martedì 14 dicembre 2010

La Ruota dell'Anno nel druidismo - Seconda parte


La ruota delle otto festività fu portata nel druidismo da Ross Nichols, che alla fine degli anni Quaranta faceva parte dell’Antico Ordine Druidico, il quale all’epoca celebrava soltanto i due equinozi e il Solstizio d’Estate. A quanto si dice avrebbe anche voluto festeggiare il Solstizio d’Inverno ma erano disincentivati dal clima. Durante le sue ricerche nelle tradizioni popolari irlandesi Nichols si imbatté nelle feste di Samhain, Imbolc, Beltane e Lughnasadh e decise che queste dovessero essere immesse nel druidismo moderno.
Quando la sua idea fu respinta dalla gerarchia dell’Ordine, Nichols mostrò il suo mandala di festività all’amico Gerald Gardner. Questi, che stava mettendo assieme gli elementi della Wicca moderna, incluse immediatamente il mandala nelle sue idee. Il suo gruppo di stregoneria fu probabilmente il primo a metterlo in pratica all’inizio degli anni Cinquanta, mentre Nichols dovette aspettare fino al 1964, quando portò un gruppo a distaccarsi dall’Ordine per costituire l’Ordine dei Bardi, Vati e Druidi.
La ruota scorre con tanta bellezza, contrassegnando ogni sei settimane circa un punto nel ciclo  di cambiamento, portando assieme la comunità, facendo affiorare la nostra coscienza, che molti neofiti di questa tradizione ritengono difficile credere che non sia sempre stato così.

Samhain
Sebbene la grafia dell’irlandese sia variabile, la pronuncia tende a rimanere uguale, per cui Samhain viene anche scritto Samhuinn e Samain ma viene sempre pronunciato sauin. Il significato è probabilmente “fine dell’estate”. Il nome gallese è Calan Gaeaf, che significa “calende invernali”.
Per coloro che misurano secondo le stagioni, Samhain arriva con il primo gelo. Alcuni programmano il rito attorno alla luna piena dello Scorpione che attraversa il Toro. Coloro che preferiscono una data fissa celebrano Samhain il 1° novembre, con inizio dei riti la sera prima,  poiché nel druidismo la giornata comincia al tramonto le celebrazioni partono sempre la sera prima.

Solstizio d’Inverno
Gli antichi germanici, che chiamavano questa festa Yule, avviarono la tradizione di festeggiare per dodici giorni: un altro aspetto del paganesimo accolto dal cristianesimo.
Nel druidismo il solstizio d’inverno viene celebrato attorno al 21 dicembre, quando il sole entra nel Capricorno, oppure tre giorni dopo, il 24 dicembre, notte di mezzo inverno, quando dopo una pausa sul punto più basso il sole ricomincia il suo viaggio verso il centro.
Questa festa è chiamata anche Alban Arthan. La parola alban si ritiene derivi da un antico termine celtico britannico che significa “luminoso”, mentre arthan è una più tarda parola gallese forse riferita alla costellazione dell’Orsa Maggiore del cielo settentrionale invernale. L’alternativa Alban Arthuan è una corruzione successiva e si riferisce all’antico re eroe britannico Artù.

Imbolc
Imbolc o Imbolg (pronuncia imolc), viene celebrato il 2 febbraio.
Alcuni assegnano il momento di Imbolc alla nascita dei primi agnelli, mentre altri cercano i primi bucaneve. Per alcuni è la festa della luna piena dell’Acquario che passa davanti alla costellazione del Leone.
In gallese la festa è chiamata Gwyl Fair, “festa di Maria”, oppure nell’alternativa più recente Gwyl Forwyn, “festa della vergine”, anche se alcuni druidi, perfino i pagani, utilizzano il termine cristiano Candelora. In Irlanda e in alcune parti della Scozia è la festa di Brigit, Bride o Brigida, antica dea il cui culto fu trasferito a una santa cristiana.

Equinozio di Primavera
L’equinozio di primavera si celebra fra il 20 e il 23 marzo, nel momento in cui il sole si sposta in Ariete e il giorno ha la stessa durata della notte. Viene anche chiamato Alban Eilir, a volte scritto Eiler, dove eilir significa in gallese “rigenerazione” o “primavera”. Alban Eiler viene tradotto poeticamente “luce della terra”. Il nome germanico di questa celebrazione pagana è Ostara: è il nome di una dea della fertilità da cui derivano l’inglese Easter e il tedesco Oster (Pasqua).

Beltane
La grafia di questa festa varia da Belteinne a Bealtine, ma la più comune è Beltane, che è la più vicina alla pronuncia (beltein). Il termine può essere tradotto “il fuoco luminoso” (o fortunato)” e alcuni tracciano collegamenti con l’irlandese Balor, il dio gallico Belenus e il gallese Beli Mawr, tutte divinità ancestrali associate a luce e fuoco. Questa è la prima festa dell’estate, celebrata secondo il calendario il 1° maggio, con i riti che cominciano la sera precedente, oppure alla Luna Piena del Toro che attraversa lo Scorpione. Coloro che segnano le feste trimestrali secondo il fluire della natura celebrano con i primi fiori bianco-rosati del biancospino.
In gallese si chiama Calan Mai, “calende di maggio”.

Solstizio d’Estate
Il Solstizio d’Estate è la festa più spesso associata ai druidi, anche se in questa tradizione non è più importante di ogni altra festa. Viene celebrato attorno al 21 giugno, quando il sole sorge nel suo punto più settentrionale, raggiungendo il punto più alto nel cielo, mentre passa dai Gemelli al Cancro, oppure nel giorno di mezza estate tre giorni dopo, il 24 giugno, quando dopo una pausa il sole comincia la sua discesa.
La festa è chiamata anche Alban Hefin, talvolta scritto Heruin, dove il termine gallese hefin significa “estate”. Alban Heruin viene tradotto “luce della costa”.

Lughnasadh
Lughnasadh, Lughnasad o Lugnasa, pronuncia lunassa, è la festa del dio Lugh. Nei testi medievali irlandesi viene anche chiamata Bron Trogain, ovvero il primo giorno del mese di Trogain, e in Inghilterra è oggi chiamato comunemente Lammas, che deriva dal termine sassone Hlafmasse (loafmass), “messa del pane”, dal momento che in questa occasione veniva offerto del pane fatto con il grano appena mietuto. Oppure con il termine gallese Gwyl Awst che significa “festa d’agosto”. Alcuni celebrano il rito alla Luna piena del Leone che attraversa l’Acquario. Secondo il calendario, Lughnasadh è il 1° agosto.

Equinozio d’Autunno
L’Equinozio d’Autunno viene celebrato tra il 20 e il 23 settembre, quando la notte è di nuovo lunga quanto il giorno e il nostro sole passa davanti alla costellazione della Bilancia.
Chiamato anche Alban Elfed, talvolta scritto Alban Elued, dove elfed significa “autunno”, viene tradotto “luce dell’acqua”.

