santuario, eseguivano un rito dal carattere sessuale incontestabile, in ginocchio su una pietra  appuntita, di forma conica e schiacciata. “Se accadeva che la fatica dovuta alla posizione troppo prolungata le costringesse a interrompere la preghiera, dovevano prosternarsi e tenere tra le ginocchia quella stessa pietra che aveva la virtù di procurare un marito. Le più devote sceglievano da sole, salendo all’oratorio, la pietra più acuminata che potevano trovare e che deponevano ai piedi del santo con la loro
 offerta”.
1)
 Allo stesso modo nei Vosgi, i giovani celibi il mattino del 6 dicembre dovevano dire: “San Nicola, tu che sposi le ragazze con i ragazzi, non dimenticarti di me”. E nell’Artois, le loro famiglie, gli amici e le amiche donavano loro voti e mazzi di fiori finti insieme a diversi regali.
In realtà, è il san Nicola “distributore di regali” che arriva molto più tardi. Esiste un quadro del pittore del XVII secolo Jan Steen, La festa di San Nicola, conservato al Rijksmuseum di Amsterdam, in cui si vede una distribuzione di regali davanti al camino in una famiglia fiamminga.
Le scarpe sono state preparate. Si vedono dei covoni - o una verga - in una scarpa e un bambino che piange (forse punito dall’accompagnatore nero) mentre tutti gli altri, ricompensati, ridono. In tempi più antichi, la tradizione dei regali esisteva sicuramente in Germania, agli inizi del XVI secolo. Stranamente è a Martin Lutero che si deve questa informazione. Nella sua agenda, alla data del 6 dicembre 1535, annotava: “Regali di san Nicola”. Quel Lutero la cui Riforma sarà alle origini della persecuzione del santo ma, paradossalmente, vedremo che il luteranesimo sarà spesso molto legato allo sviluppo di Babbo Natale/Santa Claus (si pensi semplicemente al pastore luterano Clement Moore e al suo poema).
All’epoca, in Olanda san Nicola arrivava con una grande processione ad Amsterdam la sera del 5 dicembre (crepuscolo del 6, poiché la datazione pagana faceva cominciare la giornata al crepuscolo della precedente) in una barca proveniente dalla Spagna. Era accompagnato dal suo gran cavallo bianco, Slupinis, e dal suo servitore Zwarte Piet (Pietro il Nero), un personaggio imbrattato di fuliggine e vestito con un costume spagnolo con calzoni a sbuffo. Se da un lato non è strano che il minaccioso “accompagnatore tenebroso” sia uno spagnolo (l’Olanda non si è ancora completamente affrancata dalla tutela spagnola), dall’altro è più sorprendente che san Nicola arrivi anche lui dalla Spagna. Il servitore nero rimbrotta i bambini che non hanno fatto per bene le loro preghiere ma il santo interviene e li perdona distribuendo regali e dolciumi a tutti, meritevoli e disobbedienti.
La Riforma eliminerà il culto “pagano” di san Nicola nei paesi a maggioranza protestante. Poi, a loro volta i paesi cattolici della Controriforma lo rigetteranno sostituendogli un Gesù Bambino distributore di regali. Questo tipo di iniziativa dottrinale non mancherà tuttavia di sollevare problemi. Così, quando, in precedenza, il bambino diventava adulto e comprendeva che non era san Nicola a portare i regali, poteva perdere la fede in lui. Era opportuno sostituirgli Gesù Bambino, a rischio di vedere il giovane adulto perdere la fede in quest’ultimo? Questa difficoltà impedì in molte regioni cattoliche la sostituzione del santo col Bambino Gesù.
La vera popolarità di Nicola giungerà nel XIX secolo, ma già gli fa concorrenza un altro personaggio: Babbo Natale propriamente detto. E qui si capisce che il santo del 6 dicembre non è necessariamente l’antenato del personaggio. Così, il Weihnachtsmann tedesco non deriva da san Nicola ma dal suo accompagnatore: il suo nome è Knecht Ruprecht che, né più né meno, era quello dell’aiutante del santo e dunque una reminiscenza diretta dell’antico dio Wotan. Il Babbo Natale moderno si manifesterà come una sintesi di queste antiche tradizioni e del nuovo Santa Claus anglosassone

1) citato da Marie-France Gueusquin-Barbichon, in André Akoun (a cura di), L’Europe - Mythes et traditions, Brépols, Turnhout 1990, p. 356

Da: La vera storia di Babbo Natale di Arnaud D’Apremont

sabato 1 gennaio 2011

La Dama del Lago



La musica di questo video è The Lady of the Lake di David & Diane Arkenstone con delle citazioni da La voce dell’antica Madre di Ada D’Ariès. La Dama del Lago è stata spesso identificata con Viviana/Nimue ma le sue caratteristiche la fanno ricondurre alla stessa Modron, la Dea Madre per gli antichi Gallesi, o anche allo Spirito delle Acque, alla Regina delle Fate che dimorano in fondo al lago, alla Madre adottiva e alla Maestra di Vita di cavalieri ed eroi iniziati quali Artù e Lancillotto, alla Guardiana delle Antiche Armonie e Conservatrice della loro memoria, alla Filatrice dei Destini…
Direi senz’altro che la Dama del Lago e Viviana/Nimue sono due Dee-fate completamente diverse con natura e compiti molto differenti.
La musica e le citazioni di questo video rappresentano per me quanto c’è di più vicino all’essenza della Dama del Lago