martedì 1 febbraio 2011

Imbolc - la festa della luna crescente


La luce che è nata al Solstizio di Inverno comincia a manifestarsi all’inizio del mese di febbraio: le giornate si allungano poco alla volta e anche se la stagione invernale continua a mantenere la sua gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando. Le genti antiche erano molto più attente di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di sopravvivenza. Questo era il più difficile periodo dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate per l’inverno cominciavano a scarseggiare. Pertanto, i segni che annunciavano il ritorno della primavera erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite, facciamo fatica ad immaginare.
Se sovrapponiamo la Ruota dell’Anno al nostro moderno calendario, la prima festa che incontriamo cade l’1 febbraio.
Presso i Celti l’1 febbraio era Imbolc (pronuncia Immol’c) detta anche Oimelc o Imbolg. L’etimologia della parola è controversa ma i significati rinviano tutti al senso profondo di questa festa. Infatti Imbolc pare derivare da Imb-folc, cioè “grande pioggia” e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche “Festa della Pioggia”:
ciò può riferirsi ai mutamenti climatici della stagione ma anche all’idea di una lustrazione che purifica dalle impurità invernali. Invece Oimelc significa “lattazione delle pecore” mente Imbolg vorrebbe dire “nel sacco” inteso nel senso di “nel grembo” con riferimento simbolico al risveglio della Natura nel grembo della Madre Terra e con un riferimento più materiale agli agnelli, nuova fonte di cibo e di ricchezza, che la previdenza della Natura e degli allevatori avrebbe fatto nascere all’inizio della buona stagione.
L’allattamento degli agnelli garantiva un rifornimento provvidenziale di proteine. Il nuovo latte, il burro, il formaggio costituivano spesso la differenza tra la vita e la morte per bambini e anziani nei freddi giorni di febbraio.
Imbolc è una delle quattro feste celtiche
, dette “feste del fuoco” perché l’accensione rituale di fuochi e falò ne costituiscono una caratteristica essenziale. In questa ricorrenza il fuoco è però considerato sotto il suo aspetto di luce, questo è infatti il periodo della luce crescente. Gli antichi Celti, consapevoli dei sottili mutamenti di stagione come tutte le genti del passato,celebravano in maniera adeguata questo tempo di risveglio della Natura. Non vi erano grandi celebrazioni tribali in questo buio e freddo periodo dell’anno,tuttavia le donne dei villaggi si radunavano per celebrare insieme la Dea della Luce (le celebrazioni iniziavano la vigilia, perché per i Celti ogni giorno iniziava all’imbrunire del giorno precedente).
Nell’Europa celtica era infatti onorata Bri
git (conosciuta anche come Brighid o Brigantia), dea del triplice fuoco; infatti era la patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina si univa a quello dell’ispirazione artistica e dell’energia guaritrice. Brigit,figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione, perché per gli antichi Celti la poesia era un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni. La capacità di lavorare i metalli era ritenuta anch’essa una professione magica e le figure di fabbri semi-divini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee; l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia.
Sotto l’egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose “sorgenti di Brigit”. Diffuse un po’ ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.
Sacri a Brigit erano la ruota del
 filatoio, la coppa e lo specchio. Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l’immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi e iniziati. La ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo, il volgere della Ruota dell’Anno e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite. La coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono.
Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo e la sua festa si celebra appunto l’1 febbraio, giorno di Santa Bridget o Là Fhéile Brfd. Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l’esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava!
A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora a turno vegliava sul foco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale: “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari.
Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di Vesta nell’antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae,una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall’intrusione degli uomini e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni.
Allo stesso
 modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldo di Cambria nel dodicesimo secolo. Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, nel sesto secolo, fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.
I riti di Brigit celebrati a Imbolc ci
 sono stati tramandati dal folklore scozzese e irlandese. Nelle Isole Ebridi (che forse devono il loro nome proprio a Brigit o Bride) le donne dei villaggi si radunano insieme in qualche casa e fabbricano un’ immagine dell’antica Dea, la vestono di bianco e pongono un cristallo sulla posizione del cuore. In Scozia, la vigilia di Santa Bridget le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e lo depongono in una cesta, il “letto di Brid”, con a fianco un bastone di forma fallica. Poi esse gridano tre volte “Brid è venuta, Brid è benvenuta!”, indi lasciano bruciare torce e candele vicino al “letto” tutta la notte. Se la mattina dopo trovano l’impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l’anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile a unirsi a lei. Anche nell’isola di Man veniva compiuta una cerimonia simile, chiamata Laa’l Breesley. Nell’Inghilterra del Nord, terra dell’antica Brigantia, la ricorrenza veniva denominata “Giorno delle Levatrici”.
In
