Nebbiario di una Viandante - blog in cui si sale e si scende come nel Tor di Glastonbury. Il cammino non è progressivo, ma ogni scritto apre una porta o discosta un velo di nebbia; non c’è linearità nel procedere, ma un giorno, inaspettatamente, ci troveremo sulla cima del Tor e da lì la Visione sarà chiara, allora saremo in grado di entrare nella collina sacra, allora saremo in grado di chiamare la Barca e di giungere all’Isola delle Mele, finalmente a Casa
Questo momento dell’anno, dominato dal calore solare e dalla generosità della Natura, vede la fine degli sforzi umani per portare a compimento il ciclo agrario con il raccolto. Lughnasadh per noi dovrebbe essere tempo di gioia e di vacanze, un periodo in cui raccogliamo e godiamo i frutti delle nostre fatiche. Le cose che abbiamo portato a termine al Solstizio ora sono mature e possiamo vedere i primi risultati delle nostre azioni intraprese nei mesi precedenti. Ma è anche un momento di preparazione per il futuro, di riflettere che presto sarà autunno e che dovremo affrontare una fase diversa. Per capire l’importanza di questa festa nella nostra vita psichica, ci occorre comprendere l’importanza del tema di morte e di rinascita nelle nostre vite. Diventiamo consapevoli che la vita umana cresce e poi declina, è una ruota che deve continuamente essere equilibrata. Questo è il culmine dell’anno ma anche l’inizio del processo del suo declino. È utile comprendere l’idea del sacrificio in termini di trasformazione, non tanto di morte bensì di lasciare andare via qualcosa per arrivare ad un più alto livello creativo nella nostra vita. Il grano sacrificato diventa pane, il frutto viene raccolto in modo che ci possa nutrire. Lughnasadh è festa di trasformazione e la rinascita è la legge perpetua della Natura. Proviamo ad andare nei campi dopo la mietitura: se saremo fortunati potremo trovare alcune spighe sopravvissute alle implacabili mietitrebbiatrici. Raccogliamole e formiamo con esse una bella ghirlanda intrecciata con nastri dorati, il colore del dio Lugh. Conserviamola in casa o regaliamola alla persona più cara, come auspicio d’abbondanti raccolti materiali e spirituali nelle nostre vite. Se vogliamo provare a celebrare in maniera rituale questa festa, potremmo farlo all’alba del l° agosto oppure nel pomeriggio della stessa giornata. Ci si procura alcune spighe di cereali, alcune manciate di chicchi di grano, una pagnotta di pane e una coppa di vino. Si accendono tre piccoli fuochi oppure (se non possiamo celebrare questo rituale all’aperto) tre candele gialle o dorate. Si inizia da quello di destra dicendo: “In onore di Lugh, Dio della Luce”. Poi si passa ad accendere il fuoco o la candela di sinistra dicendo: “In onore della Dea della Terra”. Infine si accende il fuoco (o la candela) centrale dicendo: “In onore del Re del Grano che muore per donarci la vita”. A questo punto con le spighe che ci siamo procurate formiamo un mazzo, legandolo con un nastro giallo o dorato e collocandolo nello spazio davanti alle tre candele o ai tre fuochi. Si prende una manciata di chicchi di grano e si compie lentamente un giro a spirale attorno al nostro mazzo di spighe, verso l’esterno e in senso antiorario. Camminando si lascia cadere lentamente il grano dietro di noi, dicendo: “Percorro il sentiero della Madre Terra”: dopo aver compiuto tre giri intorno al mazzo, ci si ferma in meditazione sul significato del grano e poi si ritorna verso il mazzo, sempre muovendo a spirale ma stavolta in senso orario. Si lasciano cadere altri semi di grano, dicendo: “Percorro il sentiero del Dio della Luce”.
Ci si ferma in meditazione sul Dio Sole che sta per iniziare il suo viaggio nell’Altro Mondo. Poi si leva in alto il pane, indi la coppa di vino e si consumano questi cibi, lasciando briciole e gocce di vino da versare sulla terra
Uno dei più importanti eventi dell’anno agrario nell’antica Europa era ed è ancora il raccolto del grano. Risalente all’Età Neolitica, la coltivazione dei cereali ha letteralmente plasmato tutte le civiltà europee e mediterranee. La farina e il pane erano letteralmente la vita per le antiche popolazioni.
La mitologia più antica narrò di due entità femminili, madre e figlia, che rappresentavano forse il raccolto maturo e il futuro raccolto da seminare, entrambe simboleggiate dall’ultimo covone mietuto quasi a raffigurare la loro somiglianza e identità. Il folklore europeo ne parlò come la Vecchia del Grano, il vecchio spirito o la vecchia divinità che moriva al momento del raccolto per incarnarsi nella Fanciulla del Grano, raffigurata come una bambola formata con le spighe dell’ultimo covone e conservata come un talismano per tutto l’anno. In epoche precristiane queste due figure venivano chiamate Demetra e Persefone, o Cerere e Proserpina.
Ma non era solo una storia di raccolti e di vegetazione quella che raccontavano gli antichi miti. No, era una storia di morte e resurrezione che coinvolgeva tutti i regni della natura, compreso quello umano. I misteri iniziatici in onore di Demetra e Persefone che si tenevano ogni anno nell’antica città greca di Eleusi rivelavano che la morte è solo un passaggio verso una diversa esistenza. Così come Persefone ritornava dal regno dei morti, anche gli iniziati potevano aspirare alla resurrezione. Il chicco di grano muore ma per rinascere come nuova spiga. Più tardi la divinità del grano assunse aspetto maschile, il Re o Dio del Grano, figlio o amante delle grandi dee. Tali furono Tammuz e Adone, il primo riportato in vita dalla sua sposa Ishtar, il secondo destinato a trascorrere metà dell’anno con la Regina dell’Oltretomba e l’altra metà con Afrodite, dea dell’amore e della fertilità. Entrambi erano giovani dei che morivano per risuscitare a nuova vita, come il grano. Suggerisce nulla tutto ciò? C’era un bosco sacro dedicato ad Adone nei pressi di Betlehem (“Casa del Pane”)...
