mercoledì 9 marzo 2011

L’Uomo Cervo del Carnevale di Castelnuovo al Volturno

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Ogni anno, l’ultima domenica di Carnevale, si svolge a Castelnuovo al Volturno, in provincia di Isernia, la pantomima dell’Uomo Cervo, gl’ Cierv, come dicono i castelnovesi. A questo rito, che vede la partecipazione di donne e uomini mascherati, si affiancano quelli dell’Animale Feroce di Scapoli, dell’Orso di Forlì del Sannio, del Re Caprone di Cerro al Volturno e del Diavolo di Tufara, tutte località del Molise.
Queste manifestazioni, caratterizzate dal mascheramento dell’uomo in animale, fanno capo a un’area culturale in cui la mitologia, il rituale e la religione si intrecciano. Il travestimento dell’uomo in bestia è rintracciabile non solo nell’ambito dell’antropologia europea, ma anche di quella americana, asiatica, africana, oceanica e, in generale, nelle comunità che conservano i sistemi sociali primitivi.



La prima testimonianza nota di uomo zoomorfo è rintracciabile in un graffito pirenaico, risalente a 15 mila anni fa, che rappresenta un personaggio con due imponenti corna di cervo in testa. Il travestimento dell’uomo in forma di cervo è poi documentato, nel IV secolo d. C., da Sant’Ambrogio, che lo associa all’inizio dell’anno seguendo la tradizione popolare, e da Paciano, vescovo di Barcellona, che nel perduto trattato intitolato Cervulus inquisisce i rituali di ascendenza pagana che si svolgevano nella sua diocesi alle calende di gennaio per festeggiare l’anno nuovo. Nel corso del Medioevo, poi, vari sono i riferimenti al cervulus e alla cervula come travestimenti utilizzati nei rituali di derivazione pagana. Il mascheramento in forma di cervo è rintracciabile, oggi, nella Horn Dance di Abbots Bromley nello Strattfordshire in Inghilterra, nelle maschere del nuovo anno in Romania, oltre che nell’Uomo Cervo di Castelnuovo al Volturno.
È verosimile che il successore medioevale di Llew Llaw Gyffes, Robin Hood il Rosso, fosse anch'egli un tempo venerato in forma di cervo; la sua presenza nella danza delle corna di Abbots Bromley sarebbe difficile da spiegare in altro modo; il muschio che in inglese si chiama "stag's horn", "corno di cervo", è a volte detto anche "nastro del cappello di Robin Hood": a maggio il cervo riveste il suo manto fulvo estivo. Le danze del Cervo di Abbotts Bromley (presso lo Stafforshire), iniziate in onore della Grande Dea, con figure danzanti che imitano le cerimonie del raccolto del neolitico, rappresentano un rito per stimolare la fertilità dell'anno e ricordare i defunti.
Il culto europeo autoctono pagano del dio con le corna è secondo Margaret Murray la sopravvivenza di una religione vecchia quanto l'uomo. Nel periodo paleolitico, ella si dice certa che venisse celebrata qualche cerimonia, magica o religiosa, diretta da un uomo munito di corna. Presso le popolazioni che nel Paleolitico praticavano la caccia e nel Neolitico ed età del bronzo erano dedite all'agricoltura e alla pastorizia, il Dio Cornuto era una divinità importante e secondo lei non fu detronizzato e screditato che dal Cristianesimo, secondo cui ogni divinità che non sia cristiana è un diavolo. Il Dio Cornuto della vecchia religione è caduto dalla posizione di dio a quella di diavolo della nuova.
Il culto del dio con le corna è documentato anche in Italia settentrionale: un disegno rupestre della Val Camonica lo ritrae enorme, dotato di corna di cervo, le mani alzate in segno di preghiera, il braccio destro ornato con un torque, accompagnato dal serpente, dinanzi al suo minuscolo adoratore umano. In Gallia lo ritroviamo una trentina di volte, per es. a Reims, Autun, Sommerécourt, Vendeuvres; lo vediamo sul calderone di Gundestrup, ma anche sotto le più recenti spoglie bretoni di Saint Corneille o Cornely, guardiano del bestiame cornuto. In Irlanda e sull'isola britannica è "mescolato" a un dio cornuto ancora più antico, una delle sue rappresentazioni è esposta al museo Corinium di Cirencester, oppure a Meigle, Scozia (con corna di toro anziché di cervo); sulle croci di Clonmacnois e di San Adamnàn nel cimitero di Tara; come Conall Cernach (il portatore di corno) nella leggenda; il popolo dei Cornavii (dei cornuti) era stanziato nella regione di Caithness nel I/IIsec. a.C.