 Irlanda, si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit, a quattro bracci uguali racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l’anno prima e conservate fino ad allora. La fabbricazione delle croci di Brigit deriva forse da un’antica usanza precristiana collegata alla preparazione dei semi di grano per la semina.
Questi oggetti simbolici, confezionati con materiale vegetale, ci ricordano tra l’altro che la luce ed il calore sono indispensabili alla vegetazione che si rinnova in continuazione, anno dopo anno. Le spighe di avena (o grano, orzo, ecc.) usate per fabbricare le bambole di Brigit, provengono dall’ultimo covone del raccolto dell’anno precedente. Questo ultimo covone, in molte tradizioni europee è chiamato la Madre del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.) e la bambola propiziatoria confezionata con le sue spighe è la Fanciulla del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.). Si credeva cioè che lo spirito del cereale o la stessa Dea del Grano risiedesse nell’ultimo covone mietuto:
come
 le spighe del vecchio raccolto sono il seme di quello successivo, così la vecchia divinità dell’autunno e dell’inverno si trasformava nella giovane Dea della primavera, in quella infinita catena di immortalità che è il ciclo di nascita, morte e rinascita. E Brigit rappresenta appunto la giovane Dea della primavera.
Un antico
 codice irlandese, il Libro di Lisrnore, riporta una curiosa leggenda. Si narra che a Roma i ragazzi usavano giocare ad un gioco da tavolo in cui una vecchia megera liberava un drago mentre dall’altra parte una giovane fanciulla lasciava libero un agnello che sconfiggeva il drago. La megera allora scagliava un leone contro la fanciulla, la quale però provocava a sua volta una grandine che abbatteva il leone. Papa Bonifacio, dopo aver interrogato i ragazzi e aver saputo che il gioco era stato insegnato loro dalla Sibilla, lo proibì. La megera non è altro che la Vecchia Dea dell’Inverno sconfitta dalla Giovane Dea della Primavera. Essendo questa leggenda stata raccolta in un ambito culturale celtico, si può supporre che la Vecchia altri non era che la Cailleach a cui si contrappone Brigit. Il riferimento all’agnello è un altro simbolo del periodo di Imbolc, anche se i commentatori medievali lo considerarono l’emblema di Gesù Cristo.
In
 realtà è la Vecchia Dea che si rinnova trasformandosi in Giovane Dea, così come il Vecchio Grano diviene il nuovo raccolto. I Carmina Gadelica, una raccolta di miti, proverbi e poemi gaelici di Scozia, raccolti e trascritti alla fine dell’800 dal folklorista scozzese Alexander Carmichael, riportano la seguente filastrocca:
“La mattina del Giorno di Bride
Il serpente uscirà fuori dalla tana
Non molesterò il serpente
Né il serpente molesterà me”
Il serpente appare come uno degli animali-totem di Brigit. In molte culture il serpente o drago è simbolo dello spirito della terra e delle forze naturali di crescita, decadimento e rinnovamento. Nel giorno di Bride il serpente si risveglia dal suo sonno invernale e i contadini ne traevano il presagio della fine imminente della cattiva stagione. Il serpente è uno dei molti aspetti dell’antica Dea della terra: la muta della sua pelle simboleggia il rinnovamento della Natura e anche la sua dualità Infatti in gaelico “neamh” (cielo) è simile a“naimh” (veleno), provenendo entrambi dalla radice “nem”. La Vecchia Dea e la Giovane Dea sono la stessa persona! (nelle fiabe l’eroe che coraggiosamente bacia una vecchia megera si ritrova di fronte una bellissima fanciulla...)
In
 un’altra area culturale europea, nell’antica Roma, i primi giorni di febbraio erano sacri alla dea Februa o a Giunone Februata. “Februare” in latino significa purificare, quindi febbraio è il mese delle purificazioni (anche la febbre è un modo di purificarsi usato dal nostro corpo!).
Processioni in onore di Februa percorrevano la città con fiaccole accese,simbolo di luce e allo stesso tempo, di purificazione. Un’altra usanza, legata anche a rituali di fertilità erano i Lupercali: i Luperci, sacerdoti di Fauno,correvano per le strade vestiti solo con una pelle di capra e con una frusta (anche essa fabbricata con strisce di pelle di capra) con la quale battevano le giovani spose per propiziarne la fertilità (e quindi la capacità di partorire).
La Chiesa, per combattere queste usanze, istituì processioni con candele, alle quali a partire dall’11° secolo aggiunse la benedizione delle candele per gli altari. Col nome di Candelora o Candlemas (nei paesi anglosassoni) è nota la festa cristiana del 2 febbraio, denominata “Presentazione del Signore al tempio”. Ma è evidente che la nuova religione non ha potuto modificare il significato autentico della festa, un significato che è profondamente incarnato nella Natura e nello spirito umano. Il legame della festa con le candele, la purificazione e l’infanzia, sopravvisse nell’usanza medievale di condurre le donne in chiesa dopo il parto a portare candele accese.
L’idea di una purificazione rituale in questo periodo è rimasta forte nel folklore europeo. Ad esempio le decorazioni vegetali natalizie vengono messe da parte e bruciate alla Candelora per evitare che i folletti che in esse si sono nascosti infestino le case. Il concetto di purificazione è presupposto di una nuova vita: si eliminano le impurità del passato per far posto alle cose nuove. Alcuni gruppi neopagani europei festeggiano Imbolc accendendo candele che sporgono da una bacinella di acqua. Il significato è quello della luce della nuova vita che emerge dalle acque del grembo materno, le acque lustrali di Imbolc che lavano via le scorie invernali. Un antico detto celtico ricordava come fosse una buona cosa lavarsi mani e viso a Imbolc!
La pianta sacra di Imbolc è il bucaneve. È il primo fiore dell’anno a sbocciare e il suo colore bianco ricorda allo stesso tempo la purezza della Giovane Dea e il latte che nutre gli agnelli
Da: Feste pagane di Roberto Fattore

