martedì 19 luglio 2011

I Celti e la caccia



La caccia , e così la guerra, erano per i Celti attività sacre, che si potevano svolgere solo dopo un apprendistato di tipo iniziatico.
La caccia era in grado di costituire un'esperienza "nutritiva" a tutti i livelli.
A livello fisico l’animale cacciato forniva il nutrimento, a livello mentale la caccia stimolava l'astuzia e il coraggio del cacciatore, che doveva confrontarsi con la forza bruta dell’animale, vincendo grazie all'esercizio dell'intelligenza.
La caccia era vista come qualcosa di più di un’opportunità sportiva; con l’usanza di forgiare le armi si iniziò a considerarla un atto sacro, nel quale cacciatore e cacciato entravano in una relazione del tutto particolare. La caccia divenne simbolo e metafora del viaggio dello spirito, dove vita e morte hanno la loro parte e dove la guarigione è raggiunta cacciando. Cacciare e guarire sembrano attività non relazionate, ma i ritrovamenti archeologici ai santuari di guarigione di Lydney nel Gloucestershire e Nettleton Shrub nello Wiltshire mostrano come i Celti unissero i due concetti. La percezione che la morte di un animale corrispondesse alla vita di un altro portò i Celti a collegare lo spargimento di sangue con concetti come rinascita, guarigione, rinnovamento. Impegnandosi nella caccia erano chiamati a rinnovarsi
.
La caccia era accettabile solo se gli animali cacciati erano rispettati dai loro predatori, e le prede dovevano accettare la propria morte; tutto si svolgeva in un’atmosfera armoniosa con la natura, in cui i cacciatori hanno un rapporto indissolubile con gli animali: solo in questo modo all'animale morto era riconcesso l'onore di ritornare in vita, e vagare di nuovo nella foresta per essere nuovamente cacciato.
La caccia e la guerra sarebbero così stati i due aspetti fondanti della ricerca della sovranità.

In quasi tutte le storie antiche, inoltre, compaiono episodi di caccia al cervo o al cinghiale, animali che rappresentano l’anima di colui che deve essere ucciso (l'etimo stesso di "animale" deriva dal greco anemos, anima, spirito, il soffio vitale presente in tutte le creature viventi).
Il cervo e il cinghiale sono creature dell’Altromondo che varcano i confini tra i mondi con facilità, fungendo spesso da messaggeri o guide tra una parte e l’altra del confine. La caccia a questi animali viene accostata sia al periodo di Beltane che a quello di Samhain.
I Celti non andavano mai a caccia senza l’aiuto degli Dei e alcune divinità avevano una duplice attitudine verso gli animali, ne erano sia i guardiani che i cacciatori, legati ad essi da un vincolo mutuo ed intimo. Lo stesso si può dire anche per le dee, come la dea-orso Artio e la dea-cinghiale Arduinna.
Anche il dio gallese Mabon
in Culhwch e Olwen, è un dio-cacciatore. La Caccia Divina non simboleggiava la morte e la fine ma l’immortalità attraverso l’atto dello spargimento di sangue.
Dato che la caccia era una faccenda seria, che implicava la distruzione di parte della natura, era percepita come un’attività nella quale gli dei dovevano giocare un ruolo chiave.
Cernunnos, il dio dalle corna ramificate di cervo, era la divinità della caccia e della selvaggina e veniva chiamato anche il Signore degli Animali. Per i Celti cacciatore e preda formavano un unico essere e il trapasso nella natura di un animale è caratteristico nei racconti di magia. Ci si identificava completamente nella preda, penetrando, come in uno stato di sogno, nella sua mente, nei suoi movimenti e nelle sue astuzie, così l’abilità del cacciatore diveniva una forma di magia , che gli permetteva quasi sempre di avere la meglio sull’animale braccato. Pare che lo stesso persecutore, nell’ucciderlo, soffrisse in quell’attimo tutte le sue pene, tale era l’immedesimazione della sua coscienza. Naturalmente per ottenere ciò era necessario un rituale rivolto a Cernunnos.
Mabon o Maponus è il celtico bambino di Luce che porta la vita eterna. Era un grande cacciatore con un agile cavallo e uno splendido cane da caccia. Mabon ap Modron significa "Grande Figlio della Grande Madre", 'Il Figlio Divino” è il Dio gallese della giovinezza e figlio della Madre Terra Modron e di Mellt ('Illuminante"). Era il Figlio della Luce, della liberazione, armonia, musica e unità (assimilabile anche a divinità come Lugh e Belenos). Ha anche il potere di far fiorire e sviluppare ciò che dipende per la propria crescita dalla sua luce solare (in senso naturale e spirituale). Mabon è associato a Beleno, chiamato anche Bel, Beli o Belenos, Dio del sole, protettore delle pecore e del bestiame. Definito “Padre degli dèi e degli uomini” (e marito della dea Dana), la cui radice ha il significato di “brillante”. Egli è il Giovane Cervo , l’altro lato del Dio Cornuto, la sua controparte luminosa che domina il semestre luminoso, Maponos le corna non le ha ancora, ma le mette nel momento in cui la "corona" passa da Cernunnos a lui. Il cervo con le corna e quello senza corna sono comunque considerabili lo stesso identico cervo, infatti le corna vengono perse e rimesse ciclicamente, ecco perché Cernunnos ha grosse corna, mentre Maponos no. È anche possibile collegare il personaggio di Mabon, il Giovane Divino, a quello dell’irlandese Aengus, Dio dell’amore, della giovinezza e dell’ispirazione poetica, dell’amore fatale: i baci di Aengus si tramutano in uccellini cinguettanti, secondo il mito, e la sua musica ha il potere di attrarre a sé chiunque l’ascolti. In alcune leggende Aengus è in grado di ricongiungere corpi fatti a pezzi e di riportarli in vita.

Da: http://raggiodiluceattiva.xoom.it/ildio.htm

2 commenti:

  1. Molto interessante, questo post; mi piace imparare cose sui Celti. A presto!

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