Il culto del dio con le corna ci rimanda ad immagini di animali quali: l'ariete, la capra o il caprone, l'alce, il cervo.


L'ariete è animale magico, apportatore di ricchezza e felicità nei racconti popolari, sacro alla Dea Uccello, associato all'uccello acquatico e al serpente, per le sue corna che sembrano spire di rettile. Animale di culto, considerata la sua importanza ai fini della sussistenza, associato al numero 3; il serpente con testa d'ariete è uno degli animali di culto celtici. I Celti ereditarono il loro "dio-ariete" dalla civiltà dei Campi d'Urne; esso incarnava la forza dirompente nelle sue diverse forme, quella aggressiva bellica, quella delle piante germoglianti e quella della fertilità e sessualità umana; la "sorgente dell'ariete" (presso Kerry) in cui dev'essere stato battezzato S. Brendan, è ancor oggi meta di pellegrinaggi: doveva essere un santuario consacrato al dio ariete.
La capra è stimolatrice del risveglio della natura, guardiana della giovane vita, è rappresentata spesso a fianco dell'albero della vita. Il capro è un animale sacrificale nei riti di morte e resurrezione ed era raffigurato spesso con l'albero sacro, evidenziando il ruolo di quest'animale nella rigenerazione delle piante. Simbolo di potere sessuale, forza stimolante per rinnovare la vita. Nel folclore europeo, il ruolo simbolico del capro si è poi fuso con quello del dio del tuono indoeuropeo. Secondo J. Boisdeau, nel 1594 la danza in cima al Puy de Dome era guidata da un caprone nero, tenuto dalla coda dal danzatore più anziano, cui seguivano poi tutti gli altri tenendosi per mano. In genere, la danza in processione portava tutti sul luogo del culto, dove poi si eseguiva la danza circolare, di solito intorno a una figura maschile barbuta.
Immagine della vita, per le corna che cadono e ricrescono: la vita che si rinnova nei palchi del Cervo assumeva un grande potere simbolico, a partire dal fatto che l'evento si riproponeva puntualmente nella stagione primaverile. I dipinti preistorici e protostorici, i vasi rituali, i mosaici e le decorazioni identificavano il Cervo con le fonti, i torrenti e l'acqua della vita. A tutt'oggi, la cerva gravida è una mistica elargitrice di vita, non solo nel Nord Europa.
Ma torniamo alla festa tradizionale di Castelnuovo al Volturno; essa viene accompagnata dal suono di sonagli, zampogne e tamburi percossi da Lupi Mannari, e vi partecipano numerose Janare – da “Jana”, deformazione di Diana – le streghe secondo la tradizione locale.
I Lupi Mannari potrebbero essere un’eco dei  Lupercali, la festività romana che si celebrava anch’essa in febbraio, mese purificatorio, il giorno 15, in onore del dio Fauno (che più tardi fu fatto corrispondere al Satiro della mitologia greca, legato al culto del dio Dioniso, Bacco per i Romani), nella sua accezione di Luperco  (in latino Lupercus), cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi. Secondo Plutarco erano riti di purificazione. Le Janare erano probabilmente in origine delle sacerdotesse di Diana, poi demonizzate, qui infatti vengono rappresentate con orribili volti, pelle scura, lunghi capelli neri e bianchi, mentre corrono stridendo all’inverosimile e danzando intorno a un enorme fuoco.



A queste s’accompagna il Maone, corrispettivo maschile della strega dal terribile aspetto. Martino, figura benefica vestita di bianco, con copricapo a forma di cono, cerca di sollevare la popolazione del paese dalle due bestie scese dalla montagna, il Cervo e la Cerva, la cui furia distruttrice è placata solo dal Cacciatore, un essere “divino” e misterioso che dà la morte e poi restituisce la vita ai due animali. Nella fase di mezzo della pantomima, la lotta rituale, Martino percuote ripetutamente i due Cervi con il suo bastone, catturandoli, infine, con il laccio pastorale. L’attore che impersona il  Cervo ha due imponenti corna sul capo, è coperto da una pelliccia scura, ha il volto, le mani dipinti di nero e il petto ornato di campanacci, la Cerva è rappresentata simile a lui.