In molti templi neolitici dell’Europa orientale sono state rinvenute statuette di donne-uccello (la Dea Uccello) e statuette umane che preparano il pane. Ciò richiama i motivi del tempio di Afrodite a Pafo, nell’isola di Cipro dove Afrodite e Adone furono amanti.
Nei paesi celtici del Nord Europa il raccolto dei cereali avveniva più tardi e prima delle dure fatiche del raccolto ci si concedeva una pausa di festa, contrassegnata il I° agosto dalla celebrazione di Lughnasadh (pron. Luunasa), la “commemorazione di Lugh” (nasadh commemorazione o assemblea). In gaelico irlandese Lunasa indica il mese di agosto, in gaelico scozzese la ricorrenza è chiamata Lunasda. L’Irlanda è una terra dove le usanze di Lughnasadh sono sopravvissute fino ai nostri giorni. Nei secoli in cui la religione cattolica era perseguitata dai protestanti, le masse rurali si radunavano su cime di colline o vicino a sorgenti per celebrare i momenti di passaggio dell’anno, obbedendo a tradizioni molto più antiche del cristianesimo. L’Irlanda ha ancora un cuore pagano, basti pensare al film “Ballando a Lughnasa” dove tra l’altro è mostrato anche un festino intorno a un falò in cima ad un colle... Lugh, dio del fuoco e della luce, può avere derivato il suo nome dalla stessa radice del latino lux, e pare sia una più tarda e più sofisticata versione di Bel/Beli/Balor che regna su Beltane. Lugh è legato alle popolazioni agricole che si unirono a quelle pastorali: Beltane è una festa pastorale, Lughnasadh è una festa più agraria. Lugh nelle leggende irlandesi era un capo dei Tuatha Dé Danann, il “Popolo della Dea Dana”. Nella guerra contro i precedenti abitatori dell’Irlanda, i Fomori, egli scambiò la vita di Bres, capo nemico, con i segreti dell’agricoltura: aratura, semina, raccolto. Il re dei Fomori era Balor (l’antico Bel), ritenuto nonno o padre di Lugh; ciò non deve sorprendere poiché nelle mitologie di tutto il mondo un dio che rimpiazza una divinità più antica, viene sempre collegata ad essa da legami di parentela per poterne ereditare anche violentemente le funzioni. I Tuatha Dé Danann furono i penultimi invasori dell’Irlanda (gli ultimi furono i Milesiani, cioè i popoli gaelici) e si imposero ai più antichi Fomori. Lugh appare così un Balor rigenerato. Lugh è anche divinità delle arti, chiamato “ugualmente abile in tutte le arti” e “luminoso dalla mano abile” per indicare le sue capacità. Nel grande racconto mitologico “La battaglia di Mag Tured” si descrive l’arrivo di Lugh a Tara, capitale sacra dove possono essere accolti solo coloro che possiedono un’arte. I due portinai di Tara interrogano Lugh il quale elenca a una a una tutte le sue specializzazioni ed essi cercano di rifiutargli l’ingresso dicendo che a Tara esistono già persone maestre in ciascuna delle arti nominate. Al che Lugh ribatte dicendo che non sarebbe entrato a Tara solo se il re avesse avuto al suo servizio un uomo abile in tutte le arti. Poiché nessuno possedeva contemporaneamente tutte le capacità di Lugh, egli entrò trionfalmente nella capitale!
Lugh era patrono di molte città, come Lione in Francia, l’antica Lugdunum, per l’appunto e ciò può essere spiegato col fatto che le città dei Celti nacquero quasi tutte come fiere di artigiani e costoro trovavano naturale consacrare inuovi insediamenti al loro patrono.
Lugh era detto anche Lamfhada “dal lungo braccio”, appellativo che lo avvicina al dio solare egizio Aton, raffigurato con raggi dalle lunghe mani. In alcune leggende egli appare nato da un parto trigemino (cioè possedendo una triplice forma), in altre egli sposa tre dee. Questo aspetto trino lo avvicina molto a Brigit, anche essa divinità della luce e delle arti, di cui forse era la controparte maschile. Lugh è il padre spirituale del grande eroe irlandese Cu Chulainn, e divenne Llew Llaw Gyffes (“leone dalla mano veloce”) in Galles e Lud in Inghilterra, figure mitiche i cui miti passarono in quello arturiano di Lancillotto. Nei tempi cristiani il suo posto fu preso dall’arcangelo Michele, una più tarda forma di Lucifero che come Lugh è portatore di luce.
Le origini della festa di Lughnasadh sono collegate però non tanto a Lugh quanto alla sua madre adottiva Tailtiu, la quale si affaticò per preparare le pianure irlandesi all’agricoltura e così morì, dopo aver chiesto che la pianura diventasse la sua tomba. Lugh ordinò che gli uomini di Irlanda tenessero una festa annuale all’anniversario della sua morte, istituendo i giochi funebri in suo onore. La tradizione di giochi funerari ha paralleli in molte culture, basti ricordare le cerimonie funebri dei guerrieri morti ricordate nell’Iliade. Il vero scopo della festa è il raduno delle popolazioni al momento del raccolto sulle terre coltivate, terre che costituiscono il corpo materiale della Dea della Terra. Gli stessi raccolti sono anche essi parte del corpo della Madre Terra.