domenica 23 gennaio 2011

The Lake Isle of Innisfree



I WILL arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.

And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the veils of the mourning to where the cricket sings;
There midnight's all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet's wings.

I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavements grey,
I hear it in the deep heart's core
.

William Butler Yeats (1893)

Innisfree, l’isola sul lago
Mi leverò e andrò, ora, andrò a Innisfree,
E costruirò una capanna laggiù, fatta d’argilla e canne,
Nove filari di fave avrò laggiù, un’arnia per le api da miele,
E solo starò nella radura ronzante d’api.
E avrò un po’ di pace laggiù, ché la pace discende goccia a goccia,
Discende dai velami del mattino fin dove canta il grillo;
La mezzanotte è tutto un luccichìo, il meriggio purpurea incandescenza,
La sera è piena d’ali di fanello.

Mi leverò e andrò, ora, ché sempre notte e giorno
Odo l’acqua del lago lambire con lievi suoni la sponda;
Stando in mezzo alla strada, sui marciapiedi grigi,
La sento nella fonda intimità del cuore.

giovedì 20 gennaio 2011

L'archetipo della Donna Selvaggia


I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche. Sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi.
Fiabe, miti e storie offrono un sapere e una comprensione che aguzzano la nostra vista in modo tale da permetterci di distinguere e di riprendere il sentiero tracciato dalla natura selvaggia. Gli insegnamenti che vi troviamo ci rassicurano: il sentiero non si è perduto, ancora conduce le donne in profondità, e ancor più in profondità, nella conoscenza di sé. Le tracce che noi tutte seguiamo sono quelle dell’archetipo della Donna Selvaggia, l’Io istintuale innato.
La donna sana assomiglia molto al lupo: robusta, piena di energia, di grande forza vitale, capace di dare la vita, pronta a difendere il territorio, inventiva, leale, errante. Eppure la separazione dalla natura selvaggia fa sì che la personalità della donna diventi povera, sottile, pallida, spettrale. Non siamo nate per essere cuccioli spelacchiati e incapaci di balzare in piedi, incapaci di cacciare, di generare, di creare una vita. Quando la vita delle donne è in stasi, è nel tedio, allora è tempo per la Donna Selvaggia di emergere; è tempo per la funzione creativa della psiche di inondare il delta.
Come influisce sulle donne la Donna Selvaggia? Con la Donna Selvaggia come alleata, guida, modello, maestra, noi vediamo non con due occhi ma con gli occhi dell’intuito, che è occhiuto. Quando facciamo valere l’intuito, siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi.
La Donna Selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere. Porta il medicamento per tutto. Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli. È nel contempo veicolo e destinazione.
Le storie sono un balsamo. La Estés ne rimase catturata per sempre quando sentì raccontare una storia per la prima volta. Hanno un tale potere: non ci chiedono di fare, essere, agire – basta ascoltare. I rimedi per reintegrare o reclamare una pulsione psichica perduta si trovano nelle storie. Le storie generano l’eccitamento, la tristezza, le domande, gli struggimenti e le conoscenze che spontaneamente riportano in superficie l’archetipo, in questo caso la Donna Selvaggia.
L
e storie sono disseminate di istruzioni che ci guidano nelle complessità della vita. Le storie ci mettono in grado di comprendere il bisogno dell’archetipo e i modi per far risalire l’archetipo sommerso.
Talvolta vari strati culturali sovrapposti disarticolano le storie. Per esempio, nel caso dei fratelli Grimm (per citare due dei collezionisti di fiabe degli ultimi secoli), forte è il sospetto che gli informatori (i cantastorie) del tempo talvolta “depurassero” le loro storie per riguardo ai religiosi fratelli. Sospettiamo anche che i famosi fratelli continuarono la tradizione di sovrapporre simboli cristiani agli antichi simboli pagani, sicché la vecchia guaritrice di un racconto diventava una strega malvagia, uno spirito diventava un angelo, un velo per l’iniziazione diventava un fazzoletto, o una bambina di nome Bella (nome spesso dato alle bambine nate durante la festa del Solstizio) veniva ribattezzata Schmertzenreich, Addolorata. Venivamo omessi gli elementi sessuali. Creature e animali soccorrevoli erano trasformati in demoni e uomini neri.
Ecco come molti racconti ricchi d’insegnamenti sul sesso, l’amore, il denaro, il matrimonio, il parto, la morte e la trasformazione sono andati perduti. Ecco come anche le fiabe e i miti che spiegano gli antichi misteri delle donne sono stati pure ricoperti. Per la maggior parte le antiche raccolte di fiabe e miti oggi esistenti sono stare purgate dello scatologico, del sessuale, del perverso, del precristiano, del femminile, delle dee, dell’iniziazione, delle medicine per vari disturbi psicologici, e delle istruzioni per le estasi spirituali.
Ma non tutto è perduto per sempre. In ogni frammento di una storia si trova la forma dell’intera storia.  La Estés ha frugato in quelle che scherzosamente chiama la tradizione forense e la paleo-mitologia delle favole. Compara molte versioni dello stesso racconto, e raccoglie tutte le versioni vecchie e nuove che riesce a trovare. Poi compara le forme, ricostruendo da antichi andamenti archetipi appresi in anni di training in psicologia archetipa, che conserva e studia tutti i motivi e gli intrecci delle favole, delle leggende e dei miti per cogliere la vita istintuale degli esseri umani. Trova assistenza negli architravi che giacciono nei mondi immaginari e nell’inconscio collettivo di tutti gli esseri umani e che possiamo estrarre dai sogni e da speciali stati di consapevolezza. Spesso una bella lucentezza si ottiene comparando le versioni della storia con le testimonianze archeologiche delle antiche culture femminili, per esempio le ceramiche rituali, le maschere e le statuette.
Le storie sono e saranno sempre molto più antiche dell’arte e della scienza della psicologia. Uno dei modi più antichi di raccontare, che intriga fortemente la Estés, è l’appassionato stato di trance in cui chi narra “sente” il pubblico, che si tratti di una o più persone, ed entra allora in uno stato del mondo tra i mondi, dove una storia è “attratta” verso la narratrice in trance e viene detta attraverso di lei. Questa è la cantastorie che asseconda il farsi dell’anima.
La narratrice in trance richiama El duende, il vento che soffia anima nei volti degli ascoltatori. La narratrice in trance impara a essere, psichicamente, doppiamente articolata, mediante la pratica meditativa della storia, cioè allenandosi a disfare taluni cancelli psichici e aperture dell’io per lasciar parlare la voce più antica delle pietre.  Fatto ciò, la storia può prendere qualunque direzione, può essere capovolta, riempita di porridge e destinata al banchetto di un povero, riempita d’oro, o cacciare l’ascoltatore nel mondo futuro. La narratrice non sa mai che cosa ne verrà fuori, e questa è almeno la metà della magia essudata dalla storia.
Per trovare la Donna Selvaggia le donne devono tornare alla loro vita istintiva, alla loro più profonda sapienza. Cantiamo dunque la sua carne che torna a coprire le nostre ossa.
Lasciamo cadere i falsi manti che ci hanno dato. Indossiamo il manto autentico dell’istinto possente e della conoscenza. Infiltriamoci nei territori psichici che un tempo ci appartenevano. Sciogliamo le bende, prepariamo il balsamo. Torniamo a essere ora, le donne selvagge che ululano, ridono, cantano Colei che ci ama tanto.
Per noi la questione è semplice. Senza di noi la Donna Selvaggia muore. Senza la Donna Selvaggia, siamo noi a morire. Para Vida, tutte dobbiamo vivere

Da Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

sabato 15 gennaio 2011

Le Gwragedd Annwn


La donna che vive nel lago

…una notte
un battito di cuore alla porta.
Fuori, una donna nella nebbia
Ramoscelli ha per capelli,
e un abito di erbe sgocciolanti
verdi acque del lago.
Dice: “Sono te,
e vengo da tanto lontano.
Vieni con me, ho qualcosa da mostrarti…”
Si volge, e le si apre il mantello.
D’improvviso, luce d’oro… ovunque, luce d’oro…”
Da: Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estés