Da: I principi del druidismo di Emma Restall Orr, Armenia

La Ruota dell'Anno nel druidismo - Prima parte


L’anno celtico, basato su un calendario lunare, con un mese aggiunto ogni cinque anni, è diviso nettamente in due stagioni, inverno ed estate; ne deriva che il suo asse principale va dal primo novembre al primo maggio. Il calendario celtico, e dunque le ricorrenze festive druidiche, non hanno a rigore nessun legame con i solstizi.
Nessun testo antico menziona la festa celtica attorno ai solstizi d’inverno e d’estate. La festa di San Giovanni, che è cristiana, ha recuperato certi riti del primo maggio e deve la sua struttura a una religione pre-celtica. La festa di Natale è cristiana, ma di origine romana (i Saturnali e il culto di Mithra). In realtà, le feste druidiche hanno luogo quaranta giorni dopo un solstizio o un equinozio; la cosa si spiega perfettamente, essendo la quarantena un periodo di attesa, di incubazione, di preparazione allo schiudersi della festa, considerata quest’ultima come un’orgia, vale a dire una cristallizzazione di tutte le energie liberate.
La festa principale è quella del primo novembre, Samhain o Samhuin, in irlandese, che corrisponde al termine gallico samonios del Calendario di Coligny, testimonianza incontestabile dei Celti e del paganesimo. Samhain etimologicamente è “la fine dell’estate”, in altri termini l’inizio dell’inverno. È il primo giorno dell’anno nuovo, o piuttosto la prima notte, poiché i Celti contano per notti. Ci si può stupire che l’Anno Nuovo coincida con il periodo invernale che comincia: non dimentichiamo però che la credenza druidica, attestata da Cesare, fa di Dis Pater, vale a dire di una divinità notturna, l’origine degli esseri e delle cose.
È una festa di rilievo, alla quale ogni membro della comunità deve obbligatoriamente assistere: “Ogni uomo degli Ulaid che non veniva in occasione della notte di Samhain perdeva la ragione e veniva costruito il suo tumulo, la sua pietra e a sua tomba l’indomani mattina”, da  La nascita di Conchobar. La festa consisteva in un’assemblea di tutti gli uomini  e di tutte le donne che componevano la comunità. Vi si discuteva degli affari politici, economici e religiosi. Si svolgevano dei banchetti interminabili caratterizzati da carne di maiale e da vino. La carne di maiale dà in effetti l’immortalità, come dimostra la leggenda dei “maiali di Mananann”, e il vino procura l’ebbrezza, vale a dire quello stato di trance grazie al quale si può superare il reale apparente e afferrare il sovrannaturale. In effetti, in quel giorno, la comunità dei viventi e la comunità dei morti s’incontrano. I sidh, cioè i Tumuli in cui vivono gli dèi e gli eroi, sono aperti. I due mondi si compenetrano. Il giorno della festa cristiana di Ognissanti, che è poi l’erede di Samhain, ha conservato questo aspetto di “comunione dei santi”, e, nei paesi anglo-sassoni, i festeggiamenti più o meno pagani di Halloween sono un proseguimento dei banchetti e dei travestimenti della festa celtica.
Questi banchetti erano evidentemente riservati alla classe dirigente. Il re e i guerrieri ne erano il nucleo essenziale, ma è mal visto che i druidi ne siano stati esclusi. L’uomo comune del popolo si accontentava della fiera, con tutto ciò che questo comportava, in termini di transazioni diverse e, ad un tempo, di divertimenti. I giuristi, ugualmente, si riunivano per mettere a punto tutto ciò che concerneva i rapporti tra gli individui e la collettività. In qualche modo, essi costituivano un vero Parlamento in cui venivano discusse questioni di diritto e di politica.
Il rituale è mal conosciuto. Si sa, comunque, che la vigilia tutti i fuochi d’Irlanda dovevano essere spenti. È evidentemente il segno che l’anno muore. Rinascerà nel momento in cui i druidi avranno acceso un nuovo fuoco. Tutto ciò è stato trasferito, dai cristiani, dal primo novembre a Pasqua. Ma è sempre a Samhain che si ritiene si svolgano grandi avvenimenti mitici, battaglie, spedizioni nell’Altro Mondo, conflitti con i Tuatha Dé Danann, morti rituali di re, morte violenta di un eroe che ha violato un grave divieto. È inoltre a Samhain che il Mac Oc viene concepito e che nasce, in un “tempo ristretto” che equivale all’eternità. In effetti, se Samhain è il punto d’incontro tra il mondo divino e il mondo umano, significa che il tempo normale è stato abolito, o sospeso. Si tratta di una zona temporale neutralizzata: quando il Mac Oc si impadronisce del dominio di suo padre, egli se lo è fatto fare dare per una notte e un giorno, vale a dire lo spazio temporale di Samhain, ciò che equivale all’eternità. Questa idea si è perpetuata nella festa cristiana di Ognissanti, più in particolare nella Bretagna armoricana, malgrado la contaminazione del Giorno dei Morti, che è il 2 di novembre. In realtà, nel pensiero celtico, non vi sono né morti né viventi a Samhain, non più di quanto vi siano dèi o esseri umani. Vi è tutto.
Senza che sia possibile affermarlo, è verosimile che, in questa occasione, si svolgessero delle rappresentazioni drammatiche, che richiamavano i grandi miti primordiali, ognuno recitando un ruolo in questo affrontarsi generalizzato di forze rese presenti. Del resto, la festa durava tre giorni, ciò che permetteva di moltiplicare le attività – e i banchetti.
Tre mesi dopo Samhain si svolgeva la festa di Imbolc, il primo di febbraio, verosimilmente sotto il patrocinio della dèa Brigit. La festa di Inbolc, recuperata dal cristianesimo e divenuta la festa della Candelora, individua il periodo centrale dell’inverno. Vi si esalta il fuoco, ma anche l’acqua lustrale. È una festa di purificazione, significato che mantiene ancor oggi la Candelora. Ma siamo assai male informati sulle componenti di Imbolc, essendo stati eliminati tutti i riferimenti pagani dai cristiani, imbarazzati – lo si sarebbe per meno – dal problema della dèa Brigit che riappariva con i tratti della badessa Brigitte di Kildare, e la cui festa si svolgeva il primo di febbraio. Detto ciò, Imbolc sembra avere un’importanza assai minore di Samhain. Questa festa non riguarda la classe guerriera, né il re: era forse più intima, più locale.
Per contro, Beltaine, la festa del primo maggio, ha un’importanza considerevole. Il nome significa “Fuoco di Bel” e fa riferimento ad un’idea di luce e di calore. È la fine dell’inverno e l’inizio dell’estate. Di qui i riti del fuoco, particolarmente abbondanti, e la sacralizzazione della vegetazione nascente. In una società pastorale come quella dei Celti primitivi, ed in particolare degli Irlandesi, si tratta del momento cruciale dell’anno in cui gli armenti escono dai rifugi e vanno a pascolare nella campagna. I famosi Fianna del re Finn avevano l’abitudine di trascorrere i sei mesi d’inverno nelle case degli irlandesi, case che avevano la missione di proteggere; ma, dal primo di maggio, se ne andavano per tutta l’Irlanda, a vivere una vita nomade. È del pari a Beltaine che hanno luogo le mitiche invasioni dell’Irlanda. Con ogni evidenza, la festa di Beltaine è un’apertura sulla vita e la luce, un’introduzione nell’universo diurno, mentre Samhain segna l’ingresso nel mondo notturno, che in Bretagna chiamano ancora “i mesi neri”.
Il rituale di Beltaine rimane molto incerto. Si trattava, è vero, di una festa sacerdotale, e i druidi dovevano esservi in onore. Senza dubbio vi erano delle cerimonie, dei giochi, delle assemblee, dei banchetti. L’usanza dei rami piantati nei campi, nei giardini e nelle stalle, usanza che continua anche ai giorni nostri, è un lontano ricordo di questo rituale. I fuochi detti di San Giovanni si svolgevano in questa data, e il re d’Irlanda doveva essere il primo ad accendere il fuoco. Tutti coloro che si fossero permessi di farlo prima di lui sarebbero stati condannati a morte. È noto che San Patrizio lo fece, d’altronde impunemente, e che questo atto ebbe un grande peso, a quel che si racconta, nella conversione degli Irlandesi alla nuova religione. Ma, dopo l’estinzione del druidismo, il primo maggio è tuttavia rimasta la festa popolare dell’attività umana, soprattutto dell’attività economica. Non per niente in questo giorno è stata fissata la Festa del Lavoro. Nei paesi germanici, la notte di Beltaine è la “Notte di Walpurga”, durante la quale si danno convegno tutti gli stregoni e le streghe. Ciò significa che, quel giorno, o meglio quella notte, la classe sacerdotale è all’opera. Ma, siccome i druidi sono scomparsi in quanto sacerdoti, filosofi e giuristi, ricompaiono nella memoria popolare sotto l’aspetto spregiativo di stregoni. Ciò spiega, in particolare, i rituali di esorcizzazione estremamente numerosi che si osservano nella tradizione popolare a proposito del primo maggio: benedizione degli animali e delle stalle, passaggio degli armenti attraverso i filari di fiamme o di braci, purificazione magica dei locali dove hanno soggiornato gli animali, diversi incantesimi per proteggere gli armenti dalle malattie e dagli animali selvaggi.
Se, a Samhain, si entra in “sonno”, a  Beltaine, si dà il segnale del risveglio. Durante l’inverno, il fuoco è invisibile, nascosto nelle pietre, nel legno, nella materia inerte. Ma l’energia che rappresenta il fuoco esiste allo stato potenziale. In occasione della festa di Beltaine, questa energia si manifesta, realizza una vera “epifania”. Le fiamme che scaturiscono dal rogo della collina di Tara, acceso dal re d’Irlanda, sotto la protezione dei druidi, erano più che un simbolo: nel ciclo delle stagioni e dei giorni esse costituivano la prova che dalla morte poteva scaturire la vita.
La quarta festa, Lughnasadh, cadeva il primo agosto. Secondo la tradizione, Lughnasadh (etimologicamente, la “Festa di Lug”) era stata istituita dallo stesso dio Lug, a Tailtiu, in memoria di sua madre adottiva, la dèa Tailtiu, simbolo della Madre-Irlanda. La festa consisteva in giochi diversi e soprattutto in assemblee plenarie. Sembra che Lughnasadh sia prima di tutto una festa regale. In effetti, il re vi presiede corse di cavalli, certami poetici, ma non vi sono giochi guerrieri, né morti rituali. Si suppone che il re, in questo periodo dell’anno, sia in possesso del massimo della sua potenza. Ed è necessario, peraltro, poiché sta per cominciare il periodo in cui si raccolgono i frutti dell’anno. Non si può dimenticare che tutto ciò si svolge sotto la protezione di una dèa-madre che, secondo il mito, è morta essa stessa per assicurare la prosperità ai suoi numerosi figli. Lughnasadh è una festa che è scomparsa dal calendario della cristianità, ma sopravvive in parte, dispersa in altre feste, come quella, religiosa, delle Rogazioni (nella liturgia cattolica, almeno sino al 1969, rito penitenziale con preghiere e processioni per ottenere da Dio la fecondità dei campi, che veniva celebrato in alcuni giorni di primavera). Sopravvive anche nelle numerose feste profane del Raccolto. Ad ogni modo, l’estate non è propizia alle lunghe festività, ancor meno agli interminabili banchetti. È epoca d’intenso lavoro, in cui si prepara l’arrivo dei “mesi neri” al fine di poterli superare senza danno.
E così, dunque, il calendario delle festività celtiche è articolato attorno a quattro momenti, due dei quali sono particolarmente importanti,  Samhain e Beltaine. E siccome queste feste riguardano e radunano un considerevole numero di individui, si può dire, una volta di più, che il druidismo è una religione sociale. In questo contesto, l’atteggiamento individuale non ha alcun senso se non si integra all’attività del gruppo. Ciò non significa che ciascun individuo non abbia autonomia: al contrario, sembra che il druidismo abbia privilegiato la nozione di Libero Arbitrio. Ma è una questione di giustificazione: l’attività individuale non ha alcun significato ed è dunque ingiustificabile se non rientra nel quadro della società nel suo complesso, essendo questa società – la realizzazione della società divina. Le feste, come i riti, riguardano tutti. Coloro che non vi partecipano si autoescludono, essi stessi, dalla comunità. E se, per una ragione o per un’altra, una festa non viene celebrata (ma si tratta di eventi molto rari), l’equilibrio della società, e dunque del mondo, è minacciato. Giacché le feste, come i riti, sono delle operazioni di tipo magico o religioso (o l’uno e l’altro insieme) che stabiliscono dei rapporti di armonia tra gli esseri e le cose, tra gli uomini e gli dèi, tra le forze visibili e le forze invisibili.
Di qui la necessità di una liturgia organizzata, gerarchizzata, e concepita in quanto proiezione, su scala umana, di quanto accade sul piano cosmico.