In questo periodo dell’estate avanzata, si erano lasciate alle spalle le fatiche e le preoccupazioni del raccolto del fieno e ci si preparava al raccolto di grano e orzo, le messi che il calore del sole ha fatto maturare. Lughnasadh era occasione di raduni e feste per le tribù celtiche, in cui ci si dedicava a giochi, gare e banchetti. Era tempo di mostrare la velocità dei propri cavalli e di competere in gare di abilità e forza: ciò era anche un allenamento alle fatiche del raccolto, in cui la velocità e la resistenza erano doti essenziali in epoche prive di macchine. Spesso bisognava fare i conti col cattivo tempo che poteva rovinare il lavoro di un intero anno! Così i giovani partecipavano a gare di lotta, lancio di aste, tiro con l’arco e corse di cavalli, giochi tenuti in grande conto in società guerriere come quella celtica; molte di queste usanze sono state conservate nei Giochi Gaelici che si tengono ancora in Scozia nel mese di agosto. Ma anche le arti erano sotto il patrocinio di Lugh e si tenevano quindi anche competizioni poetiche di Bardi e di musici.
I raduni erano occasioni per tenere fiere in cui venivano ingaggiati braccianti e venduti animali. La festa durava due settimane e si diceva che finché sarebbe durata questa tradizione, ci sarebbe stato “grano e latte in ogni casa, pace e bel tempo per la festa e il raccolto”.
Era tempo di baldorie propiziate dal calore estivo e si celebrava l’inizio del raccolto e l’offerta dei primi frutti agli dei (la festa era detta “del primo raccolto”), così come pure la potenza della luce solare e l’abbondanza generosa della natura. Il sole aveva trionfato su venti, gelo e nebbie e ora il raccolto era pronto, ma la fertilità è anche un concetto legato alla sessualità umana, così nell’antica Irlanda si celebravano i cosiddetti matrimoni di prova che duravano un anno e un giorno. La località principale dove si celebravano questi matrimoni era in Irlanda a Teltown, località che ha preso il nome dalla Dea Tailtiu. Vicino a una fossa dove sgorgava una sorgente era eretto un muro con un foro: uomini e donne stavano sugli opposti lati del muro, senza potersi vedere ma spingendo insieme le mani attraverso il foro le loro mani. Se agli uomini piaceva l’aspetto delle mani delle donne le afferravano e ciò sigillava il patto matrimoniale. Il contratto era rinnovabile, ma se alla scadenza del periodo la convivenza aveva avuto cattivo esito, la coppia non doveva fare altro che ritornare al luogo della cerimonia, mettersi schiena scontro schiena e allontanarsi in direzione opposte. Una separazione consensuale e tranquilla, senza spese per il divorzio!
Questa usanza in realtà è il ricordo di un’antica pratica rituale. La ragione di dare il nome di Lugh alla festa era dovuta alla sua associazione con la Dea Erin alla quale si unì in matrimonio con“nozze di sovranità” (banais rigi in gaelico) in occasione del suo accesso alla sovranità dei Tuatha Dé Danann. Allo stesso modo tutti i re d’Irlanda si univano ritualmente alla Dea della Terra, la sola che concedeva loro la sovranità sul paese. A Lughnasadh troviamo il parallelo dell’accoppiamento rituale di Beltane, dove il Dio dell’anno crescente sposava la Dea della Terra. Allo stesso modo i “matrimoni nei boschi” di maggio hanno un corrispondente nei matrimoni di Teltown e degli amori nei campi di grano a Lughnasad.
Ma occorre tener presente che le nozze rituali di Lugh rappresentano un accoppiamento sacrificale, in armonia del resto col sentimento di morte che aleggia su questa prima festa di autunno. Secondo lo studioso James Frazer, questo era il tempo in cui il re sacro era ritualmente ucciso e il nuovo re sposava la Dea Madre. Così Lugh moriva e rinasceva in accoppiamento con la Dea, unendo in un unico tema di sacrificio la fertilità umana e quella della terra. A noi tutto ciò può sembrare paradossale, come pure il collegamento dei giochi funerari in onore di Tailtiu con le feste nuziali di Lugh. Per comprendere il paradosso delle nozze di Lugh dobbiamo comprendere che le più tarde aggiunte alla leggenda hanno deformato il ruolo della Dea: infatti, pare che in origine i funerali fossero tenuti in onore del Dio che moriva in quanto Dio del Grano e dell’anno crescente. Le nozze erano quindi quelle del Dio dell’anno calante, suo gemello e sostituto. Troviamo questi aspetti nella leggenda gallese di Llew (figura che come si è detto ripete quella di Lugh). Egli visitò il castello di sua madre Arianrhod recandosi là con un coracle, antica e tipica imbarcazione irlandese che simboleggia forse il cesto del raccolto con cui le divinità solari viaggiavano per recarsi dove li attende la Grande Dea. Caer Arianrhod, il castello della Ruota d’Argento era un altro nome della costellazione della Corona Borealis, costellazione circumpolare che non tramonta e quindi ritenuta dimora ultraterrena di divinità e di eroi defunti. Il viaggio di Llew altro non è che il viaggio compiuto in qualità di re dell’anno crescente dopo il proprio sacrificio e in attesa di rinascita. Llew nelle leggende sposò Blodeuwedd, donna creata con ifiori e quindi figura rappresentativa della Giovane Dea della Vegetazione. In seguito Blodeuwedd tradì Llew con Grown il Forte e lo uccise, sacrificandolo e sposando il suo sostituto, il re dell’anno calante.