Gwragedd Annwn (pronuncia Gwrageth Anoon), è un termine gallese che può essere tradotto in italiano come “La Fanciulla del Lago”.
Queste creature – al contrario delle tante figure malvagie presenti nella tradizione gallese – sono belle, buone e desiderabili. John Rhys, nel suo Celtic Folk-Lore, dedica più di un intero capitolo a questi spiriti. Questi elfi femminili, che vivono in meravigliosi palazzi d’oro sotto la superficie dei laghi, hanno la fama di essere leggiadre creature che amano danzare sui prati nelle notti di luna piena. Sorgono come per incanto dalle acque appena qualche minuto prima della mezzanotte come eterei ed evanescenti spiriti fatti di nebbia e, quasi per incanto, sotto i pallidi raggi dell’astro notturno si trasformano in sinuose ballerine, dando inizio a una danza scatenata che si placa solo al primo canto del gallo. Naturalmente, hanno una spiccata predilezione per i giovani e i tanti contadini, ma si lasciano avvicinare volentieri anche dai bambini. A volte è accaduto che alcuni mortali si siano uniti in matrimonio con una Gwragedd Annwn, ma queste unioni sono destinate a finire infelicemente per il fatto che si tratta di due nature troppo diverse, anche se a volte il richiamo dell’amore è troppo forte per opporsi alla voce del cuore. Così, poiché l’amore vince su tutto, in qualche occasione ci sono state unioni durature con la nascita di numerosa prole. I bimbi di queste creature sono dotati di poteri magici e sono destinati ad una vita fortunata e ricca di soddisfazioni, così come lo stesso compagno della Fata.

Identificazione
Le Gwragedd Annwn sono alte all’incirca un metro e mezzo o poco più, hanno capelli biondi come il grano d’estate, sono snelle e longilinee e quello che colpisce di più, in loro, è lo sguardo limpido e cristallino che non può lasciare indifferente chi le guarda; gli occhi sembrano due gemme lavate nella rugiada in un mattino di primavera. Forse ci sono anche esemplari maschili, ma la cosa non è assodata.

Habitat
Tutta questa specie elfica è distribuita in piccole comunità nel Galles, ma è imparentata con diverse famiglie stanziate anche in Germania, come le See Fraulein che si vestono completamente di bianco, in Norvegia, in Finlandia, in Svezia e in Francia.
Da: Le creature del bosco di Dario Spada

Le Gwragedd Annwn (letteralmente mogli del mondo inferiore o degli inferi, intesi sempre come l’Altromondo inferiore e che non hanno nulla a che fare con la concezione cristiana degli inferi) sono le dame elfiche che dimorano sotto l’acqua. A differenza delle sirene, non hanno nulla del pesce nel loro aspetto e non abitano sotto il mare. I luoghi in cui abitano sono i laghi ed i fiumi, specialmente i laghi isolati e selvaggi di montagna. Possono mettere in contatto il nostro mondo con quello dell’Annwn, presieduto da Gwyn ap Nudd, il re delle fate. Le creature misteriose che popolano i regni sotto l’acqua sono denominate nel Galles anche Plant Annwn (la Famiglia dell’Altromondo o i Figli dell’Abisso). Gli abitanti delle montagne gallesi sono convinti che occasionalmente visitino il nostro mondo.
Molto tempo fa, prima che la tribù dei Cymri (gli antichi gallesi) si riconciliasse con il suo nemico sassone, ogni mattina del Primo Giorno dell’Anno, veniva trovata una porta aperta in una roccia vicino ad un lago. I mortali che avevano la curiosità e la determinazione di entrare nella roccia venivano a trovarsi, attraverso un passaggio segreto, in una piccola isola in mezzo al lago. Qui trovavano il giardino più incantevole che avessero mai visto, ricco di ogni varietà di frutti e di fiori, e abitato dalle Gwragedd Annwn, la cui bellezza era pari solo alla cortesia e all’affabilità che mostravano a coloro che godevano dei loro favori. Esse raccoglievano frutta e fiori per ciascuno dei loro ospiti, li intrattenevano con la musica più squisita, rivelavano loro molti segreti sul futuro, e li invitavano a rimanere tutto il tempo che desideravano. “Ma” li avvertivano, “l’isola è segreta, e niente di quello che produce può essere portato via”. Finché il patto fu rispettato, andò tutto bene. Ma un giorno tra i visitatori c’era anche un uomo perfido che, pensando di trarne qualche magico aiuto, si mise in tasca un fiore che gli avevano mostrato, e se ne andò dal giardino portandoselo via.
Ma il furto non gli portò bene. Appena toccò il suolo sconsacrato il fiore svanì ed egli perse i sensi. Le Gwragedd Annwn reagirono immediatamente all’insulto alla loro ospitalità. Congedarono gli ospiti con la loro abituale cortesia e la porta venne chiusa come al solito. Ma il loro risentimento fu forte, perché da allora le fate del lago e il loro giardino incantato non vennero più visti da nessuno e la porta che conduceva all’isola non fu mai più riaperta.
Da: British Goblins: Welsh Folk-lore, Fairy Mythology, Legends and Traditions di Wirt Sikes


Il lago di Crumlyn, vicino al caratteristico villaggio di Briton Ferry, è uno dei tanti nel Galles in cui dimorano le dame elfiche. Si crede anche che una grande città sia sprofondata nell’acqua e che si trovi laggiù, e che le Gwragedd Annwn utilizzino le mura sommerse come sovrastruttura dei loro palazzi fatati. Alcuni asseriscono di aver visto le torri dei bei castelli sotto la superficie delle acque scure e a volte si odono i rintocchi delle campane fatate delle torri dei castelli. Ecco come le dame elfiche andarono per la prima volta ad abitare laggiù: molto tempo fa, San Patrizio giunse dall’Irlanda per andare a trovare San David del Galles, una visitina solo per vedere come stava; e mentre passeggiavano lungo il lago conversando di argomenti religiosi in via amichevole, alcuni gallesi che lo avevano riconosciuto e che erano irati con lui per aver lasciato la Cambria per l’Erin (come erano chiamati allora il Galles e l’Irlanda), cominciarono ad insultarlo in gallese, la sua lingua natìa. Tali insulti non rimasero impuniti e San Patrizio trasformò i calunniatori in pesci, ma tra loro c’erano anche delle donne che furono invece trasformate in fate.
Si racconta anche che il sole, a causa dell’insolenza nei confronti del santo, non diffuse mai più i suoi raggi portatori di vita sulle acque scure del pittoresco lago, tranne una settimana all’anno. Questa leggenda si ritrova uguale anche in relazione ad altri laghi, tra i quali Llyn Barfog (Lago di Barfog chiamato anche Bearded Lake, Lago del Barbuto), vicino ad Aberdovey, la città famosa per le sue campane celebrate in una canzone immortale.
C’è pure su youtube:



Uno dei racconti più antichi sulle Gwragedd Annwn è la storia della Signora di Llyn y Fan Fach, un piccolo lago vicino alle Black Mountains nel Galles. Nel dodicesimo secolo, un giovane stalliere di Blaensawde vicino a Mydfai ebbe un colpo di fulmine per una Fanciulla del Lago, quando la vide pettinarsi la sua lunga chioma dorata. Si sposarono, ma la dama lo avvertì di non colpirla mai nemmeno per scherzo, perché se l’avesse colpita tre volte, essa sarebbe ritornata nel lago. Vissero felici per molti anni durante i quali nacquero tre figli. Ma l’uomo dimenticò l’avvertimento e in tre occasioni le diede un affettuoso colpetto. Dopo l’ultimo colpetto, la dama ritornò nel suo lago di montagna. Ciononostante, veniva spesso a trovare i suoi tre figli, insegnando loro grandi segreti sulla medicina. Questi ragazzi divennero poi i famosi medici del Mydfai. Questa capacità, ereditata dalla Fanciulla del Lago loro madre, venne tramandata ai discendenti della famiglia fino al diciannovesimo secolo, quando si estinse la loro linea di sangue.

Attributi psicologici: Gentilezza con una forza interiore che permette di evitare situazioni spiacevoli.
Attributi magici: Grandi segreti sulla guarigione e sulla medicina.
Da: Magickal Mystical Creatures: Invite Their Powers Into Your Life di D.J. Conway
Alcuni studiosi di mitologia ritengono che Fand, la Regina delle Fate irlandese, potrebbe appartenere alla loro razza. (Nei miti irlandesi fu la sposa di Manannan mac Lir, dio del mare e re di un’isola dell’Altromondo corrispondente all’isola di Avalon dei miti gallesi, sempre nei miti gallesi Manawydan ap Llyr è l’equivalente del dio del mare irlandese Manannan mac Lir; inoltre Manawydan  sposò Rhiannon, un’altra regina delle fate, quindi anche Rhiannon potrebbe essere la versione gallese di Fand e di conseguenza appartenente alla stessa razza delle Gwragedd Annwn).
Nell’acqua dei laghi in cui vivono si nascondono palazzi e tesori invisibili da tutti tranne che da alcuni dei loro bambini per metà umani.Si distinguono dagli esseri umani per la loro bellezza mozzafiato e la loro incapacità di contare oltre il numero cinque, il numero in cui raccolgono ogni cosa eccetto i loro compagni.
Dove trovarle: nelle Black Mountains nel Galles.
Come contattarle: bisogna andare nelle Black Mountains, fisicamente o in modo astrale e poi andare alla loro ricerca. Si devono avvicinare con prudenza.
Aiuto magico e rituale: Possono aiutare negli incantesimi di protezione per donne e bambini e si possono persino invocare per fare da custodi temporanee in periodi di grande necessità.
Da: A witch's guide to faery folk, di Edain McCoy

Le città sommerse e i loro palazzi di cristallo si trovano nel Galles nel Crumlyn/Crywmlyn (Crooked Lake), nel Glamorgan; nel I Llyn Barfog, nel Llyn y Fan Fach (pronuncia hleen uh vahn vach) o Lake of the Affanc, Dwarves; in Francia nella fontana di Chancela, nel fiume della Loira, a Donzère, in Provenza e nella Valle di Azun nei Pirenei.
Le Gwragedd Annwn. sono le custodi della famosa spada di Artù,  Excalibur.
Da: http://www.tartanplace.com/faery/merm3.html

lunedì 10 gennaio 2011

La donatrice invisibile


Se riandiamo con la memoria alla nostra infanzia subito riaffiora alla mente il pensiero della misteriosa figura che arriva di notte presso il focolare, e non può essere vista. Una befanata toscana recita:

La Befana abbian trovata
per la strada mezza morta
con le fusa nella sporta
da una parte smanicata.
Ragazzetti a letto andate,
questa è l’ora di dormire
La Befana vuol venire
e non vuole che la vediate
.
1)