Da: Il druidismo. Religione e divinità dei Celti, di Jean Markale, Edizioni Mediterranee

lunedì 13 dicembre 2010

La Ruota dell'Anno nella Wicca


Nel passato, quando le persone vivevano con la natura, il volgere delle stagioni ed i cicli mensili della Luna avevano un profondo impatto sulle cerimonie religiose. Poiché la Luna era vista come un simbolo della Dea, si tenevano delle cerimonie di adorazione e di magia al suo chiarore. Anche l’arrivo dell’inverno, i primi segnali della primavera, la calda estate e l’avvento dell’autunno, erano segnati da questi rituali.
I wiccan, eredi delle religioni popolari pre-cristiane europee, celebrano ancora la Luna Piena ed osservano i cambi delle stagioni. Il calendario religioso wiccan contiene 13 celebrazioni della Luna Piena ed otto Sabbat, o giorni di potere.
Quattro di questi giorni (o più propriamente notti) sono determinati dai Solstizi e dagli Equinozi, gli inizi astronomici delle stagioni (tracce di questa antica usanza si trovano anche nella cristianità. La Pasqua, per esempio, cade nella domenica seguente la prima Luna Piena dopo l’Equinozio di Primavera, un modo piuttosto “pagano” di organizzare riti religiosi). Le ricorrenze degli altri quattro rituali si basano su antiche feste popolari (e, in un certo modo, quelle dell’antico Vicino Oriente). I rituali danno una struttura ed ordine all’anno wiccan, ed inoltre ci ricordano del ciclo infinito che continuerà molto a lungo anche quando noi non ci saremo più.
Quattro Sabbat – forse quelli che sono stati osservati più a lungo - probabilmente erano associati all’agricoltura ed ai cicli di gestazione degli animali. Sono Imbolc (2 febbraio), Beltane (30 aprile), Lughnasadh (1 agosto) e Samhain (31 ottobre). Questi nomi sono celtici e sono abbastanza comuni tra i wiccan, anche se ne esistono molti altri.
Quando un’attenta osservazione dei cieli portò ad una conoscenza pratica dell’anno astronomico, i Solstizi e gli Equinozi (circa il 21 marzo, 21 giugno, 21 settembre, e 21 dicembre) furono introdotti in questa struttura religiosa.
Chi cominciò per primo ad adorare e ad accumulare le energie in quei giorni? Non si può rispondere a questa domanda. Tuttavia, questi giorni e queste notti sacre sono l’origine delle 21 festività rituali wiccan.
Molte di queste sopravvivono ancora oggi sia in forma secolare che religiosa. Celebrazioni del Primo Maggio, Halloween, il Giorno della Marmotta ed anche il Ringraziamento, per citare alcune popolari feste americane, sono tutte connesse ad antiche celebrazioni pagane. Inoltre, nella Chiesa Cattolica, sono state mantenute delle versioni fortemente cristianizzate dei Sabbat.
I Sabbat sono riti solari, che segnano la posizione del ciclo annuale del Sole, e sono la metà dell’anno rituale wiccan. Gli Esbat sono le celebrazioni wiccan per la Luna Piena. In quei giorni i wiccan si incontrano per adorare Colei che È. Non che i wiccan dimentichino il Dio durante gli Esbat – entrambi di solito sono onorati in tutte le occasioni rituali.
Ci sono dalle 12 alle 13 Lune Piene ogni anno, una ogni 28 giorni e ¼. La Luna è un simbolo della Dea, come pure una fonte di energia. Così, dopo l’aspetto religioso degli Esbat, i Wiccan spesso praticano la magia, attingendo alle grandi quantità di energia che ritengono esistano in quei giorni.
Alcuni antichi festival pagani, spogliati dalla dominazione della cristianità delle loro qualità un tempo sacre, sono degenerati. Sembra che Samhain sia stato requisito dai produttori di dolciumi, mentre Yule è stato trasformato da uno dei più sacri giorni pagani ad un giorno di squallido consumismo. Anche le successive eco della nascita del Salvatore cristiano sono a mala pena udibili sopra il mormorio elettronico dei registratori di cassa.
Ma l’antica magia rimane in questi giorni e notti, ed i wiccan li celebrano. I rituali variano di molto, ma sono tutti collegati alla Dea ed al Dio, ed alla nostra casa, la Terra. Molti riti si tengono di notte per motivi pratici, ma anche per conferire un senso di mistero. I Sabbat, dato che sono orientati al Sole, si celebrano più naturalmente a mezzogiorno, o al tramonto, ma oggi questo è raro.
I Sabbat ci raccontano una delle storie della Dea e del Dio, della loro relazione, e dell’effetto che questa ha sulla fecondità della Terra. Ci sono molte variazioni a questi miti, ma questa è abbastanza comune, e comprende delle descrizioni basilari dei Sabbat.
La Dea dà alla luce un figlio, il Dio, a Yule (circa il 21 dicembre). Questo non è affatto un adattamento della cristianità. Il Solstizio d’Inverno è stato a lungo visto come un momento di nascita divina. Si diceva che Mitra fosse nato in quel giorno. I cristiani lo hanno semplicemente adattato a loro uso nel 273 d.C.
Yule è il momento della massima oscurità ed è il giorno più corto dell’anno. I popoli antichi hanno notato questo fenomeno e supplicavano le forze della natura di allungare i giorni ed accorciare le notti. I wiccan talvolta celebrano Yule poco prima dell’alba, poi guardano il Sole sorgere come il finale migliore per i loro sforzi.
Dato che il Dio è anche il Sole, questo segna anche il momento dell’anno in cui il Sole rinasce. Perciò i wiccan accendono fuochi o candele per dare il benvenuto al ritorno della luce del Sole. La Dea, che dorme per tutto l’inverno del suo travaglio, si riposa dopo il parto.
Yule è ciò che resta degli antichi rituali celebrati per affrettare la fine dell’inverno ed i doni della primavera, quando il cibo era di nuovo a disposizione in abbondanza.
Per i wiccan contemporanei è un monito del fatto che il prodotto finale della morte è la rinascita, un pensiero confortante in questi giorni di tensione.
Imbolc (2 febbraio) segna il recupero della Dea dopo aver dato alla luce il Dio. I momenti di luce sempre più lunghi la risvegliano. Il Dio è un fanciullo giovane e vigoroso, ma si avvertono i suoi poteri nelle giornate più lunghe. Il calore feconda la Terra (la Dea), fa crescere e germogliare i semi. E così si notano i primi accenni della primavera.
Questo è un Sabbat di purificazione dopo la vita rintanata dell’inverno, attraverso i poteri di rinnovamento del Sole. È anche una festa della luce e della fertilità, un tempo caratterizzata in Europa da grandi fuochi, torce e falò di ogni tipo. Il fuoco qui rappresenta la nostra illuminazione ed ispirazione proprio come la luce ed il calore.