La scena comincia con il tintinnio di più campanacci, suonati con una cadenza ossessiva, proveniente dalla montagna dalle Janare, che danno inizio al rito.
Quindi è il turno degli zampognari. Finché un grido risuona nell'aria: "Gl' Cierv'! Gl' Cierv!'". Giunge così la Bestia, il Cervo. Ostenta forza e cattiveria. Irrompe nella piazza distruggendo tutto ciò che incontra nel suo cammino e aggredendo la gente finché non entra in scena la Cerva, che ha movenze più aggraziate, e comincia il corteggiamento. L’intero paese è atterrito
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Giunge quindi Martino. Ai due cervi viene offerta la polenta da un’anziana signora come pacificazione, ma essi la rifiutano con disprezzo, riuscendo persino a liberarsi delle corde e ricominciando a terrorizzare la gente.

È a questo punto che entra in scena Il Cacciatore, il quale si avvicina ai due corpi, si china e soffia nelle loro orecchie; come per incanto le Bestie rivivono in una ritrovata dimensione naturale, liberate dal Male. Viene quindi acceso un grande falò purificatore.
Dai vicoli, attratte dal fuoco, riappaiono le Janare. Danzano perché, ricordano, la magia pervade ogni angolo della terra, ogni momento della nostra vita, se soltanto abbiamo la capacità di cercarla.
Martino altri non è che Pulcinella, rappresenta
 la contrapposizione benefica che la comunità chiama a propria difesa per essere protetta dall'azione “malefica” del Cervo a cui “impedisce di assalire le persone” e di far dannose razzie. Impersona anche il prototipo del contadino, del pastore, del montanaro; non a caso indossa “r’ zampitt’”, cioè le cioce tipiche dei popolani, ed è armato solo di un bastone e di una robusta fune, ovvero oggetti che appartengono al semplice corredo dell'uomo di campagna, anche se per via del cappello particolare che indossa, a cono molto alto, come quello delle fate e degli gnomi, gli si può attribuire un potere magico. Pulcinella è una maschera molto diffusa nella tradizione molisana. Che Pulcinella assuma dei nomi generici di persona è perfettamente in linea con la tradizione. Potrebbe darsi che, anticamente, un castelnovese di nome Martino abbia partecipato al Carnevale del Cervo e la gente ne abbia usato il nome per identificare la maschera che personificava.
Ci troviamo di fronte all’annuale celebrazione evocativa di un abbondante raccolto e all’esorcizzazione della carestia; con la rappresentazione del rito si simula, in una sorta di magia imitativa, l’eliminazione del pericolo e del timore, la paura del diverso. Risalendo all’origine etimologica della parola “carnevale” (festa a cavallo tra la fine dell’inverno – che simboleggia il sonno, la morte – e l’inizio della primavera – la rinascita), “carnem levare” vuol dire eliminare la carne, privarsi, digiunare, ma altresì fa pensare a certi riti sciamanici ove viene rappresentata la scarnificazione del corpo ridotto a scheletro, simbolicamente libero dal passato e da ogni storia personale per essere pronto al messaggio e alla nuova rinascita.
La festa di Castelnuovo al Volturno, come altre simili che si svolgono o si svolgevano in Italia e in Europa affondano radici profondissime in riti dionisiaci, in cui, il dio, nato in una grotta con aspetto semiferino e selvaggio, nasce e muore ciclicamente per ottenere pioggia abbondante e terra fertile. Anche in Sardegna, il mamhutone non rappresenta altri che Dioniso durante la sua passione.
I campanacci suonati dalle streghe hanno la funzione di scuotere la natura addormentata, di richiamare gli spiriti positivi e allontanare quelli del male, come negli antichi riti sciamanici.
Anche il travestimento animale ha un ruolo propiziatorio, basta pensare ad alcuni costumi di pelle degli sciamani di tutti i tempi.
Ma perché proprio il Cervo? È strano che ad un animale mite venga attribuita la valenza del “selvaggio” distruttore e disturbatore.
Il Cervo è anche un animale ambivalente, con una straordinaria vis bipolare: è satanico e antidemoniaco; solare e plutonico; apportatore dell’acqua della vita o del fuoco distruttore; simbolo della selvaggia velocità e della sconfinata libertà, oppure della paura d’essere preda cacciata, imprigionata, uccisa.
Rappresenta le nostre ombre interiori. Diabolico, perverso, orribile, quindi da condannare: orso, caprone, cervo, proiezione di fobie, ansie, angosce, di una parte animale – della nostra parte più istintuale – indecifrata e inaccettabile che tornerà a tormentare i nostri sogni, il nostro equilibrio collettivo. Il nostro incubo è risvegliarsi un giorno come il dottor Jekill e Mister Hyde! Dimenticando che il Bene e il Male sono il rovescio della stessa medaglia – le due parti in equilibrio tra loro, il polo positivo e quello negativo – preferiamo “uccidere” il Male (o presunto tale), uccidendo una parte di noi stessi: ma il “mostro” che è dentro di noi, torna ogni volta a galla, ci rimette in discussione, mina le nostre certezze.