Anche in Irlanda gli aspetti sacrificali sono adombrati dalle leggende su Crom, dio sacrificale associato a Lughnasadh e chiamato anche Crom Cruach (“il piegato del tumulo”) o Crom Dubh (“il piegato dal nero colore). L’ultima domenica di luglio in Irlanda è la domenica di Crom Dubh, in cui ha luogo un grande pellegrinaggio sul monte Croagh Patrick dove si dice che San Patrizio sconfisse una schiera di demoni. Il sacrificio di Crom era compiuto anticamente sacrificando un suo rappresentante umano presso una pietra fallica circondata da altre dodici pietre, essendo questo il tradizionale numero dei compagni del re-eroe sacrificale. Il Libro di Leinster cita dodici idoli di pietra e la statua d’oro di Crom. Più tardi i sacrifici umani furono rimpiazzati da quelli di un toro. Crom, come pure Balor o Bres, è una forma antica del dio luminoso che produce raccolti, rimpiazzata da Lugh in qualità di nuovo Dio che gli sottrae i frutti del suo potere. Nelle leggende Crom Dubh era sepolto nel terreno fino al collo per tre giorni e poi liberato una volta che i frutti del raccolto erano stati garantiti: un segno del successo del rituale era l’abbondanza di mirtilli, presagio di raccolti abbondanti. Ciò rimase nel folklore col nome di Domenica del Mirtillo dato alla Domenica di Crom Dubh, con i giovani che vanno a raccogliere questo frutto. La sepoltura di Crom e la sua liberazione ci rinviano dunque al tema di sacrificio e di rinascita di Lughnasadh. Lughnasad passò nel folklore britannico con il nome di Lammas, abbreviazione di Loaf-mass (dall’Anglo-Sassone “Hlaf-maess”) o “messa della pagnotta” poiché con il primo grano raccolto si preparava un pane propiziatorio, offerto nelle chiese come parte di riti eucaristici. L’antica divinità divenne John Barleycorn, lo spirito del grano o dell’orzo che muore stritolato nella macina per donare farina agli uomini o annegato nella distillazione per produrre whisky. Non a caso nel mito celtico la dimora funebre di re ed eroi era rappresentata come una costruzione circolare e rotante, il Castello della Ruota d’Argento: non è forse questa una raffigurazione poetica del mulino con la sua macina sacrificale? Ma lo stesso simbolo viene raffigurato dalla ruota che viene accesa e fatta rotolare giù per il pendio di una collina, usanza ancora oggi celebrata in Scozia, Germania e Svizzera. A volte la ruota finisce in un fiume, così come la ruota delle stagioni inizia il suo declino. Questa ruota è nuovamente la ruota solare che abbiamo già visto nelle feste del Solstizio estivo. Lughnasadh ripete in un certo senso alcuni simboli solstiziali, essendo il culmine e l’inizio del declino nel ciclo delle feste celtiche allo stesso modo in cui il Solstizio estivo è culmine e inizio di declino nelle feste astronomico-solari. La festa viene celebrata anche con fuochi rituali accesi in cima alle colline, come in Galles, nell’isola di Man e in Irlanda, dove i falò sono anche occasione di danze di licenziosità. La pianta sacra di Lughnasadh è la spiga di grano o di orzo. Lugh e Llew sono divinità del grano, di morte e di rinascita, perché il grano tagliato rinasce come farina e pane. Durante i raccolti si credeva anticamente che una forza sacra (chiamata dai russi il Vecchio, da altri popoli slavi la Vecchia, e nei paesi germanici la Madonna del Grano) si incarnasse nell’ultimo covone mietuto. Questo spirito del grano era identificato spesso nell’ultimo mietitore che raccoglieva l’ultimo covone. In tempi antichi egli era sacrificato e le sue ceneri sparse nei campi. Poi si passò a sacrificare animali e bruciare fantocci, ma il significato era sempre quello: il sacrificio della divinità primordiale, che moriva come Re del Grano e il cui sangue benediceva la terra, garanzia di futuri e abbondanti raccolti. La festa del sole calante è il punto di svolta in cui l’Uomo Verde di Beltane si prepara a diventare l’Uomo Grigio della morte in autunno, quando inizia il suo viaggio verso l’Altro Mondo. Ora, infatti, è il tempo in cui si arresta la crescita nel mondo vegetale per permettere al raccolto di maturare. Nel folklore europeo, durante i rituali dell’ultimo covone, si estraggono i chicchi del futuro raccolto e si spargono le ceneri delle spighe per fertilizzare la terra. Il tema di morte e rinascita non negava quello della fertilità, espresso dalle orge rituali durante le feste del raccolto che, riattualizzando il mitico caos primordiale, rinnovavano il ciclo dell’anno e la fecondità della terra: fertilità umana e fertilità della Natura. Eros (amore) e Tanathos (morte) costituiscono un binomio inscindibile anche in questo periodo dell’anno
John Barleycorn (lo spirito dell'orzo) vive dalla semina fino al momento della sua morte ad opera della falce, ma poi rinasce dal suo stesso seme, in un ciclo senza fine ma con momenti ben definiti, caratterizzati da celebrazioni rituali. In questo ciclo il Dio muore e discende agli inferi dove la Dea della Terra lo soccorre e lo fa rinascere. Anche la maggior parte (se non tutte) le divinità maschili e femminili legate ai raccolti e al grano discendono negli inferie poi ritornano in superficie.
In Irlanda, Inghilterra e Scozia spesso si canta una ballata popolare, intitolata John Barleycorn must die, incentrata su questo personaggio popolare, che è poi lo spirito dell'orzo, che narra del ciclo annuale dell'orzo, della sua trasformazione in farina e poi in birra e whisky, che è molto simile al ciclo annuale dello spirito del grano. Perché lo spirito del grano doveva morire? Era una metafora del ciclo della mietitura, il grano crescente doveva essere mietuto, quando finiva era finito il raccolto, il mietitore che mieteva l'ultimo covone simbolicamente uccideva il raccolto di quell'anno, quindi uccideva lo spirito del grano e in qualche modo prendeva su di sé la sventura della fine della vita, della morte.