Imbolc è anche conosciuto come la Festa delle Torce, Oimelc, Lupercalia, la Festa di Pan, il Festival dei Bucaneve, la Festa della Luce Crescente, il giorno di Brigida, e probabilmente con molti altri nomi. Alcune donne wiccan seguono l’antica usanza scandinava di indossare corone di candele accese in testa, ma molte altre persone portano candele durante le loro invocazioni.
Questo è uno dei momenti tradizionali di iniziazione nelle coven, e così si possono eseguire rituali di auto-consacrazione, o si possono anche rinnovare quelli già fatti.
Ostara (circa il 21 marzo), l’Equinozio di Primavera, conosciuto anche come Primavera, Riti della Primavera, e Giorno di Eostra, segna il primo autentico giorno di primavera. Le energie della natura passano delicatamente dalla pigrizia dell’inverno all’esuberante espansione primaverile. La Dea ricopre la Terra di fertilità, irrompendo dal suo sonno, mentre il Dio si sgranchisce e passa alla maturità. Egli cammina per i verdi prati e si delizia nell’abbondanza della Natura.
Durante Ostara le ore del giorno e della notte sono uguali. La luce sta superando l’oscurità; la Dea ed il Dio portano alla riproduzione le creature selvatiche della Terra.
Questo è un periodo di inizi, di azione, di incantesimi per seminare ciò che sarà raccolto in futuro, e per prendersi cura dei giardini rituali.
Beltane (30 aprile) segna l’emergere del giovane Dio all’età adulta. Risvegliato dalle energie all’opera nella Natura, egli desidera la Dea. Si innamorano, giacciono fra l’erba ed i boccioli, e si uniscono. La Dea rimane incinta del Dio. I wiccan celebrano il simbolo della sua fertilità con un rituale.
Beltane (conosciuto anche come Giorno di Maggio) è stato a lungo caratterizzato da feste e rituali. I pali di maggio, simboli notevolmente fallici, erano il punto focale degli antichi rituali nei villaggi inglesi. Molte persone si svegliavano all’alba per raccogliere fiori e frasche verdi dai campi e dai giardini, e li usavano per decorare il palo di maggio, le loro case, e loro stessi.
I fiori ed il verde simboleggiano la Dea; il palo di maggio il Dio. Beltane segna il ritorno della vitalità, della passione e delle speranze consumate.
I pali di maggio talvolta sono usati dai wiccan oggi durante i rituali di Beltane, ma il calderone è il punto focale più comune della cerimonia. Esso rappresenta, naturalmente, la Dea – l’essenza della femminilità, la fine di tutti i desideri, uguale, ma opposto al palo di maggio, che rappresenta il Dio.
La Mezza Estate, il Solstizio d’Estate (circa il 21 giugno), conosciuto anche come Litha, arriva quando i poteri della natura raggiungono il loro punto più alto. La Terra trabocca della fertilità della Dea e del Dio.
In passato, si saltava oltre i falò per incoraggiare la fertilità, la purificazione, la salute e l’amore. Il fuoco ancora una volta rappresenta il Sole, festeggiato in questo giorno con il maggior numero di ore di luce.
La Mezza Estate è un classico giorno per tutti i tipi di magie.
Lughnasadh (1 agosto) è il giorno del primo raccolto, quando le piante della primavera appassiscono, e rilasciano i loro frutti o i semi affinché noi possiamo usarli ed anche per assicurare futuri raccolti. In modo mistico, anche il Dio fa così, e perde la sua forza, mentre il Sole sorge sempre più lontano a Sud ogni giorno, e le notti si allungano. La Dea osserva con dolore e gioia, mentre comprende che il Dio sta morendo, eppure vive dentro di Lei come Suo figlio.
Lughnasadh, conosciuto anche come Vigilia d’Agosto, Festa del Pane, Casa del Raccolto e Lammas, non era necessariamente celebrato in questo giorno. Originariamente coincideva con il primo giorno di raccolto.
Con il passare dell’estate, i wiccan ricordano il suo calore ed i suoi doni nel cibo che mangiamo. Ogni pasto è un atto di armonizzazione con la natura, e ci ricorda che niente è costante nell’universo.
Mabon (circa il 21 settembre), l’Equinozio d’Autunno, è il completamento del raccolto cominciato a Lughnasadh. Ancora una volta notte e giorno sono uguali, bilanciati dal Dio che si prepara a lasciare il Suo corpo fisico e comincia la grande avventura nell’ignoto, verso il rinnovamento e la rinascita della Dea.
La natura declina, ritrae i suoi doni, si prepara per l’inverno e per il suo periodo di riposo. La Dea sonnecchia con il Sole che si indebolisce, anche se il fuoco brucia nel Suo ventre. Lei sente la presenza del Dio anche mentre Egli svanisce.
A Samhain (31 ottobre), i wiccan si congedano dal Dio. Questo è un addio temporaneo. Egli non è avvolto dall’oscurità eterna, ma si prepara a rinascere dalla Dea a Yule.
Samhain, conosciuto anche come Vigilia di Novembre, la Festa dei Morti, la Festa delle Mele, ed Ognissanti, una volta indicava il tempo del sacrificio. In alcuni luoghi era il momento in cui gli animali venivano macellati per assicurasi il cibo per tutta la profondità dell’inverno. Il Dio – identificato con gli animali – cadeva per assicurare la continuazione della nostra esistenza.
Samhain è un momento di riflessione, per guardarsi indietro nell’anno trascorso, per venire a patti con l’unico fenomeno della vita sul quale non abbiamo controllo – la morte.
I wiccan sentono che questa notte la separazione tra la realtà fisica e quella spirituale è sottile. Ricordano i loro antenati e tutti quelli che sono andati prima.
Dopo Samhain,  i wiccan celebrano Yule, e così la ruota dell’anno è completa.
Sicuramente ci sono dei misteri sepolti qui. Perché il Dio è il figlio e poi l’amante della Dea? Questo non è un incesto, è un simbolismo. In questa storia agricola (uno dei molti miti wiccan) la sempre mutevole fertilità della Terra è rappresentata dalla Dea e dal Dio. Questo mito parla dei misteri della nascita, della morte, e della rinascita. Celebra gli aspetti meravigliosi e gli splendidi effetti dell’amore, ed onora le donne che continuano la nostra specie.
Inoltre indica la vera e propria dipendenza che gli umani hanno nei confronti della Terra, del Sole e della Luna, e degli effetti delle stagioni nella nostra vita di tutti i giorni.
Per le popolazioni agricole, la spinta maggiore di questo ciclo mitologico è la produzione di cibo attraverso l’azione reciproca tra la Dea ed il Dio. Il cibo – senza il quale noi tutti moriremmo – è intimamente collegato alle divinità. Infatti, i wiccan vedono il cibo come un’altra manifestazione dell’energia divina.
E così, osservando i Sabbat, i wiccan si armonizzano con la Terra e le sue divinità. Riaffermano le loro radici con la Terra. Anche eseguire rituali nelle notti di luna piena rafforza la loro connessione in particolare con la Dea.
Il wiccan saggio celebra i Sabbat e gli Esbat, perché sono momenti di potere reale ed anche simbolico