1) Befanate del contado toscano

Questa proibizione di vedere la Befana è in rapporto con la sua invisibilità. Essa infatti è invisibile, non solo, ma l‘incauto che si arrischiasse di vederla incorrerebbe in gravi pericoli. L’immagine non vista, ma presente, della Befana si può ricollegare alle concezioni sugli spiriti invisibili degli antenati; l’invisibile protettore della famiglia si associa nella coscienza degli uomini con la figura dell’antenato. Nel rito funebre osserviamo una compresenza di due momenti: onorare il defunto e temerne al tempo stesso la vista. Il rito di non vedere il morto si può manifestare sia coprendosi alla sua vista, sia coprendo il defunto o velando il volto del defunto, affinché non sia visto. Gli esseri invisibili appartengono al mondo degli spiriti, sono figure di antenati della stirpe, oppure, come avviene nei miti, si tratta di uomini che si trovano a soggiornare per qualche tempo nel regno dell’oltretomba, dove di solito trovano aiutanti magici ed oggetti fatati che permettono loro di portare a termine agevolmente l’impresa. Così nelle fiabe si sono conservati i motivi del mantello o del cappello che indossati rendono invisibili.
L’atteggiamento delle culture tradizionali è caratterizzato da una fede nella presenza e nell’azione di forze invisibili ed inaccessibili ai sensi, le quali non sono meno reali di quelle visibili. Di qui la mancanza di distinzione nello stesso oggetto di qualità tangibili o nascoste, segno evidente di un più accentuato senso mistico.
Nella Grecia omerica era diffusa l’usanza di coprire con un cappuccio la testa del defunto, poiché si credeva, analogamente ai Celti,  che in essa fosse la sede dell’anima. Avvolgere la testa significava rivestire l’anima di un nuovo fato, ridarle nuova vita, e al tempo stesso, coprendo il volto del defunto lo si rendeva invisibile. Questo spiega perché nelle fiabe indossare un cappuccio o un mantello rende invisibili.
Nel mondo dei cacciatori paleolitici rivestire la pelle dell’animale sacro significava identificarsi con esso e quindi con l’antenato, il cui spirito era presente nell’animale. Di qui potrebbero essersi sviluppate le figure mascherate con pelli di animali, o imbrattate di fuliggine, da porre in relazione sia con gli spiriti degli avi defunti, che con le società di iniziati che tali spiriti impersonavano.
I personaggi mascherati che compaiono in aspetto spaventevole nelle case portando con sé dei sacchi pieni di cenere e di fuliggine, con la quale cospargono gli astanti, soprattutto i bambini, non sono altro che una reminiscenza di questi uomini mascherati impersonanti le anime dei defunti, che ritornano tumultuose a coinvolgere i vivi. A Trento il wetscho e la wetscha, ricoperti  di fuliggine, tentano di annerire le donne che incontrano nel loro cammino. I ragazzi girano per le vie indossando pelli di animali, col viso nascosto da maschere di legno e con cinture di pelle e di campanacci da bestiame intorno alla vita. Ogni ragazzo regge un bastone al quale è legato un sacco pieno di cenere, che viene poi rovesciato sulla testa delle ragazze.
Alle maschere che si presentano nelle case si usa offrire doni. Nei giorni precedenti il mercoledi delle ceneri, nelle Alpi orientali gli Heumüterli (da heu, “fieno” e mütter, mamma) girano da una casa all’altra del paese in vesti femminili, con braccia e gambe avvolte nella paglia e i volti anneriti. Essi impiastricciano di nerofumo chiunque incontrino sul  loro cammino. Queste figure presentano una straordinaria similitudine con i Mamutones della Sardegna, uomini mascherati con abiti femminili, con maschere scure sul volto, fazzoletti legati sulla testa, ricoperti di pelle e con tanti campanacci appesi alle cinture, che essi fanno suonare saltando in modo cadenzato, accompagnati da questi ritmi ancestrali.
Una costante di questi giochi carnevaleschi è l’azione di spalmarsi di fuliggine e cospargerne gli astanti, senza dubbio perché la cenere è portatrice di virtù benefiche e fertilizzanti; ma qui occorre tener presente un altro significato insito nell’imbrattamento. Nelle fiabe l’azione di imbrattarsi il viso e le mani di fuliggine ha lo scopo di rendere il protagonista irriconoscibile. Questo motivo fiabesco è senza dubbio connesso al mascheramento dei candidati ai riti di iniziazione.
Al neofita venivano spalmati gli occhi con argilla, in modo che egli li tenesse chiusi per qualche tempo. L’atto di dipingersi il corpo, o di ricoprirlo con materiali eterogenei, è in relazione con l’idea di invisibilità, con i concetti di mimesi e trasformazione, e quindi con la rappresentazione di un soggiorno temporaneo nel regno d’oltretomba. Il giovane iniziando veniva considerato alla stregua di un defunto: alla sua vista i familiari si cospargevano di fango e cenere, gesti tipici del lutto primitivo. L’azione di coprirsi il viso o tingerlo è quindi da riferire alla condizione di temporanea “invisibilità” dei novizi, giovani candidati ai riti di iniziazione, corrispondente all’invisibilità degli avi defunti, che essi in tal modo impersonavano.
Se torniamo alla filastrocca toscana sulla Befana, osserviamo che ai ragazzi viene imposto il dovere di dormire, poiché non devono vedere la Befana quando questa arriverà. Tuttavia nell’etnografia appare più frequentemente attestato il divieto del sonno.
L’esigenza di vegliare trova giustificazione nel timore degli spiriti mentre l’imposizione del sonno sembra indicare un’assenza di questo timore, una confidenza nella benevola figura di uno spirito famigliare. Se tuttavia ci soffermiamo su questa seconda indicazione, osserviamo che essa verosimilmente risponde alla necessità di evitare di rimanere in presenza dello spirito. Quest’ultimo infatti è “invisibile”, nel senso che non deve e non può essere visto; un essere vivente non può trovarsi impunemente alla presenza di uno spirito.
Quando la Befana arriva i bambini dormono; ma una volta lo svolgimento del rito aveva l’effetto di suscitare nei ragazzi il terrore alla vista degli spiriti. Si evocavano le oscure presenze degli avi attraverso le maschere, accrescendo l’orrore dei giovani novizi, per poi superarlo una volta giunti alla scoperta della “verità” che consisteva appunto nel constatare che le spaventose maschere, rappresentanti gli spiriti degli antenati, altri non erano che figuranti, uomini iniziati della tribù, ricoperti di pelli animali, con il corpo dipinto, il viso imbrattato di fuliggine, oppure di bianco.
Spesso a capo delle maschere c’era la figura di una vecchia donna, sempre interpretata da un uomo, che indossava grembiuli e vesti femminili, rappresentando così la grande antenata della tribù. È da questa figura che si sarebbe sviluppata in seguito la Befana, non tanto come noi la conosciamo nelle tradizioni folcloriche italiane o europee, ma soprattutto come si è conservata in alcune aree geografiche che riflettono questo nucleo primordiale. Il senso originario della figura della Befana va ricercato anche in questa direzione; il suo compito particolare era quello di presiedere alla formazione del bambino, di seguirne le fasi essenziali della vita, fino al momento di entrare a far parte della società adulta.
La figura della Befana presenta una certa ambivalenza. Essa è solitamente la benevola dispensatrice di regali, ma talvolta può assumere aspetti inquietanti. Il carattere ambivalente è una costante delle divinità ctonie, di Persefone, come della germanica Holda, e di Kali dal doppio nome: “la terribile e la benevolente”. Le tradizioni popolari hanno conservato tracce di questa doppia percezione.
Tra le funzioni della Befana nella tradizione folcloristica europea dobbiamo annoverare anche quella di rapitrice. La vigilia di Epifania tre anziane donne travestite da uomini, con un sacco nero sul capo andavano in giro a spaventare i bambini.
Se si volesse ricercare la ragione di tali minacce tentando di interpretarle alla lettera, e riconducendole al clima di severità pedagogica tipico delle epoche trascorse, si incorrerebbe in un errore, in quanto si tratta evidentemente di un gioco drammatico dalle regole ben precise, nel quale gli attori ricoprono ruoli fissi e codificati da secoli. Lo scenario ci riporta alla fase iniziale del rito, quando i giovani neofiti venivano rapiti sotto gli occhi di tutti da uomini mascherati o da animali posticci, e condotti via lontano dal villaggio, nella foresta o in un altro luogo sacro, quale un monte o una grotta. In alcuni casi uomini vestiti da vecchie, indossando dei grembiuli, venivano a rapire gli iniziandi e a trascinarli via in luoghi segreti. Questi uomini impersonavano le “progenitrici” mitiche, nella loro funzione di rapitrici. A capo di tutte le maschere era una figura femminile, che veniva definita la “madre” e che soltanto gli iniziati potevano conoscere.
È interessante osservare che nel modenese il termine borda, con cui è nota la Befana, indica anche “maschera”, “spauracchio, fantasma”. Sappiamo che la Befana era originariamente una maschera. Non pare superfluo ricordare che il nome della dea infera per eccellenza, Proserpina, è connesso etimologicamente al termine arcaico pròsopon, “maschera”. In Germania la notte di Epifania veniva detta Perchtennacht, o Bergnacht, “notte dei Berchten”, ossia la notte dell’apparizione sulla Terra degli spiriti che vagano guidati dalla loro regina Berchta. Lo Schembert è infatti una maschera che spaventa i bambini. Berchta, il cui nome significa “luminosa”, “splendente” (come ho scritto in un altro post), dal sanscrito brhaj, latino fulgeo, è un personaggio del tutto affine alla Befana. L’assimilazione della maschera agli spiriti degli antenati spiegherebbe anche i significati di spettro, spauracchio e così via, collegati alla figura della Befana, come ad altre analoghe.