Ma lo spirito sarebbe rinato l'anno dopo, bastava sincerarsi che morisse in modo certo per garantirne la rinascita, e quindi doveva essere inscenata un’uccisione simbolica e inappellabile (nella canzone è il "voto solenne"), con le forme e la brutalità del sacrificio.
Le modalità simboliche dell'uccisione descritte nella canzone sono proprio quelle in uso nelle campagne inglesi del Devonshire e della Scozia fino ai primi decenni del '900. Del testo esistono diverse versioni, raccolte in varie epoche, a partire dal 1600, da tradizioni orali precedenti, tra cui una versione più ampia curata dal poeta nazionale scozzese Robert Burns. Di seguito si può leggere la traduzione del brano nella versione più comune:
C'erano tre uomini che venivano da occidente, per tentare la fortuna
e questi tre uomini fecero un solenne voto
John Barleycorn deve morire
loro avevano arato, avevano seminato, loro avevano dissodato
e avevano gettato zolle di terra sulla sua testa
e questi tre uomini fecero un solenne voto
John Barleycorn era morto
lo lasciarono giacere per un tempo molto lungo, fino a che scese la pioggia dal cielo
e il piccolo sir John tirò fuori la sua testa e lasciò tutti di stucco
loro l'avevano lasciato steso fino al giorno di mezza estate e fino ad allora lui era sembrato pallido e smorto
e al piccolo Sir John crebbe una lunga lunga barba e così divenne un uomo
loro avevano assoldato uomini con falci veramente affilate per tagliargli via le gambe
l'avevano avvolto e legato tutto attorno, trattandolo nel modo più brutale
avevano assoldato uomini con i loro forconi affilati che avevano conficcato nel (suo) cuore
e il carrettiere lo trattò peggio di così
perché lo legò al carro
e andarono con il carro tutto intorno al campo finché arrivarono al granaio
e fecero un solenne giuramento sul povero John Barleycorn
assoldarono uomini con bastoni uncinati per strappargli via la pelle dalle ossa
e il mugnaio lo trattò peggio di così
perché lo pressò tra due pietre
e il piccolo Sir John con la sua botte di noce e la sua acquavite nel bicchiere
e il piccolo sir John con la sua botte di noce dimostrò che era l'uomo più forte dopo tutto
il cacciatore non può suonare il suo corno così forte per cacciare la volpe
e lo stagnaio non può riparare un bricco o una pentola senza un piccolo (sorso) di grano d'orzo.
§§§§§§§§§
There were three men came out of the west, their fortunes for to try
And these three men made a solemn vow
John Barleycorn must die
They've plowed, they've sown, they've harrowed him in
Threw clods upon his head
And these three men made a solemn vow
John Barleycorn was dead
They've let him lie for a very long time, 'til the rains from heaven did fall
And little Sir John sprung up his head and so amazed them all
They've let him stand 'til Midsummer's Day 'til he looked both pale and wan
And little Sir John's grown a long long beard and so became a man
They've hired men with their scythes so sharp to cut him off at the knee
They've rolled him and tied him by the way, serving him most barbarously
They've hired men with their sharp pitchforks who've pricked him to the heart
And the loader he has served him worse than that
For he's bound him to the cart
They've wheeled him around and around a field 'til they came onto a pond
And there they made a solemn oath on poor John Barleycorn
They've hired men with their crabtree sticks to cut him skin from bone
And the miller he has served him worse than that
For he's ground him between two stones
And little Sir John and the nut brown bowl and his brandy in the glass
And little Sir John and the nut brown bowl proved the strongest man at last
The huntsman he can't hunt the fox nor so loudly to blow his horn
And the tinker he can't mend kettle or pots without a little barleycorn
Io seguo la tradizione avaloniana, che non prevede riti o incantesimi, ma qualche rito spontaneo può nascere da un sogno, una sensazione, una visione… ad esempio immagino un gruppo di sorelle in tuniche bianche trovarsi in una radura in mezzo ad un bosco sacro ogni plenilunio, tenersi per mano in cerchio e intonare questo meraviglioso canto che mi trasmette una pace infinita, magari con al centro una delle fanciulle che suona l’arpa, e poi? Poi si vedrà, intanto imparo le parole:
Lady of the shining stars Lady of the moonlight Lady of the dew at dawn Lady of the twilight
The Goddess is in everything In every form of nature The Goddess is in everything In every form of beauty
Lady of the flowing waters Lady of the mountains Lady of the flowering meadows Lady of the forests
The Goddess is in everything In every form of nature The Goddess is in everything In every form of beauty
Lady, lady Lady of the moonlight
Lady, lady Lady of the twilight
Lady of the shining stars Lady of the moonlight Lady of the dew at dawn Lady of the twilight
The Goddess is in everything In every form of nature The Goddess is in everything In every form of beauty
La caccia , e così la guerra, erano per i Celti attività sacre, che si potevano svolgere solo dopo un apprendistato di tipo iniziatico.
La caccia era in grado di costituire un'esperienza "nutritiva" a tutti i livelli.
A livello fisico l’animale cacciato forniva il nutrimento, a livello mentale la caccia stimolava l'astuzia e il coraggio del cacciatore, che doveva confrontarsi con la forza bruta dell’animale, vincendo grazie all'esercizio dell'intelligenza.