Da Wicca. Una guida per praticanti solitari di Scott Cunningham

sabato 11 dicembre 2010

La Ruota dell'Anno


L’uomo antico, a differenza di quello moderno (la cui esistenza si svolge ormai tutta all’interno di un orizzonte materialistico e deterministico), si sentiva parte costitutiva dell’universo, visto come un tutt’uno (universo per l’appunto…), una trama dell’essere dove ogni “filo” era collegato agli altri per mezzo di legami sottilissimi eppure indistruttibili. La stessa divinità non era un ente separato dal cosmo ma allo stesso tempo creatrice e parte essenziale dell’universo. In questo cosmo dove anche il più piccolo granello di sabbia era unito misteriosamente a stelle e pianeti (una concezione simile tra l’altro a quelle delle più avanzate teorie scientifiche), l’essere umano si considerava, pur con tutti i suoi limiti, un collaboratore degli Dei nell’impegnativo compito di mantenere l’ordine cosmico, un “Figlio della Terra e del Cielo stellato” come recitano le antiche iscrizioni orfiche.
Ogni momento di passaggio determinato dai moti celesti (il Cielo) e dal volgere delle stagioni (la Terra) veniva a configurarsi come un momento sacro, caratterizzato da energie particolari, vibrazioni specifiche che risuonavano secondo regole precise nel mondo minerale, vegetale ed animale, nonché ovviamente in quel microcosmo che è il complesso umano di corpo-anima-spirito.
Così in questi momenti particolari, queste date dell’anno, venivano celebrate con riti e feste che avevano lo scopo di permettere agli esseri umani di entrare in contatto con le forze cosmiche, più percepibili allora che in qualsiasi altro momento. E allo stesso tempo gli umani avevano la possibilità di aiutare con le proprie energie queste forze affinché il mondo potesse continuare ad esistere in modo conforme alle eterne leggi della Natura.
I momenti critici dell’anno venivano dunque ad assumere, secondo queste antiche concezioni, la natura di “porte”. Porte che periodicamente si aprivano su altre dimensioni, consentendo a tutti un sia pur fugace contatto con le energie divine, contatto che era altrimenti privilegio di pochi iniziati ed eroi mitici. Quelli che noi oggi denominiamo calendari, per le antiche civiltà erano in realtà complessi e raffinati codici rituali, elaborati al fine di costituire un collegamento cosmico con la Terra e il Cielo.
Pur diversi l’uno dall’altro per motivi culturali e ambientali, condividevano in varia misura una concezione comune: in essi il tempo non appariva come una sequenza lineare di fatti unici e casuali ma come un ciclo eterno di nascita-vita-morte-rinascita. Il cerchio era il simbolo che caratterizzava questa concezione ciclica (dal greco kiklos = cerchio) dello scorrere del tempo. E la parola latina annus, anno, significa appunto circolo. La figura di un serpente circolare che si morde la coda, l’ourobos egizio, è forse la rappresentazione iconografica più diffusa della concezione ciclica del tempo.
Per gli antichi ogni cosa era inserita all’interno di un ciclo, ognuna con il proprio ritmo e con la propria energia particolare: dal ciclo lunare mensile a quello stagionale-annuale fino ai cicli maggiori del Grande Anno (i 25.920 anni circa determinati dalla precessione degli equinozi, cioè dal lento movimento della Terra intorno al proprio asse, il quale fa sì che il punto vernale – l’equinozio di primavera – si sposti molto lentamente a ritroso lungo il cerchio zodiacale, sorgendo ogni 2.000 anni circa n un segno zodiacale diverso) e delle Grandi Ere.
Secondo quest’ultima dottrina, comune a moltissime civiltà antiche, l’umanità era passata da una mitica epoca di beatitudine e di armonia con il  cosmo a ere sempre più degradate, fino al caos e alla dissoluzione. Questa era la dottrina greca delle quattro ere (dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo e del Ferro), rispecchiante quella induista dei quattro Yuga (Krita, Treta, Dvapara e Kali). Anche i nativi americani narravano di un bisonte cosmico che si reggeva sulle sue quattro zampe: ad ogni era ne perdeva una. Per inciso oggi ci troviamo nell’Era del Ferro o Kali Yuga (Età Oscura) e il bisonte a fatica si regge su una sola zampa…
Ma in tutte queste visioni la fine di ogni ciclo non conduce ad una fine assoluta bensì ad un nuovo inizio, dove gli esseri ricominciano ad animare la trama di un cosmo rigenerato, diverso dal precedente eppure uguale ad esso. Quella che a noi può sembrare una ripetizione ossessiva di gesti, azioni e cicli, per gli antichi non era altro che la conferma rassicurante delle eterne leggi del cosmo, leggi che fondono in un’armonia perfetta sia l’ordine che il caos, la luce e la tenebra, la vita e la morte. Gli antichi forse sarebbero rimasti sgomenti di fronte alla nostra moderna concezione lineare di un tempo che sorge dal nulla e in una linea ascendente di “progresso” termina ugualmente nel nulla, lasciando il posto a nebulosi regni ultraterreni, paradisi, inferni o nirvana che siano. Per gli antichi ogni fine era un inizio e ogni inizio una fine, dove ogni cosa esistente era coinvolta, non solo a livello spirituale ma anche a livello materiale.
La dottrina ciclica del tempo può essere benissimo rappresentata da una ruota, la Ruota dell’Anno che percorre il suo cammino lungo sentieri sempre diversi eppure sempre uguali.
Dalle concezioni pre-cristiane dell’Antica Europa emerge così l’immagine di una ruota a otto raggi, ciascuno dei quali corrisponde ad un momento critico di passaggio, ad una festa sacra.
La Ruota dell’Anno è un calendario sacro che unisce e fonde in sé due separati eppure connessi cicli: il primo ciclo è quello del mistico viaggio del Sole attraverso il cielo, che si snoda attraverso i due solstizi e i due equinozi, narrandoci la nascita, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia dell’astro.
Il secondo ciclo è quello stagionale, che ci mostra le vicissitudini delle divinità agrarie e pastorali attraverso il tema di semina-fioritura-maturazione-raccolto.
Queste ultime feste sono chiamate col loro nome celtico perché i Celti ci hanno lasciato un ricco patrimonio mitico e folklorico su di esse anche se le medesime date erano celebrate con diversi nomi presso altre civiltà europee e mediterranee.
I due cicli sono in realtà tra loro collegati e interdipendenti, poiché le stagioni dipendono dai moti del Sole e il Sole si manifesta attraverso i mutamenti stagionali. Essi formano un insieme armonioso e coerente, suddividendo l’intero anno in otto “spicchi” di uguale durata.
Occorre ricordare però che l’ottuplice ruota non ha solo un significato esteriore, materiale, “naturalistico”, poiché i momenti critici di passaggio nello scorrere del tempo hanno una risonanza anche a livello dell’interiorità umana. Risonanza psicologica perché ogni fase del ciclo influisce indubbiamente sul nostro umore e sul nostro comportamento (anche se purtroppo al giorno d’oggi raramente ce ne rendiamo conto). E anche risonanza a livello spirituale, dal momento che le feste sacre ci offrono la possibilità di riconnetterci alle energie divine del cosmo e della Natura, rispettando la funzione principale di tutti i calendari così come erano stati ideati nell’antichità.
Per tutti questi motivi la Ruota dell’Anno ha conservato tutta la sua validità nel corso dei secoli, e ancora oggi è il calendario sacro di tutti quei movimenti spirituali che si rifanno alle religioni della Natura: Neo-Druidismo, Neo-Paganesimo, Wicca, Spiritualità della Dea e altri ancora. Inoltre il suo schema è sottinteso ancora a moltissime celebrazioni folkloriche o cristiane, anche se di ciò ovviamente non sempre siamo consapevoli