Da: L’incanto e l’arcano: per una antropologia della Befana, di Claudia Manciocco e Luigi Manciocco

domenica 9 gennaio 2011

La Tante Arie


Accanto ai tratti boomorfi, si è conservato nelle leggende e tradizioni intorno alla Befana il legame con l’asino.
La domenica dopo l’Epifania in Bovò di Picardia si usava far girare per la chiesa una giovane su di un somarello e un vecchio a piedi per rappresentare la fuga in Egitto. In un testo di Rouen del secolo XIV si trova descritta una rappresentazione detta Ordo processionis asinorum. In una versione più antica troviamo tra i vari personaggi un “Balaam super asinam, curvus, barbatus, palmam tenens”.
Il ruolo che l’asino ricopre nell’Antico, come nel Nuovo Testamento, indica l’importanza di questo animale presso i primi cristiani, dovuta non soltanto al suo carattere umile, ma anche ad un remoto fondo di sacralità che esso conservava, soprattutto in Asia Minore. È probabilmente anche grazie a questi influssi culturali di provenienza orientale che l’allevamento dell’asino si diffuse anche in Italia, insieme al complesso mitologico che lo accompagnava. La presumibile affinità tra l’animale sacro del mondo rurale ed alcune divinità femminili legate alla terra si concretizza nella festa agraria dedicata all’asino, nella quale affiorano reminiscenze di un culto dedicato ad Ancharia, antica dea dei Precutini.
Nell’antico Egitto, nel mese di Faofi si cuocevano focacce rituali, imprimendovi dei sigilli raffiguranti l’animale, analogamente a quanto accadeva coni pani boomorfi delle tradizioni siciliane. Nell’Egeo si svolgevano processioni alle quali partecipavano figuranti con maschere asinine. Si tratta di un dettaglio che ci induce a scorgere in queste grottesche presenze dei rappresentanti o ministri di una qualche divinità onomorfa. D’altro canto, se immaginiamo di intraprendere il punto di vista dell’antico agricoltore mediterraneo, dobbiamo ammettere che in qualche modo, aldilà del sembiante animale, egli abbia avvertito la presenza di un essere umano. È il pensiero della metamorfosi, che è sempre presente nell’immaginario universale. Proprio queste concezioni e questi miti, diffusi nel mondo mediterraneo, hanno indotto forse l’autore dell’Asino d’oro, Apuleio, ad immaginare che dietro lo sguardo lucido di un povero asinello si nascondesse l’anima dello sventurato Lucio. È per l’appunto sotto questa forma ferina che il giovane porterà a termine la sua formazione spirituale, fino a giungere al momento in cui, iniziatosi ai misteri isiaci, incontrerà la dea stessa che gli restituirà l’aspetto umano. Ma prima che ciò si compia l’asino dovrà affrontare varie prove, e dovrà rendersi degno di servire la dea, offrendosi di trasportarne l’immagine.
Soffermiamoci un momento su questo tema, e vediamo che l’asinello ricoperto da un drappo viene fatto girare per la città, mentre porta sul dorso la statua della dea Cibele accompagnato dai sacerdoti questuanti. Questo particolare, a prima vista insignificante, si rivela invece un prezioso elemento di comparazione con i dati raccolti dai folcloristi.
Nelle Befanate registrate da Knisella Farsetti nel contado toscano appare un giovane mascherato da Befana, il quale conduce un asinello, mentre altri giovani non mascherati lo accompagnano cantando la questua.
Nella Val d’Ajoie in Francia, fino al secolo scorso, nel periodo natalizio si festeggiava la Tante Arie (Harié), la quale si faceva preannunciare da un segnale, il sonaglio dell’asino sul quale lei arrivava. Questo personaggio del folclore francese è molto complesso, e il suo nome è di origine oscura; talvolta appare con tratti zoomorfi, ad esempio zampe d’oca, ma generalmente è molto legata all’asinello, che di solito lei cavalca. Lo studioso Eduard Hoffman-Krayer ha ricollegato il nome di questa fata al tedesco Heer, antico tedesco Hari, Heri, che ricordano la Frau Harre tedesca.
La Tante Arie presenta molti tratti in comune con la Befana: innanzitutto per quanto riguarda la funzione di portatrice di doni, infatti la Tante viene festeggiata nel periodo natalizio, quando in una stanza si imbandisce una tavola piena di vivande e giocattoli. I bambini stanno dietro la porta, e aspettano il segnale del sonaglio dell’asinello; quando all’improvviso si apre loro la porta e si fa trovare la sorpresa della tavola con i doni portati dalla fata, che nel frattempo è scomparsa, ma ha lasciato preziosi segni della sua munificenza. Allora i gioiosi creduloni si precipitano nella camera incantata per ricevere la loro parte di doni dall’invisibile protettrice. La fata Arie fa ingresso nelle case sia attraverso il camino, che attraverso una finestra aperta, e porta dolci, croccanti e frutta secca per i bambini assennati e docili, ma è anche armata di bastoni per quelli disobbedienti e irrequieti, e porta perfino delle orecchie d’asino ai bambini che se le meritano, oppure lascia cadere dal camino della cenere, o delle bacchette di betulla intrise d’aceto. I bambini non dimenticano di lasciare sulla finestra o sul focolare un sandalo dove la Tante Arie dovrà lasciare i suoi doni, e anche un pugno di fieno per l’asinello sul quale essa viaggia. Il giorno di Natale al mattino i bambini si precipitano verso il camino, per scoprire che i sandali deposti alla vigilia sono pieni di regali, e con grande gioia scoprono che il mucchietto di fieno è sparito. È stato l’asinello della Tante Arie che l’ha mangiato.
Talvolta sono dei giovani mascherati a impersonare la fata. Nella contea di Montbéliard, la settimana prima di Natale i giovani si travestivano da Tante Arie e andavano a distribuire ai bambini mele e noci, oppure indossando vecchi abiti e con barbe posticce di stoppa giravano per le case spaventando bambini e bambine. Esteriormente, secondo i racconti locali, la Tante Arie si presenta come una persona dall’aria dolce, a volte ha una corona di diamanti sulla testa, ed abita in una caverna. Viene rappresentata come una massaia laboriosa che fila la sua conocchia, cuoce il pane, lava la biancheria, e percorre i paesi in groppa al suo asinello, la cui campanella annuncia il suo arrivo. Non appena si ode il sonaglio dell’asinello, i bambini sanno che la Tante sta arrivando, ma essi non possono vederla, perché è invisibile, e non appare mai al cospetto dei mortali.
Questa caratteristica dell’invisibilità è un secondo motivo che ci porta ad assimilare la figura della Tante Arie a quella della Befana.
Entrambe le figure proteggono le filatrici, sono patrone dei lavori femminili, e portano con sé sul seno i bimbi più piccoli, a somiglianza delle dee madri del mondo mediterraneo. Inoltre, sia la Befana che la Tante Arie entrano nelle case passando attraverso il camino, o per la finestra, e lasciano ai bambini dolci, croccanti e frutta secca. In cambio i bambini lasciano una manciata di fieno accanto agli zoccoletti per l’asinello della fata, come accade in Italia con la Befana, o con altre figure analoghe. Allo stesso modo, in Catalogna, Santa Lucia, percorre i villaggi a cavallo di un asinello e visita le case lasciando doni ai bambini. Nel Mantovano per l’asinello della santa si usa lasciare della crusca e dell’acqua.
Presso gli antichi Greci, Empusa, spirito infero appartenente alla schiera di Ecate, poteva assumere di volta in volta aspetto di donna, di asino, o di bue. Quando appariva in sembianze umane, essa conservava dettagli della sua natura asinina, come ad esempio una gamba d’asino, era infatti denominata anche onoskelis, “gamba d’asino”. È importante sottolineare che il sembiante onomorfo, accanto a quello boomorfo ed aviforme, è attinente alle figure delle grandi dee del mondo-indo-mediterraneo. I medesimi animali appaiono in stretta correlazione con i personaggi che giungono durante i dodici giorni a portare doni ai bambini, ed in particolare con la Befana.
I Kolhati, popolo di cacciatori dell’India, dopo la cremazione di un adulto, ne raccolgono le ossa e le seppelliscono nel cimitero. Successivamente le ossa vengono dissotterrate e poste in due sacchetti che vengono trasportati da un asinello fino alla casa del defunto.
Qui si fa una grande festa per tre giorni, e al termine i sacchetti contenenti le ossa vengono nuovamente caricati sul somarello e riportati fino al cimitero. Questo esempio indicativo sul ruolo ctonio dell’asino, nonostante sia inconsueto ed isolato, permette di cogliere i vari passaggi correlati al ritorno dell’antenato in casa. 
Sia le mascherate che le leggende intorno alla figura della Befana rispecchiano la funzione dell’asino quale animale atto a trasportare gli antenati defunti che fanno ritorno nelle case e la Befana stessa è assimilata a questo misterioso animale.