La caccia era vista come qualcosa di più di un’opportunità sportiva; con l’usanza di forgiare le armi si iniziò a considerarla un atto sacro, nel quale cacciatore e cacciato entravano in una relazione del tutto particolare. La caccia divenne simbolo e metafora del viaggio dello spirito, dove vita e morte hanno la loro parte e dove la guarigione è raggiunta cacciando. Cacciare e guarire sembrano attività non relazionate, ma i ritrovamenti archeologici ai santuari di guarigione di Lydney nel Gloucestershire e Nettleton Shrub nello Wiltshire mostrano come i Celti unissero i due concetti. La percezione che la morte di un animale corrispondesse alla vita di un altro portò i Celti a collegare lo spargimento di sangue con concetti come rinascita, guarigione, rinnovamento. Impegnandosi nella caccia erano chiamati a rinnovarsi. La caccia era accettabile solo se gli animali cacciati erano rispettati dai loro predatori, e le prede dovevano accettare la propria morte; tutto si svolgeva in un’atmosfera armoniosa con la natura, in cui i cacciatori hanno un rapporto indissolubile con gli animali: solo in questo modo all'animale morto era riconcesso l'onore di ritornare in vita, e vagare di nuovo nella foresta per essere nuovamente cacciato.
La caccia e la guerra sarebbero così stati i due aspetti fondanti della ricerca della sovranità. In quasi tutte le storie antiche, inoltre, compaiono episodi di caccia al cervo o al cinghiale, animali che rappresentano l’anima di colui che deve essere ucciso (l'etimo stesso di "animale" deriva dal greco anemos, anima, spirito, il soffio vitale presente in tutte le creature viventi).
Il cervo e il cinghiale sono creature dell’Altromondo che varcano i confini tra i mondi con facilità, fungendo spesso da messaggeri o guide tra una parte e l’altra del confine. La caccia a questi animali viene accostata sia al periodo di Beltane che a quello di Samhain.
I Celti non andavano mai a caccia senza l’aiuto degli Dei e alcune divinità avevano una duplice attitudine verso gli animali, ne erano sia i guardiani che i cacciatori, legati ad essi da un vincolo mutuo ed intimo. Lo stesso si può dire anche per le dee, come la dea-orso Artio e la dea-cinghiale Arduinna.
Anche il dio gallese Mabon in Culhwch e Olwen, è un dio-cacciatore. La Caccia Divina non simboleggiava la morte e la fine ma l’immortalità attraverso l’atto dello spargimento di sangue.
Dato che la caccia era una faccenda seria, che implicava la distruzione di parte della natura, era percepita come un’attività nella quale gli dei dovevano giocare un ruolo chiave.
Cernunnos, il dio dalle corna ramificate di cervo, era la divinità della caccia e della selvaggina e veniva chiamato anche il Signore degli Animali. Per i Celti cacciatore e preda formavano un unico essere e il trapasso nella natura di un animale è caratteristico nei racconti di magia. Ci si identificava completamente nella preda, penetrando, come in uno stato di sogno, nella sua mente, nei suoi movimenti e nelle sue astuzie, così l’abilità del cacciatore diveniva una forma di magia , che gli permetteva quasi sempre di avere la meglio sull’animale braccato. Pare che lo stesso persecutore, nell’ucciderlo, soffrisse in quell’attimo tutte le sue pene, tale era l’immedesimazione della sua coscienza. Naturalmente per ottenere ciò era necessario un rituale rivolto a Cernunnos. Mabon o Maponus è il celtico bambino di Luce che porta la vita eterna. Era un grande cacciatore con un agile cavallo e uno splendido cane da caccia. Mabon ap Modron significa "Grande Figlio della Grande Madre", 'Il Figlio Divino” è il Dio gallese della giovinezza e figlio della Madre Terra Modron e di Mellt ('Illuminante"). Era il Figlio della Luce, della liberazione, armonia, musica e unità (assimilabile anche a divinità come Lugh e Belenos). Ha anche il potere di far fiorire e sviluppare ciò che dipende per la propria crescita dalla sua luce solare (in senso naturale e spirituale). Mabon è associato a Beleno, chiamato anche Bel, Beli o Belenos, Dio del sole, protettore delle pecore e del bestiame. Definito “Padre degli dèi e degli uomini” (e marito della dea Dana), la cui radice ha il significato di “brillante”. Egli è il Giovane Cervo , l’altro lato del Dio Cornuto, la sua controparte luminosa che domina il semestre luminoso, Maponos le corna non le ha ancora, ma le mette nel momento in cui la "corona" passa da Cernunnos a lui. Il cervo con le corna e quello senza corna sono comunque considerabili lo stesso identico cervo, infatti le corna vengono perse e rimesse ciclicamente, ecco perché Cernunnos ha grosse corna, mentre Maponos no. È anche possibile collegare il personaggio di Mabon, il Giovane Divino, a quello dell’irlandese Aengus, Dio dell’amore, della giovinezza e dell’ispirazione poetica, dell’amore fatale: i baci di Aengus si tramutano in uccellini cinguettanti, secondo il mito, e la sua musica ha il potere di attrarre a sé chiunque l’ascolti. In alcune leggende Aengus è in grado di ricongiungere corpi fatti a pezzi e di riportarli in vita.
Quando le dee vengono prese come modello del normale comportamento femminile, la donna che per natura assomigli più alla saggia Atena, o alla competitiva Artemide o alla madre Demetra, esprime il suo sé femminile attraverso l’attività, l’obiettività di giudizio e la concentrazione sulla realizzazione delle mete. È autentica rispetto al modello della dea a cui assomiglia di più e non soffre di un complesso di mascolinità, come diagnosticherebbe Freud, né si identifica con l’Animus, né ha un atteggiamento maschile, come ipotizzerebbe Jung.