Da Feste Pagane, Roberto Fattore, Macro Edizioni

giovedì 9 dicembre 2010

Ordinazioni cosmiche


Buongiorno.
Chi ti parla è il cosmo.
Oggi mi occuperò di tutti i tuoi problemi.
Non mi serve il tuo aiuto per farlo,
quindi goditi pure la giornata!

 L’insidia insita nelle ordinazioni cosmiche sta nel fatto che bisogna mandarle con una totale fiducia fanciullesca e dimenticarsene subito. Del resto quando e con chi funzionano al meglio è piuttosto palese: un ordine mandato con spensieratezza, non dettato da bisogni pressanti, ecco che arriva subito. Più ti diverti, più sei candido e senza malizia nel mandare un’ordinazione “di prova” e più ti viene servita velocemente.

Il medico ayurvedico Deepak Chopra scrive che l’uomo formula qualcosa come 50.000 pensieri in una giornata. La somma di questi più le emozioni e le parole che li accompagnano producono le circostanze esteriori in cui ciascuno vive. In effetti, si può dire che le nostre condizioni di vita e le persone di cui ci circondiamo rispecchiano il nostro stato interiore.

In linea di massima non c’è nulla di tragico nell’ordinare qualcosa di cui poi ti rendi conto di non avere bisogno. Velocizza soltanto il tuo processo di autoconoscenza e autorealizzazione, perché ti costringere a iniziare a riflettere a un livello più profondo su cosa vuoi realmente.

Mettiti a osservare, a esaminare in maniera più consapevole tutte le circostanze esterne della tua vita e il tipo di persone che incontri nel quotidiano. Entrambe costituiscono lo specchio delle condizioni interne e perciò una fonte proficua da cui attingere informazioni per l’autoconoscenza.

Fermiamoci almeno una volta al giorno, sprofondiamo nel nostro silenzio interiore, ascoltiamoci e chiediamoci: “Cos’è che voglio, chi sono e cosa mi fa sentire davvero bene? Oggi, cos’è che mi ha soddisfatto veramente? E cosa, invece, ha appagato solo il mio cosiddetto piccolo ego?”.

L’apprendista stregone dell’autoconoscenza dovrebbe andare a illuminare i veri motivi che sottendono le sue azioni e i suoi modi di pensare, chiedendosi: “Chi ha partorito questo pensiero: una paura o l’amore?”.

La malattia è sintomo
di una vita che si è smarrita.
Frena il ritmo
del falso movimento,
perché una vita rallentata
ritrova la via
di casa.
Il corpo si rifiuta
di continuare oltre nella superficialità
e costringe la vita
a scendere nel profondo.

“La nostra paura maggiore non è quella di essere inadeguati. La nostra paura maggiore è quella di essere illimitatamente potenti. Ė la nostra luce, non la nostra oscurità, ad incuterci maggior timore”.
Nelson Mandela

Mi è capitato, con esperienze casuali, di rendermi conto che un unico pensiero limpido, inviato nell’universo con un’intenzione chiara, è sufficiente a prevalere su tutto il caos interiore. Infatti si realizza sempre con una precisione stupefacente. Ė un po’ un pensare positivo abbreviato.

Fondamentalmente, un’ordinazione cosmica non funziona diversamente da un’ordinazione inviata a una qualsiasi ditta di vendita per corrispondenza. L’unica differenza sta nel fatto che all’universo non è possibile telefonare, né mandare fax o e mail. Ordinare al cosmo è molto più semplice: basta pensare l’ordine nella mente, oppure scriverlo o dirlo ad alta voce. Quale forma concreta utilizzi non ha alcuna importanza: ciò che conta è che esprimi cosa vuoi. Per esempio: “Ciao, universo, ti ordino un nuovo lavoro, o una nuova casa, un vestito di seta blu, la meta ottimale per le prossime vacanze, una valanga di gente carina nel posto in cui vado in villeggiatura” e avanti così, secondo i tuoi desideri del momento.
Affinché TU, proprio tu, possa crederci meglio (il cosmo non è stupido e ti capisce comunque), potrebbe risultarti vantaggiosa un’ambientazione che ti faccia sentire di “aver spedito bene” le tue richieste. Ti faccio un esempio. Se ordini per iscritto, cioè ti annoti cosa chiedi e magari conservi il foglietto in un posto particolare, potresti farlo di notte quando vedi le stelle e puoi guardare nella lontananza infinita del cosmo. Se ti va, accenditi anche qualche candela.