La Cerva, sebbene mostri caratteri simbolici prossimi al Cervo, ne ha pure di propri. Il più evidente e peculiare è quello che la vuole simbolo della natura genitrice femminile. Ciò è attestato nei miti: nei racconti Maya, un dio cacciatore si accoppia con una cerva; nelle saghe nordiche, l’eroe Sigfrido è allattato da una cerva; Gengis Khan, secondo la leggenda, nacque dall’accoppiamento tra un lupo e una cerva; nella mitologa classica, inoltre, troviamo Giunone, dea della vita coniugale, a cui veniva consacrata una cerva.
La Cerva può avere carattere lunare, demoniaco e stregonesco, valenze che si collegano alla sfera infernale che alcune interpretazioni attribuiscono al rito del Cervo castelnovese. Questo animale, infatti, richiama la figura di Diana e delle Janare.

L’uccisione del Cervo si deve forse far risalire ad un rito millenario di propiziazione di buona caccia tenuto da uno sciamano travestito con corna dell’animale stesso che, abbandonandosi ad una danza frenetica ed al suono del tamburo fatto spesso di pelle di alce o di cervo, trascende la realtà, entra in contatto con forze soprannaturali e diventa egli stesso cervo e dio.
Nel tempo, dalla caccia si è passati alla coltivazione dei campi e il dio Dioniso verrà sacrificato per la rinascita e la fertilità.
Nella resurrezione dell’uomo-dio-animale, a Castelnuovo c’è tutta la paganità di un tempo (divinità, uccisore ed ucciso sono un tutt’uno), ma anche il bisogno di pacificare la propria coscienza, l’evidente senso di colpa cristiano da tacitare con una buona azione e con il perdono della comunità: il Cervo, il “mostro” che svincolato dal controllo dell’essere evoluto alterava le regole, finalmente purificato (grazie anche al concorso di un fuoco acceso), può inserirsi placidamente nei ranghi.
Tornato l’ordine e la serenità nella piazza, ci si può dunque abbandonare a banchetti improvvisati a base di salsiccia e polenta.
Un’antica leggenda narra che alcuni pastori, dopo aver appreso dall’Uomo Selvatico i metodi per curare i propri animali, l’uso delle erbe medicinali, l’estrazione del ferro, la preparazione dei formaggi, gli chiesero alla fine di indicare loro l’ubicazione di un torrente pieno d’oro, promettendogli in cambio ricchezza e un palazzo con cento servi.  “L’oro guasterebbe voi, e la ricchezza non mi interessa”, rispose l’uomo, “inoltre in un palazzo non riuscirei ad ascoltare la voce del vento, della pioggia… a gustare i colori dell’alba… E per quanto riguarda i servi, mi bastano i miei amici…”.
A quel punto fischiò verso il bosco e immediatamente, sulla montagna, si affacciò un gruppo di cervi. Poi, soddisfatto e felice, l’Uomo Selvatico si allontanò con i suoi segreti.
Più di qualsiasi altra figura mitologica, L’Uomo Selvatico si trova a rappresentare la natura un po’ capricciosa, pericolosa e a volte maligna del soprannaturale.
Perché il “selvatico” resta un personaggio semidivino, che conosce la voce del vento, dell’acqua e degli esseri elementali, che si contrappone al modello culturale-religioso dei più. Esiliato dunque dalla società, acuisce probabilmente una conoscenza che supera i limiti spazio-temporali dell’uomo e, come tale, temuta e demonizzata.
La sua dimora è la montagna selvaggia, ricca di presenze arcane. Qui l’uomo selvatico vive in simbiosi con i suoi misteri in un universo buio, sconosciuto, non civilizzato e, secondo la conoscenza comune, possibile sede del caos.
Non è affatto un caso che in alcuni luoghi, le connotazioni dello strano personaggio corrispondano ai folletti dei boschi, giocherelloni e burloni, che in Molise prendono il nome di “Mazzamaurielli”, esseri a volte dispettosi e vendicativi che vivono isolati ed invisibili negli anfratti più reconditi o tra gi antichi ruderi, ma che nella loro imprevedibilità possono anche scegliere un nucleo familiare ed aiutarlo in segreto, se gratificati, nel governare la casa.
Rimane pur sempre un fatto straordinario che a Castelnuovo – forse perché così isolato e protetto dalle montagne della Mainarde – esista e resista questo rito millenario; ragione di più per salvaguardarlo e tentare di scandagliarlo nei significati più reconditi


L'Uomo Selvatico dipinto in un edificio di Sacco, in Valtellina



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