Quando una donna segue i modelli Atena o Artemide, attributi “femminili” quali la dipendenza, la ricettività o l’istinto ad accudire possono non essere aspetti che fanno parte della sua personalità. Sono qualità che dovrà sviluppare per riuscire a creare rapporti duraturi, diventare vulnerabile, dare e ricevere amore e conforto e aiutare gli altri a maturare. La polarizzazione contemplativa di Estia tiene la donna a una certa distanza emotiva dagli altri, anche se, per quanto distaccata possa essere, il suo calore silenzioso dà alimento e sostegno. Quello che deve sviluppare, al pari di Artemide e Atena, è la capacità di un’intimità personale. Ciò che queste donne devono fare per crescere è diverso da ciò che serve all’evoluzione di donne Era, Demetra, Persefone e Afrodite. Questi quattro modelli di dea predispongono infatti la donna al rapporto: la loro personalità corrisponde alla descrizione fatta da Jung. Devono imparare a concentrarsi, a essere obiettive, a farsi valere, tutte qualità che non sono forti nella loro natura; devono sviluppare l’Animus, ovvero attivare in sé gli archetipi Artemide e Atena.
Anche quando Estia è l’archetipo dominante, le donne, al pari di quelle orientate al rapporto, per poter essere efficienti devono sviluppare il proprio Animus, ovvero attivare in sé gli archetipi Artemide e Atena
L’aspetto della dea vergine rappresenta quella parte della donna che un uomo può non riuscire a possedere né “a penetrare” mai, che non viene toccata dal bisogno di un uomo o dalla sua approvazione, che esiste di per sé, interamente separata da lui. Quando la donna vive secondo un archetipo vergine, non vuol dire che lo sia fisicamente o in senso letterale, ma che un’importante parte di lei lo è in senso psicologico.
Il termine vergine significa incontaminata, pura, incorrotta, non consumata e non manipolata dall’uomo, come in espressioni quali: il terreno vergine, la foresta vergine; oppure significa che non ha subito processi di lavorazione, come la lana vergine. L’olio vergine viene dalla prima spremitura delle olive e dei semi, con un processo a freddo, che da un punto di vista metaforico, significa non toccato dal calore dell’emozione o della passione. Il metallo vergine è quello che si trova in natura, non sotto forma di lega né mescolato ad altri elementi, come l’oro puro.
Secondo Leda Bearné, in Le vergini arcaiche, per una donna, oggi, è difficilissimo avvicinarsi all’idea di verginità così come veniva intesa nell’antichità, infatti, si tratta di una condizione raggiungibile solo prescindendo da ogni tipo di soggezione all’uomo, ritrovando in se stesse una femminilità pura, al di là di ogni morale e questa è una concezione del tutto contrapposta a quelle moderne.
Si tratta di ritrovare uno stato superiore e sovraumano che pare abbia caratterizzato alcune antiche sacerdotesse, fuse ed identificate con le antiche divinità femminili legate all’Eros, alla Natura ed alla Gioia.
Secondo l’autrice il vocabolo vergine potrebbe derivare:
- dalla parola latina virgo, ritenuta affine a vir, cioè “uomo robusto e forte”
- da vireo, “verdeggio”
- dal sanscrito urg (radice varg) “essere turgido, pieno di succo, forte, vigoroso, lussureggiante, pieno di energia”.
Il concetto per cui risulta lontano da quello di verginità fisica.
Vergine era la fanciulla non sposata, non sottomessa al giogo di un uomo ma non per questo illibata.
Vergine è la donna libera, sempre disponibile, sempre nuova, simbolo di rinnovamento e gioventù, datrice di gioia e libertà e canale per la manifestazione della Dea Primordiale.
Le Dee Vergini avevano degli amanti, chiamati in Grecia Paredri (“Colui che siede accanto”), che non si dovevano mai porre nei loro confronti con atteggiamento di superiorità o prevaricatore, né maestri né padroni.
Spesso erano fratelli o figli delle Dee stesse, divini e a loro paritari.
Quindi non assenza dell'uomo, ma assenza del maschio prevaricatore.
Esempi di questo tipo di donne erano senz'altro le Yogini seguaci di Durga in India, le seguaci della Dea Freya al nord, oppure le baccanti del culto dionisiaco, così come le vestali greche e romane custodi del fuoco.
Attraverso l’Unione con la Dea ricostituivano, per alcuni istanti, l’unità originaria, subito cancellata dall’anelito alla suprema libertà della Vergine, immacolata, perché nessuna forza estranea le ha mai usato violenza.
Un rapporto con uomo che avesse perso la purezza, cioè la capacità di sentire intimamente la sintonia con la Natura e con il femminile, avrebbe comportato la perdita dello stato di Verginità.
La Verginità, probabilmente, comportava per la donna l’avvertire, dentro di sé, la presenza di una pura essenza femminile inebriante e foriera di tenerezza, languore erotico, dolcezza e amore per tutte le manifestazioni naturali percepite come piene di bellezza ed armonia.
Le antiche Vergini avevano dentro di sé una inesauribile fonte di armonia e benessere ed erano in grado di riconoscerla una nell’altra, negli alberi, negli animali in una esaltante congiunzione con il Tutto.
Gli uomini e le donne arcaiche, dotati di una particolare sensibilità, probabilmente percepivano l’intero mondo naturale come un grandioso tempio a cielo aperto.
Le Vergini Dee, per difendere i luoghi sacri della Natura, erano in grado di trasformarsi in terribili streghe guardiane in grado di terrorizzare chi non aveva le qualità necessarie per entrarvi.
’uomo doveva essere in grado di percepire in sé la dolce energia femminile perché solo in quel modo avrebbe potuto intendere profondamente e venerare la Grande Madre fino a fondersi nella sua Immensa Gioia.