Da Come chiedere e ottenere dal cosmo tutto quello che vuoi di Bärbel Mohr, Macro Edizioni

I dodici guaritori – Agrimony (Agrimonia), tradizioni, uso medicinale e altri usi

      

Pianta erbacea che appartiene alla famiglia delle rosacee. Predilige i terreni assolati e incolti. Cresce nei prati, presso le macerie, sui cigli delle strade, lungo i fossi, in luoghi isolati e in macchie poco dense, dalla pianura all’alta collina, prevalentemente nel Nord e Centro Europa, nei Paesi Balcanici e nelle regioni asiatiche dal clima favorevole. In Italia è abbastanza diffusa.
Il suo nome botanico è Agrimonia Eupatoria, conosciuta anche come Erba Vettonica, Eupatoria, Grimonia, Eupatorio dei Greci, Erba del Taglio ed Erba di San Guglielmo.
Il suo nome per alcuni deriva dal latino argemonia, nome di una specie di papavero usato nell’antichità contro un mal d’occhi detto “arghema”, per altri deriva dal greco agros (campo) e mon (habitat), quindi “abitante del campo”.
Ė presente in due specie diverse: Agrimonia Procera Walir, molto rara, e Agrimonia Eupatoria, la più comune. Entrambe condividono le stesse proprietà medicinali.
Ha un fusto eretto ramificato solo nella parte finale, ricoperto di peluria, che si sviluppa da un piccolo rizoma e che può raggiungere anche i 70-90 centimetri in altezza, anche se generalmente non supera i 60 centimetri. Le foglie sono riunite a mazzetti che formano una rosetta basale, nel primo anno di vita della pianta. Successivamente, con l’apparire del fusto, compaiono alterne sulla parte inferiore dello stelo, allungate, seghettate e coperte di una leggera lanugine che le rende spesso appiccicose. L'infiorescenza è a forma di spiga, lungo la quale si sviluppano in continuazione, da giugno a fine autunno, piccoli fiori gialli a stella a cinque petali.
Si moltiplica con facilità, rimettendo in terra le piante sradicate verso il mese di settembre, quando le foglie cominciano a cadere. Si può anche ottenerla dai semi.
Della pianta si utilizzano le sommità fiorite e le foglie. I fiori si raccolgono a fioritura appena iniziata, le foglie prima della fioritura, poi la pianta va fatta essiccare all’ombra, o in locali asciutti, o al calore (temperatura non superiore ai 40 gradi). La stagionatura dura due-tre giorni rimuovendo. Ė ricca in particolare di tannini, di un olio essenziale, di vitamina B, C e K.

Storia e tradizioni
È una storia assai antica, anche se povera di dati certi: già in siti neolitici si sono trovate grandi quantità di frutti di agrimonia, ma non si è ancora riusciti a comprenderne la ragione.
L’agrimonia per i Greci era sacra ad Atena Palas Atenea Galeno, per i Romani a Minerva:

“Mentre la si svelle, bisogna pronunciare la frase: 
Questa è l’erba Argemon che Minerva scoprì come farmaco 
osservando le guarigioni dei maiali che l’avevano mangiata
”. 
Plinio

L’agrimonia è forse una delle piante che per prime sono state utilizzate nel campo della medicina. Romani e Greci la usavano per curare le malattie del fegato, per rivitalizzare la memoria, cicatrizzare le ferite e come antiveleno. Dal Medio Evo ci giungono notizie di un suo uso molto diffuso, anche se indifferenziato da Verbena officinalis.
Mattioli ci narra come sotto il nome di eupatoria autori antichi e moderni considerassero, di volta in volta, specie diverse.
Ė stata classificata come erba officinale da Mitridate Eupator, sovrano del Ponto e grande conoscitore di erbe medicinali, 64 anni prima di Cristo. Eupator è anche l’inventore della mitridatizzazione; ossia di quel metodo di autodifesa dai veleni, basato sull’assunzione progressiva di sostanze venefiche in dose minima per suscitare nell’organismo una difesa immunitaria. A lui è stata dedicata dai botanici la specie principale del genere Agrimonia, anche se alcuni sono convinti che eupatoria derivi da “hepatoria”, per la sua utilità nelle malattie del fegato.
Gli anglo-sassoni preparavano un medicamento con le foglie e i semi dell’agrimonia per curare ogni genere di ferita.

La Scuola Salernitana consigliava l’uso dell’agrimonia per alleviare i dolori della milza, ciò che non compare negli studi più moderni, anche se i disturbi epatici, che notoriamente cura l‘agrimonia, possono far ammalare la milza
.
Santa Hildegarda (sec. X) reputava la pianta uno dei più grandi rimedi nelle malattie mentali: “Se un uomo perde l'intelligenza e la ragione, si cominci col tagliargli i capelli, dopo si faccia bollire l'Agrimonia nell'acqua e con quest'acqua gli si lavi la testa; un panno contenente la stessa erba gli sarà applicato sul cuore fino a che egli prova un deliquio, gliela si metterà allora sulla fronte e nelle tempie: l'intelligenza e la ragione saranno purificate e il malato sarà libero dalla sua follia”.
Secondo la tradizione la pianta è legata alla vita di San Guglielmo, personaggio di nobili origini, il quale, insoddisfatto della propria condotta e stanco della carriera militare, trovò motivo di vita nella religione. Dopo la conversione si dedicò all'eremitaggio vivendo in vari luoghi della Toscana.
La leggenda narra che il Santo, trovandosi nei pressi di Malavalle (vicino Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto), abbia sconfitto un dragone che impediva agli abitanti di avvicinarsi ad una sorgente a meno di ottenere in sacrificio una ragazza.
A San Gugliemo vengono attribuiti anche altri miracoli come la guarigione, attraverso l'uso dell'agrimonia, di un cacciatore ferito al ventre da un cinghiale.
All'eremita si deve la diffusione della pianta come medicamento tanto che fino a non molto tempo fa questa "Erba di San Guglielmo" veniva assunta sotto forma di infuso per prevenire febbri e malattie, come la malaria, e per combattere morsi di serpente e bruciature.
Il Santo morì a Malavalle, il 10 Febbraio 1157 e il suo sepolcro fu da subito meta di numerosi pellegrinaggi provenienti dal tutto il centro Italia. Alcuni pellegrini rimasero addirittura a Malavalle per imitare la vita del Santo. La memoria ricorre il 10 Febbraio.
L’uso di quest’erba continuò per tutto il Medio Evo, e continua tuttora, nella preparazione, assieme ad altre erbe, dell’Eau d’Arquebusade, o Acqua del Colpo da Archibugio, secondo un’antica ricetta dell’Ordine dei Monaci di Sant’Antonio, fondato nel 1095 da Gastone, signore del Delfinato, i quali curavano e prevenivano, appunto, il Fuoco di Sant’Antonio. L’Eau d’Arquebusade è una panacea ad uso esterno per tutti i mali della pelle. Ė eccellente per scottature solari o bruciature leggere, per attenuare le rughe, dona sollievo a gambe e piedi affaticati, cura ferite, ulcere, abrasioni, infezioni, infiammazioni della pelle, vene varicose, emorroidi, eczema, herpes, dolori reumatici muscolari, etc.