Da: L’incanto e l’arcano: per una antropologia della Befana, di Claudia Manciocco e Luigi Manciocco

sabato 8 gennaio 2011

Noi, che sempre saremo



 Attraverso il Tempo,
attraverso lo Spazio,
Noi siamo tornate.
Tornate a Vivere,
perché siamo sempre State,
tornate a Respirare,
Libere non ancora.
Ma siamo qui.
Siamo attorno a Voi.
Noi siamo.

Abbiamo superato Ere infauste per Noi,
siamo Sopravvissute
ad un Tempo di Caccia e Morte,
e siamo ancora Qui, fra Voi.

Noi che Serviamo gli antichi Spiriti
Noi che Celebriamo gli antichi Riti
Noi che Crediamo in Lei che è Tutto.
Noi che nelle Notti di Luna
Danziamo alla Luce di un Falò.
Noi che prendiamo l'Amore come un Dono della Dea.
Noi che seguiamo il Sentiero
Osservando il Cammino nella sua Luce.
Noi che siamo costantemente Assetate di Conoscenza,
Noi che Ascoltiamo le Lacrime della Terra
Noi che Parliamo con ogni Creatura vivente
Noi che nel Cerchio siamo solo Noi Stesse,
senza più Maschere,
Noi stesse senza Barriere....

Noi che innalziamo il nostro Canto
nell'Aria notturna,
che Affondiamo le Mani in una Sorgente

per guardare Passato, Futuro e Presente.
Noi che perdiamo lo Sguardo
fra Simboli di Pietra e profondità di Specchi,
Noi che nelle Carte leggiamo il Destino...
Noi che possediamo Ricordi
di Tempi lontani, di lontani Incontri,
di Vite passate e perdute.
Noi che usiamo rimedi d'Erbe e antiche Ricette…
Noi siamo ancora qui.
Ci confondiamo fra Voi silenziose...
Ma siamo qui. Siamo ancora.
E sempre Saremo.”

Modern Witch