I congiungimenti tra uomini e donne erano probabilmente più liberi e naturali e non davano origine a legami di coppia.
Le donne riuscivano a lasciare da parte invidie e gelosie e a collaborare assieme alla vita comune.
Con l’affermarsi di una società guerriera, che adorava divinità maschili, il potere femminile fu messo sempre più in secondo piano, e man mano dimenticato, ridotto e infine distrutto.
Nacquero le basi del matrimonio, della famiglia, della discendenza patrilineare e l’idea che un uomo possa possedere una donna, imponendole la sua volontà anche attraverso la violenza.
La donna stessa dimenticò il suo potere, divenne più debole e vulnerabile e perse la Verginità.
Le donne persero la capacità di stare assieme, del vivere corale, si ritrovarono divise ad assumere ruoli incompatibili tra loro: madre, prostituta, fanciulla casta, moglie. Ruoli concepiti solo ed esclusivamente in relazione all’uomo.
La Verginità assunse il significato di chiusura (fisica e psicologica), una condizione di non rapporto con il maschio, diventato inferiore e non più Paredro, per preservare la propria autonomia.
Congiungersi con questo tipo di uomini, per le ultime Vergini sarebbe stato un tradimento ed una violazione dello stato di incondizionata ed assoluta libertà che avrebbero dovuto custodire e difendere. Con la diffusione delle religioni monoteiste l’uomo allargò il suo dispotico dominio sulla Natura.
Il culto fu affidato solo agli uomini e le antiche divinità femminili furono demonizzate.
Oggi, seppur non in tutti i paesi del mondo,le donne partecipano maggiormente a tutte le attività sociali ed economiche; la divisione rigida dei ruoli sembra essere abolita eppure poche donne moderne possono considerarsi davvero e totalmente autonome, indipendenti dai giudizi dei maschi; per lo più appaiono sole e divise, invidiose e gelose le una delle altre.
La donna, oggi, deve compiere uno sforzo immenso per mettersi alla ricerca del modo per ritrovare e risvegliare l’armonia nascosta nel proprio intimo per potersi, prima o poi, ricongiungersi all’infinito Amore della Grande Madre.
Le tre dee vergini della mitologia greca sono Artemide, dea della caccia e della luna; Atena, dea della saggezza e dei mestieri; Estia, dea del focolare e del tempio, che personificano rispettivamente gli aspetti di indipendenza, di attività e di non-rapporto propri della psicologia della donna. Artemide e Atena sono archetipi orientati verso l’esterno e verso la realizzazione, mentre Estia è rivolta al mondo interno. Tutte e tre rappresentano, nelle donne, altrettante spinte interne a sviluppare i propri talenti, a perseguire i propri interessi, a risolvere i problemi, a misurarsi con gli altri, a esprimere se stesse in maniera chiara, a parole o attraverso forme d’arte, a mettere ordine nell’ambiente che le circonda, o a condurre una vita contemplativa. Ogni donna che ha desiderato “una stanza tutta sua”, o che si sente a casa quando è immersa nella natura, o che si diverte a scoprire come funziona una cosa, o che gode della solitudine, manifesta un’affinità con una delle dee vergini.
All’interno di un sistema religioso in un’epoca storica dominata da divinità maschili, Artemide, Atena ed Estia si stagliano come eccezioni. Non si sono mai sposate, non sono mai state possedute, sedotte, violentate o umiliate da divinità maschili o da esseri mortali. Sono rimaste “intatte”, inviolate. Soltanto loro, fra tutti gli dei, le dee e i mortali, sono rimaste indifferenti al potere irresistibile di Afrodite, dea dell’amore, di accendere la passione e di suscitare sentimenti appassionati. Non erano spinte dall’amore, dalla sessualità, dall’infatuazione.
Quando una dea vergine, sia essa Artemide, Atena o Estia, è l’archetipo dominante, la donna, come ha scritto l’analista junghiana Esther Harding nel suo libro I misteri della donna, è “una in se stessa”. Una parte importante della sua psiche “non appartiene a nessun uomo”. Di conseguenza, come scrive la Harding, “la donna che è vergine, una-in-se-stessa, fa ciò che fa non per il desiderio di piacere, essere gradita, o approvata, sia pure da se stessa; non per la brama di estendere il suo potere su un altro, per catturarne l’interesse o l’amore, ma perché ciò che essa fa è vero. Le sue azioni spesso non sono convenzionali. Può dover dire di no, quando sarebbe più facile, ed anche più appropriato, convenzionalmente parlando, dire di sì. Ma, come vergine, non è influenzata dalle considerazioni che inducono le donne non vergini, siano o no sposate, ad orientare le vele e ad adattarsi alla convenienza”.
Se la donna è “una in se stessa” sarà motivata dal bisogno di seguire i propri valori interni, di fare ciò che per lei ha senso e la realizza, a prescindere da ciò che pensano gli altri.
Da un punto di vista psicologico, la dea vergine è quella parte della donna mai manipolata né dalle aspettative sociali e culturali collettive (di matrice maschilista), né dal giudizio di un uomo. L’aspetto della dea vergine è pura essenza di ciò che la donna è e di ciò a cui attribuisce valore; un aspetto che rimane intatto e incontaminato perché lei non lo rivela, perché lo custodisce sacro e inviolato, o perché lo esprime senza alterarlo per adeguarsi ai modelli maschili.
Ciò che caratterizza le dee vergini è una coscienza concentrata. Le donne Artemide, Atena ed Estia hanno la capacità di concentrare l’attenzione su ciò che le interessa, di lasciarsi assorbire in ciò che stanno facendo, e in questo processo di concentrazione è facile che escludano qualsiasi cosa sia estranea al compito che hanno per le mani o che si prefiggono a lungo termine