Uso medicinale
L’agrimonia ha proprietà astringenti, lenitive, depurative e disinfettanti.
Grazie alla presenza di tannini, è utile come antinfiammatorio, cicatrizzante, antisettico, e analgesico, nelle artriti, tonsilliti, stomatiti, nevralgie. In vecchie ricette della medicina popolare era usata quale valido rimedio contro diarrea, malattie del fegato e della bile. Molti autori hanno confermato in seguito la sua efficacia nel trattamento di insufficienze e congestioni epatiche e come stimolante del flusso di bile nel fegato. Sempre in vecchie ricette di medicina popolare estemporanea viene usata per impacchi per la cura di congiuntiviti e della faringe: in usi interni è consigliata come antispastico, depurativo, antiinfiammatorio e sedativo. Contenendo acido ursolico, che agisce in modo simile al cortisone, è utile anche come decongestionante ed antipruriginoso in diverse dermopatie e allergie (dermatiti, acne, orticaria). Viene quindi impiegata per curare disturbi di fegato, insufficienza epatica, infiammazioni del cavo faringeo e della bocca, malattie dei reni e delle vie urinarie, diabete, reumatismi cronici, muscolari, articolari, e artrite. Si adopera anche per far scendere la febbre e per far cicatrizzare le ferite.
Inoltre pare che gli impacchi di agrimonia siano efficaci contro le fistole e le ragadi al seno. In quanto pianta astringente, si usa anche nelle preparazioni per i gargarismi come antisettico orale. Eccellente anche per dolori di stomaco, gastroenteriti, ulcera gastroduodenale, infiammazioni intestinali, congiuntiviti, riniti allergiche e asma bronchiale. Per le sue proprietà analgesiche per nevralgie, nevriti, artriti e periartriti. Indicata anche per cicli mestruali troppo abbondanti. Buona pianta digestiva, protegge dalle irritazioni e dalle infezioni, aiuta a prevenire l’ulcera, la colite, stimola la secrezione dei succhi gastrici e della bile, migliora la digestione e l’assimilazione. Sembra sia anche ipoglicemizzante. Consigliato inoltre nell’uso esterno per la cura delle ulcere varicose. Pianta poliedrica, non ha particolari controindicazioni, ma i tannini possono interferire con l’uso di farmaci, quindi è sempre importante consultare il proprio medico.
Nei disturbi epatici e nei casi di diarrea: si prepara un infuso ponendo 30 grammi di pianta secca mescolati con altrettanti di parietaria in un litro di acqua bollente e lasciando riposare per dieci minuti. Quindi si filtra e se ne consumano 2 tazze al giorno lontano dai pasti.
Nelle infiammazioni dell’apparato orale e urinario: infuso di agrimonia (30 grammi in un litro d’acqua per 5 minuti).
Con l’infuso di agrimonia si possono fare anche gargarismi contro il mal di gola: si mette un cucchiaio di fiori sul fondo di una piccola teiera e si versa sopra una tazza di acqua bollente, si copre e, dopo un quarto d'ora circa, si filtra il liquido in una tazza. L'infuso sarà pronto all'uso non appena diverrà tiepido. Nei primi due, tre giorni fare gargarismi tre volte al giorno; successivamente quando l'infiammazione è meno fastidiosa e fino a scomparsa dei sintomi, fare un gargarismo al giorno.
Sempre contro il mal di gola ci si può far preparare dall’erborista una miscela con 40 grammi di sommità fiorite di agrimonia, 30 grammi di radice decorticata di altea e 30 grammi di radice di echinaea, quindi si mette a sobbollire per 15 minuti un cucchiaio raso di miscela in una tazza (250 millilitri) di acqua oligominerale naturale, trascorso il tempo di ebollizione si filtra e si versa il liquido in una tazza. Quando il decotto è tiepido o freddo si fanno i gargarismi, due o tre volte al giorno.
Il decotto di agrimonia è anche ottimo per i pediluvi perché elimina la stanchezza e i gonfiori delle estremità: bollire 50 grammi di foglie secche agrimonia in 100 centilitri di acqua per 2 minuti e lasciare in infusione per altri 5 minuti.
Un impacco applicato direttamente sugli arti facilita la guarigione di lussazioni e distorsioni:
preparare un decotto di 10 grammi di agrimonia e 100 millilitri d'acqua. Immergervi un panno e porlo sulle parti dolenti più volte al giorno. Potete anche preparare un cataplasma di agrimonia: pestare 10 grammi di foglie fresche di agrimonia in un mortaio fino a renderle poltiglia. Applicarle come cataplasma sulle zone contuse o sulle distorsioni. L’azione astringente decongestionerà la parte dolente.
Nella cura delle vene varicose e delle ulcere degli arti inferiori è caldamente consigliata la pomata di agrimonia: mescolare una o due manciate di foglie in polvere con 200 grammi di grasso di maiale caldo e lavorare gli ingredienti fino a ottenere una crema omogenea.
In caso di scarso funzionamento del fegato e del pancreas: bere 2-3 tazze di tisana al giorno, per almeno tre mesi.
Per combattere infezioni intestinali: assumere 30 gocce di tintura madre, tre volte al giorno. A questo rimedio si può associare la tintura madre di carciofo, in tal caso si prendono 15 gocce di ciascuna pianta, tre volte al giorno.
Per abbassare la pressione arteriosa e dare tono alle arterie: assumere 30 gocce di tintura madre, tre volte al giorno, per almeno tre mesi. A questo rimedio si può associare la tintura madre di olivo, in tal caso si prendono 15 gocce di ciascuna pianta, tre volte al giorno.
In caso di prurito vaginale e perdite dovute a infezione da Trichomonas vaginalis: fare irrigazioni due volte al giorno con il decotto. Si può anche alternare il decotto di calendula a quello di agrimonia. Prendere inoltre per bocca 15 gocce di tintura madre di agrimonia e 15 gocce di tintura madre di calendula tre volte al giorno, fino a miglioramento.
Per alleviare le infiammazioni degli occhi: imbevere dei batuffoli di cotone nel decotto e applicarli sugli occhi per 15 minuti, due volte al giorno, fino a miglioramento.
Quando la pelle è arrossata o coperta di foruncoli: imbevere una pezzuola di cotone nel decotto, strizzarla leggermente e applicarla sulla parte, 2-3 volte al giorno, per 15 minuti.

Altri usi
Dall’agrimonia si ricava un infuso dall’inconfondibile bouquet fruttato d’albicocca: per ottenerlo si dovranno mettere in infusione per alcuni minuti in acqua bollente due o tre cucchiaini di sommità fiorite, poi lasciar riposare 10 minuti e filtrare. Si può anche prepararlo mettendo un cucchiaio di foglie di agrimonia e qualche frammento di radice di liquirizia per ogni tazza. Poi si versa l’acqua bollente, e si lascia riposare per 8-10 minuti, prima di filtrare.
In cucina le foglie della rosetta basale,  leggermente aromatiche e dal sapore agro-amaro si usano nelle zuppe e negli sformati.
Per liberare l’interno della casa da mosche e zanzare, si può ricorrere ad un espediente semplice e naturale: basterà collocare un mazzo di agrimonia in terrazzo o in qualsiasi altro luogo all’esterno. Gli insetti, irresistibilmente attratti dal suo profumo, non tarderanno ad uscire. Ė tra le specie a maggior contenuto di tannino: la si usa per estrarre un bel giallo brillante. Il colore migliore è quello che si ricava dalle ultime piante rimaste prima dell’inverno. Può essere usata per tingere i tessuti. Fino al secolo scorso, da questa pianta veniva infatti estratta una forte tintura gialla usata per tingere la lana.
Un tempo i fiori dell'agrimonia venivano usati anche per tingere i capelli di giallo vivo.
Nella cosmesi, l'agrimonia risulta particolarmente indicata sia per pelli secche, sensibili, delicate, arrossate e con couperose, che per pelle e capelli grassi. L'estratto glicolico può essere utilizzato come componente di creme, latte, gel e lozioni rinfrescanti, astringenti, anti arrossamenti e dello shampoo. Le foglie e i fiori di agrimonia, per il loro delicato profumo, sono ingredienti per pot-pourri adatti soprattutto alla camera da letto.


Fonti:


Altro (siti vari)